giovedì 5 novembre 2026
L’Europa continua a interrogarsi sul costo del sostegno all’Ucraina. È una domanda legittima, con bilanci pubblici sotto pressione e consensi politici frammentati. Ma il dibattito parte spesso da un presupposto sbagliato: considera gli aiuti a Kyiv una spesa, senza calcolare il costo economico, militare e politico di una vittoria russa.
La guerra ha ormai superato la dimensione del confronto territoriale. Mosca non cerca soltanto di conquistare città o avanzare di qualche chilometro. Sta colpendo le condizioni materiali che consentono allo Stato ucraino di resistere: infrastrutture energetiche, impianti industriali, collegamenti logistici, attività produttive. È parte della strategia di logoramento. Se non è possibile piegare rapidamente le forze ucraine sul campo, si può tentare di rendere insostenibile il funzionamento del Paese.
Gli effetti cominciano a essere misurabili. La Banca nazionale ucraina ha rivisto le previsioni per il 2026, indicando una contrazione del prodotto interno lordo dello 0,4 per cento. Non è un collasso imminente, ma il segnale di una resilienza economica in diminuzione. Il problema non riguarda soltanto la ricostruzione delle strutture distrutte: riguarda il gettito fiscale, l’occupazione, le esportazioni e, in ultima analisi, la possibilità di finanziare la difesa.
Per il 2027 Kyiv ha indicato un fabbisogno aggiuntivo di circa 70 miliardi di euro, destinato a sostenere tanto lo sforzo militare quanto la tenuta dello Stato. L’Unione europea dovrà decidere come reperire queste risorse, coinvolgendo anche partner esterni e affrontando le difficoltà legate al ricorso al debito comune e all’eventuale impiego dei beni russi immobilizzati. La decisione si intreccerà con le scadenze elettorali e con le resistenze dei governi più riluttanti.
È esattamente su questa vulnerabilità che il Cremlino può contare. Il tempo, nella strategia russa, non è soltanto una variabile militare. È uno strumento politico. Ogni inverno affrontato sotto i bombardamenti, ogni interruzione della produzione, ogni discussione europea su una nuova tranche di aiuti contribuisce a spostare la pressione dall’aggressore all’aggredito. Mosca punta a far sì che la stanchezza delle opinioni pubbliche occidentali diventi ciò che le sue forze armate non sono riuscite a ottenere rapidamente.
Eppure il conto più oneroso potrebbe arrivare proprio il giorno in cui l’Europa decidesse di non pagare più.
Una sconfitta ucraina non comporterebbe soltanto la perdita dell’indipendenza di un Paese europeo. Significherebbe assistere all’affermazione del principio secondo cui una potenza nucleare può modificare con la forza i confini e imporre la propria volontà a uno Stato privo di arma nucleare. Sarebbe un precedente capace di indebolire l’intero sistema di sicurezza costruito nel continente dopo la fine della Guerra fredda.
Vi sarebbe poi la dimensione umanitaria. Nei territori occupati, le autorità russe hanno limitato le libertà fondamentali, perseguito il dissenso e imposto pratiche di assimilazione politica e culturale. È ragionevole prevedere che un’estensione del controllo russo provocherebbe nuove fughe di popolazione, anche su scala molto ampia. L’Europa ne subirebbe conseguenze durature su accoglienza, servizi pubblici e coesione sociale. Quantificarle oggi con precisione sarebbe arbitrario; ignorarle nei calcoli sarebbe irresponsabile.
Ancora più pesante sarebbe il prezzo della sicurezza. Un’Ucraina sottomessa o neutralizzata a vantaggio di Mosca modificherebbe gli equilibri militari lungo il fianco orientale della Nato. La Russia potrebbe disporre di maggiori risorse territoriali e industriali e di una posizione strategica più favorevole per esercitare pressioni sui vicini. Non significa che un attacco a un Paese dell’Alleanza sarebbe inevitabile. Significa, però, che gli Stati europei dovrebbero prepararsi a fronteggiare un rischio sensibilmente più alto.
Ne deriverebbero investimenti accelerati nella difesa aerea, nelle forze terrestri, nelle munizioni, nella protezione delle infrastrutture critiche e nella mobilità militare. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha avvertito che ricostruire una deterrenza credibile dopo una sconfitta ucraina potrebbe richiedere non miliardi, ma migliaia di miliardi. È una valutazione politica, non una previsione contabile verificabile al centesimo; resta però chiaro il principio: prevenire il deterioramento della sicurezza costa meno che cercare di rimediare quando l’equilibrio è già stato compromesso.
L’Europa, inoltre, non può più impostare le proprie scelte sull’ipotesi che Washington intervenga comunque a colmare ogni lacuna. La discussione americana sul peso degli impegni internazionali rende evidente quanto sia rischioso affidare la sicurezza europea a decisioni che maturano altrove. Sostenere l’Ucraina e rafforzare la propria base industriale della difesa non sono obiettivi concorrenti. Sono parti della stessa esigenza di autonomia strategica, purché gli stanziamenti si traducano in capacità operative e non soltanto in annunci.
C’è infine un aspetto che i calcoli di bilancio tendono a trascurare. Una vittoria russa non resterebbe confinata all’Europa orientale. Verrebbe osservata da altri attori internazionali come la dimostrazione che la pressione militare, accompagnata da ricatto energetico, disinformazione e logoramento delle democrazie, può produrre risultati. Anche la credibilità delle garanzie occidentali ne uscirebbe indebolita.
Questo non significa che il sostegno a Kyiv debba essere sottratto a ogni controllo. Al contrario: servono obiettivi chiari, verifiche sull’impiego delle risorse, programmazione pluriennale e una strategia diplomatica che punti a una pace sostenibile. Ma una tregua che lasci la Russia nelle condizioni di preparare una nuova aggressione non eliminerebbe il problema. Lo rinvierebbe, probabilmente rendendolo più grave.
La scelta europea, dunque, non è tra spendere per l’Ucraina e risparmiare. È tra sostenere oggi il costo della resistenza ucraina e assumersi domani quello, potenzialmente assai maggiore, di un continente meno sicuro. La prudenza finanziaria è necessaria. Trasformarla in rinuncia strategica rischierebbe di essere l’errore più costoso.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)