venerdì 6 febbraio 2026
La parabola politica di Roberto Vannacci racconta molto più delle fragilità di chi lo ha accolto che delle sue presunte colpe. Prima accreditato come risorsa strategica, poi improvvisamente dipinto come nemico interno, il generale è diventato il protagonista involontario di una sequenza di mosse mal calcolate che il centrodestra di Governo continua a pagare a caro prezzo. L’errore iniziale è stato politico e tattico insieme: concedergli visibilità, ruolo e legittimazione istituzionale senza una reale valutazione del suo peso elettorale e, soprattutto, senza una chiara strategia di contenimento. L’ingresso in Lega, accompagnato da un seggio al Parlamento europeo, ha rappresentato per Vannacci un risultato difficilmente raggiungibile in autonomia, ma per il partito di Salvini si è rivelato un investimento a rendimento quasi nullo. L’idea che il generale potesse portare in dote pacchetti di voti decisivi si è dimostrata rapidamente una sovrastima, utile più a lui che alla forza politica che lo aveva accolto. Come se non bastasse, alla prima mossa sbagliata ne è seguita una seconda, ancora più azzardata.
Nel tentativo di ingabbiarne l’autonomia e di evitare derive personalistiche, la leadership leghista ha scelto di elevarlo ulteriormente, attribuendogli la carica di vicesegretario federale. Una decisione assunta in fretta, senza ascoltare la base e senza considerare il rischio evidente: rafforzare proprio colui che si voleva controllare. Il finale era quasi scritto. Ottenuto tutto ciò che poteva ottenere, Vannacci ha rotto con il partito, mantenendo il seggio europeo e liberandosi di ogni vincolo politico. Uno scambio impari, che ha lasciato sul terreno un partito indebolito e un protagonista libero di muoversi nello spazio mediatico da battitore solitario. Eppure, anche dopo la rottura, la gestione del caso continua a produrre effetti controproducenti. Etichettare Vannacci come “traditore” si è rivelata una reazione istintiva, ma prevedibile e inefficace.
Una narrazione facile, che il diretto interessato aveva già messo in conto e che ha saputo respingere senza difficoltà, trasformandola anzi in un’ulteriore occasione di visibilità. Mentre dal centrodestra piovono accuse ripetitive e poco incisive, il generale sfrutta con abilità le crepe più evidenti dell’azione di Governo, intervenendo su temi sensibili come sicurezza e immigrazione, dove una parte consistente dell’elettorato conservatore continua a percepire risposte insufficienti. Così, tra l’attenzione della stampa progressista e l’inerzia degli ex alleati, Vannacci riesce a rafforzare la propria posizione anziché indebolirla. Il bilancio, a oggi, è chiaro: un personaggio che continua a capitalizzare consenso e spazio mediatico e una classe politica che, anziché imparare dagli errori, insiste nel ripetere schemi già fallimentari. In questo gioco, chi avrebbe dovuto disinnescare il problema finisce puntualmente per alimentarlo.
di Salvatore Di Bartolo