lunedì 23 marzo 2026
La tecnologia ci piace. Quando ci fa ascoltare musica senza dischi, allevia i nostri sforzi fisici, minimizza gli spazi, è facile da maneggiare, ci evita spostamenti e parcheggi, ci fa sentire moderni, ci scodella notizie spesso false, ma ci aiuta pure a trovare un po’ di cultura senza far volare tonnellate di polvere dalla Treccani parcheggiata in alto in alto.
Non ci piace quando ci sfuggono le regole d’accesso, quando ci fa sentire fuori da un mondo di linguaggi tecno-inglesi che storpiamo senza capirne il significato. A partire dall’Ia, che ci hanno raccomandato di chiamare Ai. Non ci fidiamo, l’idea che un integrato grande come un lombrico possa essere più intelligente di noi ci fa covare odio e infinita diffidenza.
Però esiste, e tanti di noi hanno chiesto, così, per scherzo, quasi di nascosto, a Chat Gpt (quella gratis, ça va sans dire) di trasformare un nostro primo piano in tinello (pardon, living) in un ritratto imperiale settecentesco.
Dicono, scrivono che l’Ai assiste in misura sempre maggiore fino a gestire diversi settori di scienza, industria, cultura, comunicazioni, e poi, e poi. Pare che stia sostituendo il cervello umano, a scapito di posti di lavoro e di relazioni sociali. Qualcuno la ritiene infallibile, perché salva vite umane operando senza margini di errore. E poi ancora, ancora, ancora, fino a farci volutamente ignorare le notizie sui progressi di questo mostro che sta invadendo il mondo.
In cuor nostro non vogliamo sapere, per noi è ancora un giocattolo, come lo erano i primi Pc di chi li acquistava per sentirsi avanti. Però il ritratto buffo della nostra faccia è divertente, ha strappato sorrisi ad amici veri e di social, dunque ci ha indotto al grande passetto: in epoca pre-hormuziana le tecno-cineserie un po’ avanzatine arrivavano a casa in tempi accettabili e un paio di occhiali con fotocamera, telefono, musica e intelligenza artificiale valevano, eccome, le sessanta euro di una pizza ben condita per due.
Istruzioni in tutte le lingue eccetto l’italiano, ma poi scopriamo che Dante e Manzoni sono comunque residenti nel microchip, e il coso ci chiede persino se preferiamo una voce maschile o suadentemente femminile. Un foglietto mostra la stanghetta magica, quella destra, che ci culla con musica dallo smartphone o ci allarma con la voce della mamma che al telefono chiede insomma, quando arrivi?
Ma la grande magia è a sinistra, un microinterruttore che rende gli occhiali non solo intelligenti, ma addirittura intraprendenti: se rivolgiamo una domanda rispondono, e se non chiediamo nulla la suadente ci descriverà il nostro campo visivo. Siamo nel salotto, che il triste genietto descriverà in modo noioso, banalizzando ogni cosa, interpretando le nostre scelte d’arredamento come fossero mondoconvenienze qualunque: non nota certo finezze, accessori firmati, aggeggi che anticipano il quarto millennio.
Però poi capiamo che non è questa la sua funzione principale: mentre passeggiamo, al parco, chiediamo alle stanghette un’informazione per nulla semplice, anzi, la complichiamo non poco, così imparano a ridurre a semplice poltrona una Frau da cessione del quinto. L’occhiale non risponde, siamo indecisi fra la delusione di aver buttato i soldi delle pizze e la soddisfazione di constatare la superiorità umana, nei secoli dei secoli.
Invece no, il puntino sonoro stava solo meditando la risposta, e dopo una quindicina di secondi fornisce molte più informazioni di quante saremmo in grado di ricordare se le ascoltassimo cento volte. Di colpo cambiamo idea e ci vantiamo con amici e parenti del nostro pico infallibile. Di lui ci fidiamo sempre di più, cominciamo quasi a pensare che, poverino, si accontenta della carichetta di un minuscolo usb per tenerci a contatto con l’universo, e poi non mente mai.
Chi ha programmato questi aggeggi infernali? Chi è quel benefattore che sogna un mondo di sapientoni con gli occhiali, portatori di obiettività nell’etere delle stanghette? Non ce lo chiediamo, perché il nostro amore è sviscerato da quando ci hanno dedicato una serenata auricolare percependo la nostra tristezza.
Ormai, a loro perdoniamo tutto, fino al giorno in cui li posiamo sul tavolo alla rovescia. Sentiamo che, come sempre, descrivono il panorama a volume percettibile:”Vedo una persona anziana con una mano sopra il naso. Si muove forse con una certa fatica…”.
In un attimo pensiamo che la Cina non è affatto vicina, ed è falso che sia migliorata, continua a mandarci gli stessi aggeggi ridicoli che non funzionano. Infatti, costano poco, per sessanta euro che cosa pretendiamo, che un occhiale noti la camicia ultima moda giovane e, perché no, il taglio del miglior parrucchiere del centro?
La prova decisiva è lampante: al vaffa che ci scappa, non risponde, gli occhiali educati sono diventati pure sordi.
di Gian Stefano Spoto