Le tre cause della sconfitta di Trump

mercoledì 4 novembre 2026


Indubbiamente il Partito Democratico ha vinto le elezioni di medio termine statunitensi, e con un margine ampio. È vero che quasi in ogni turno elettorale per il Congresso e il Senato ha vinto l’opposizione, il che fa pensare che il “midterm” sia una specie di vaccino contro l’eccesso di potere o l’eccesso di errori da parte del presidente Usa. Le presidenziali sono un dato a parte, è però vero che il Partito Repubblicano rischia di perdere anche il prossimo inquilino della Casa Bianca. Vediamo quali sono le cause della sconfitta.

Il “Grand old Party” è nato sotto il segno dell’indipendenza e della libertà: l’antischiavista Abramo Lincoln era repubblicano, come la famiglia di Martin Luther King, i Democratici avevano qualche relazione anomala con le mafie dell’antiproibizionismo e nel sud erano il partito più vicino ai segregazionisti. Adesso, dopo che in quasi tutto il mondo occidentale e latino-americano i voti sono andati alla destra (a parte il Brasile e il Regno Unito), i democratici yankee hanno fatto un cambio di rotta epocale, i cui riflessi troviamo ovunque: col fascio-comunismo francese di Jean-Luc Mélenchon (in Italia Vannacci sembra ridimensionato), con Magnificat! del campo largo a Pedro Sánchez, adesso dimissionario dopo disastri etico-economici.

La caldera delle sinistre mondiali include ampie dosi di woke (sostanzialmente pubblicità tramite slogan e meme), e il ritorno al leninismo e al maoismo (“Non importa che il gatto sia rosso o nero: importa che mangi il topo”). La rinascita dell’estremismo come malattia infantile del comunismo. Poi c’è la vendita di falsi credo: lo schiavismo non fu soltanto nordamericano, e lo stesso vale per la repressione e decimazione dei nativi americani, i cui principali artefici furono francesi, spagnoli, portoghesi, i cui crimini sono però ignorati dall’antiamericanismo.

Detto ciò, si deve riconoscere che il presidente ha perso soprattutto per suo demerito. Ha diverse colpe che cercherò di individuare. Come Benjamin Netanyahu, ha comunicato malissimo. Tutto l’apparato dei media mainstream era contro Donald Trump, oltre ai social. Il presidente non ha fatto niente per cambiare il suo profilo, che così è stato modellato e comunicato dai Dem (verosimile o no che fosse). È rimasto nudo e muto (pur replicando) di fronte a diversi tipi di accuse: “guerrafondaio, speculatore, amico di Epstein e Putin, eccetera”. Il suo profilo mondiale è peggiore di quello di Vladimir Putin, che pure ha ammazzato e represso in maniera eclatante, al confronto. Anche il premier israeliano ha ottenuto il bollino rosso, dato che viene considerato peggiore dei leader di Hamas, nelle piazze occidentali dove sfilano e sfasciano pochi giovani imbevuti dottrinalmente, ma dove quei pochi urlano e sfasciano così da sembrare tanti e da creare caos nelle menti dell’adulto.

Questa inettitudine nel comunicare e raccogliere consenso ha amplificato anche i due altri principali errori dell’attuale leader repubblicano. Al momento ha perso – di fatto – la guerra contro il komeinismo iraniano. Bombardare è servito a poco, se non a bloccare il transito del petrolio. Il caso iraniano è l’esempio di ogni guerra ibrida, che nasce per dare al più debole una specie di parità col più forte. Nel caso dell’Iran ha toccato le tasche degli americani, come degli europei: inflazione e rincari ovunque e comunque. La Casa Bianca è apparsa impotente. Gaza è stata “liberata”, in parte e a caro prezzo, solo quando l’Idf ha usato la fanteria e i blindati. In Iran non si capisce ancora cosa Trump possa e voglia fare. Finora ha collezionato diverse brutte figure, anche se in Siria ha sostituito la dittatura filo-sciita e filo-russa con una filo-sunnita, ma non meno a rischio di aggressioni contro curdi, israeliani e popolazione interna. Con la Turchia non ha stabilito nessun piano di lavoro in grado di togliere a Recep Tayyip Erdoğan le velleità di diventare un leader su scala internazionale. Anche la sympathy for the Devil verso Vladimir Putin è apparsa frutto di allucinazioni. Se vuoi disimpegnarti dall’Europa e dall’Ucraina, non puoi improvvisare niente. Devi imporre agli europei una tempistica precisa per il riarmo; devi offrire alla Ue supporto economico e tecnologico, migliorando e non tassando l’interscambio.

Un altro grande problema è quello con la Cina. Intanto, Trump non ha comunicato: se vuoi difendere Israele anche in sede Onu, se vuoi inchiodare Xi Jinping su Taiwan, allora devi ficcare bene in testa a tutto il mondo che la Cina ha occupato e massacrato Tibet e Xinjiang, territori grandi quanto metà Europa. In quelle nazioni – terminate e sterminate con la deportazione etnica, i maschi adulti inviati nei lager cinesi, stragi fisiche ed economiche – ci sono musulmani come a Gaza. Ma la canea delle piazze che protestano e linciano il candore dei cittadini non può sapere che la Cina occupa una ex nazione e una terra autonomista dove si parla turco e si prega Allah. Quindi gli sfascianegozi si sentono autorizzati a considerare Israele alla stregua di colpevole di ogni male dell’umanità (“hanno in mano tutte le banche”, manco fossimo nel 1938).

Ebbene, Trump ha perso la guerra commerciale con la Cina. Chi ha visto il film Gran Torino di e con Clint Eastwood, sa che gli Usa hanno l’ossessione dell’alluvione di prodotti made in Japan prima, e di made in China oggi. Mentre noi blateriamo la Cina sta completando la “conquista” commerciale (ma anche politica) dell’Africa, mentre in America latina può sempre contare sul fidato Lula, e mentre in Italia anche le bare arrivano dal fu Celeste Impero, ma naturalmente in rigoroso completo nero (illegalmente).


di Paolo Della Sala