martedì 3 novembre 2026
Quando il Cremlino cerca clienti e l’Etiopia azzarda
L’annuncio della fornitura di caccia Su-35 e sistemi antiaerei S-400 all’Etiopia, sullo sfondo della stretta di mano tra Vladimir Putin e Abiy Ahmed, viene celebrato a Mosca come il ritorno in grande stile nel Corno d’Africa e presentato ad Addis Abeba come la pietra angolare di una nuova deterrenza strategica.
Per una prospettiva liberale, europeista e progressista, tuttavia, l’analisi economica e geopolitica di questa intesa impone di separare la propaganda muscolare dalla realtà dei fatti, smascherando un’operazione che rischia di aggravare le fragilità interne ed esterne di un’intera macroregione.
Dal punto di vista della finanza pubblica e del diritto economico, la prima grande opacità riguarda la sostenibilità stessa di queste acquisizioni. A fronte di un interscambio bilaterale sbandierato a oltre 1,3 miliardi di dollari nel 2026, mancano del tutto dati disaggregati che certifichino la reale natura commerciale di questi flussi, i quali rispecchiano più la disperata ricerca russa di nuovi mercati in un momento di forte contrazione dell'export bellico globale ‒ certificata dai dati Sipri ‒ che una sana integrazione industriale. L’Etiopia, nazione reduce da gravissime crisi debitorie e monitorata con preoccupazione dal Fondo Monetario Internazionale, rischia di ipotecare le proprie limitate risorse in valuta estera per armamenti costosi e complessi, la cui manutenzione richiederà una dipendenza tecnologica cronica da un partner sanzionato e inaffidabile.
La narrazione trionfalistica della leadership etiope urta, inoltre, contro la verifica rigorosa dei dati e delle consegne. Le immagini ufficiali diffuse da Mosca e le analisi di settore confermano, al momento, solo un primo lotto ridotto di due velivoli Su-35, mentre la cifra di dodici aerei o la reale consegna delle batterie S-400 rimangono nel limbo degli annunci politici. Questo divario metodologico dimostra come la fornitura serva soprattutto ad alimentare una proiezione di potenza simbolica, utile a compensare le crescenti tensioni geopolitiche della regione senza tuttavia risolverne i nodi strutturali.
Sul piano della geopolitica regionale, l’illusione che una superiorità aerea potenziata da Mosca possa garantire la stabilità è smentita dalla realtà sul campo. Nel nord del Paese, le ferite mai rimarginate tra Tigray, Amhara e Afar non si curano con i caccia multiruolo, ma richiedono riforme istituzionali, inclusione politica e rispetto rigoroso del diritto internazionale umanitario a tutela dei civili.
Esternamente, l’acuirsi della frattura con l’Eritrea sul cruciale accesso al Mar Rosso e al porto di Assab, unito alle tensioni con l’Egitto sulla gestione delle acque del Nilo e della diga Gerd, non fa che amplificare il rischio di pericolose letture errate. Schiacciarsi su un fornitore autocratico come la Russia non offre alcuna garanzia di stabilità lungo i corridoi commerciali e non sostituisce in alcun modo la via maestra dei negoziati multilaterali e della cooperazione economica negoziata, come quella avviata con la mediazione della Turchia.
Un’impostazione riformista e progressista non può che guardare con estrema diffidenza a queste scorciatoie autoritarie. L’Etiopia merita investimenti strutturali nella transizione energetica civile, nella sicurezza alimentare e nella modernizzazione delle infrastrutture civili, non cattedrali nel deserto tecnologiche che alimentano conflitti latenti.
La vera sfida per Addis Abeba non è dotarsi di hardware militare russo per alimentare rivalità di potenza, ma rimettere al centro lo sviluppo economico sostenibile, il dialogo con l’Europa e gli alleati occidentali e la pacificazione interna.
Ogni altra strada è solo fumo negli occhi, pagato a caro prezzo dai cittadini.
di Riccardo Renzi