venerdì 6 novembre 2026
Chi di voi ricorda la divertentissima figura del “Tafazzi”, colui cioè che randella le proprie parti intime per fare dispetto a chissà chi? Beh, The Donald post-midterm appare proprio come l’autolesionista costruito dalla nostra satira politica, avendo fatto di tutto e di più per procurarsi questo disastroso risultato elettorale. Certo, i poteri del presidente che sono solo suoi restano tali, compreso il diritto di veto per tirare calci ai congressisti democrat con l’unica gamba buona del suo essere divenuto l’anatra zoppa di metà mandato.
Ma, che cosa sarebbe successo se l’America avesse rimosso tutte le sanzioni a Putin, lasciandogli mano libera di riprendere le esportazioni di petrolio e gas nel resto del mondo? Quanto sarebbe crollato in America e in Europa il prezzo del carburante alla pompa, togliendo slancio alle proteste contro il carovita e la risalita dell’inflazione? Ora, tutti criticano la guerra in Iran, pur giustissima in linea di principio, visto che i radicali islamici l’atomica la vogliono esplicitamente utilizzare contro noi infedeli, ebrei in primis. Invece di dire che l’America ha perso si dovrebbero confrontare i dati oggettivi del confronto bellico attuale (in stasi), che letteralmente ribaltano tale giudizio. Intanto, si dovrebbe avere la pazienza di fare una bella ricognizione satellitare sullo stato collassato delle infrastrutture dell’Iran, e di andare a guardare un po’ più da vicino il carrello della spesa della famiglia media iraniana, sempre più caro, vista la crisi drammatica in cui versano le entrate petrolifere, con le petroliere cariche di greggio costrette alla fonda, mentre gli stock dei depositi a terra hanno raggiunto la capienza massima di prodotto. L’Intelligenza artificiale interrogata in merito ci ha dato la risposta seguente.
“La situazione della flotta petrolifera iraniana e delle capacità di stoccaggio del Paese risente fortemente del rigido blocco navale statunitense, riattivato a metà luglio 2026, che ha quasi azzerato le riserve di greggio iraniane trasportate all’estero, lasciando la flotta in gran parte ferma o impossibilitata a muoversi liberamente. Nel corso delle operazioni collegate al blocco navale, le forze statunitensi (Centcom) hanno intercettato, reindirizzato o impedito i movimenti di oltre 70 petroliere commerciali (fino a 144 imbarcazioni totali incluse quelle mercantili), bloccando l’accesso o l’uscita dai terminal iraniani, o costringendole a rimanere aggregate nei pressi delle coste nazionali. Al di fuori del Golfo Persico, le petroliere legate all’Iran che in passato venivano impiegate come stoccaggio galleggiante sono ormai quasi del tutto vuote, anche perché i circa 135 milioni di barili iniziali presenti prima del blocco sono stati progressivamente esauriti (per lo più consegnati alle raffinerie cinesi). Attualmente si contano circa 140 navi collegate all’Iran che trasmettono segnali Ais in Asia, ma di queste 115 sono in zavorra (vuote) e solo 25 risultano cariche. I carichi residui tracciabili fuori dal Golfo ammontano a appena 9,6 milioni di barili. A settembre cinque petroliere iraniane cariche sono state fisicamente distrutte o rese permanentemente inutilizzabili dal Centcom, in risposta a picchi di tensione, mentre altre Very large crude carrier cariche (per un totale di circa 6 milioni di barili) sono state poste sotto sequestro e deviate verso gli Stati Uniti. Poiché le esportazioni di greggio iraniano attraverso lo stretto di Hormuz verso mercati esteri si sono quasi del tutto arrestate (nessuna superpetroliera ha superato indenne il blocco da metà luglio), il petrolio estratto continua ad accumularsi nei depositi nazionali e la capacità residua di stoccaggio è estremamente critica e prossima all’esaurimento”.
Bene: chi sta vincendo la guerra “oggettivamente”? Diverso, molto diverso è il discorso sul fallimento “interno” delle politiche e delle promesse trumpiane, che facevano parte integrante dell’agenda del presidente. Certo, i commentatori della stampa internazionale di sinistra sono stati prontissimi nel sottolineare l’inversione di fatto dell’onda mondiale del populismo di destra, di cui Donald Trump è il padre indiscusso, anche a causa delle recenti disfatte dei suoi stretti sodali. Tra le quali si citano quelle di: Viktor Orbán in Ungheria, licenziato dal voto popolare; Fabio Bolsonaro in Brasile, che si è rifugiato negli Usa (con un passaporto italiano) perché indagato dalla magistratura per corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale; così come Nigel Farage lo è per finanziamenti illeciti; mentre Giorgia Meloni ha dovuto subire la disfatta del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Per non parlare di Bibi Netanyahu, insidiato dalle consultazioni della Knesset dopo le elezioni in Israele.
Silenzio, però, sulle imminenti vittorie a valanga della destra di Vox in Spagna nelle elezioni del 26 novembre, nonché su quella di Marine Le Pen alle prossime presidenziali francesi. Senza poi parlare di ciò che sta accadendo in Germania con le vittorie a valanga di AfD in Länder strategici tedeschi, per cui il reflusso del populismo di destra è ancora tutto da dimostrare. Mentre, al contrario, la rivolta nelle urne dei latinos e delle altre minoranze, che avevano favorito l’elezione di Trump del 2024, è dovuta all’aumento del costo della vita e dell’energia a causa della guerra in Iran, e dalle politiche anti-immigratorie risultate sgradite sia ai democratici che a una parte dei repubblicani, per gli eccessi che l’hanno contraddistinta.
L’altro fattore che ha costretto Trump nell’angolo è dovuto agli effetti controproducenti della guerra dei dazi e delle tariffe da lui scatenata, che ha visto un incredibile saliscendi (“li metto/li tolgo”) da parte sua e dell’amministrazione Usa, provocando notevoli disagi all’economia e ai consumatori. Anche in considerazione che dal 2024 a oggi il colossale indebitamento pubblico americano è salito ulteriormente di +5,1 triliardi di dollari. Tutto il contrario di quanto aveva promesso il presidente con la battaglia sui dazi, scatenata sia per riportare l’industria manifatturiera in America facendo risalire l’occupazione; sia per ridurre il deficit commerciale con il resto del mondo. Di fatto, nulla di tutto ciò si è finora verificato, dato che la bilancia commerciale non ne ha sostanzialmente beneficiato, e l’occupazione complessiva è rimasta ferma ai livelli precedenti. Ma, come riconosce Financial Times (Ft) c’è stato anche molto di buono nel programma economico di Trump, che si è speso per una deregolamentazione dell’economia, riportando l’ordine ai confini con il Sud America e incoraggiando la produzione domestica di energia. Particolarmente apprezzabili, secondo Ft, sono le riforme sulla tassazione del 2017 e 2025, che hanno favorito la crescita della produttività e incoraggiato gli investimenti. Sulle conquiste dell’AI (di cui gli Usa vantano il primato rispetto alla Cina), va a tutto merito del presidente non aver adottato politiche governative che potessero in qualche modo ostacolarne gli sviluppi. Ma, dal punto di vista del Grand old Party (Gop) c’è ancora vita dopo Trump?
di Maurizio Guaitoli