Brasile a delinquere: sfida a Lula

mercoledì 28 ottobre 2026


Quale sarà il più grande nemico da sconfiggere per il Brasile del navigato Presidente rieletto per un quarto mandato, Luiz Inácio Lula da Silva (detto Lula)? Quello ingestibile di sempre, in sostanza: il crimine organizzato che domina i grandi slums e le baraccopoli delle maggiori città del Brasile, Rio in testa a tutti. In El Salvador, il presidente di destra Nayib Bukele ha bello che risolto il problema, costruendo la città-penitenziario di Cecot (che può ospitare fino a 40mila detenuti), dove oggi sono imprigionati migliaia di gangster super tatuati delle gang più feroci del pianeta, come il Barrio 18 e il Mara Salvatrucha 13. La maggior parte di loro deve scontare individualmente condanne a secoli di prigione, a causa dell’enorme numero di omicidi e di delitti commessi dal singolo affiliato, confinato in una fine-pena-mai nelle quattro mura della prigione. Il discorso, però, nel caso del socialpopulista Lula è di fatto inapplicabile, né avrebbe potuto limitarsi a un semplice copia-incolla, perché i gangster brasiliani assommano a molte centinaia di migliaia, e sono difficilmente espugnabili dalle loro roccaforti insediate nei vari barrios (quartieri ufficiali) e nelle favelas, vere e proprie baraccopoli abusive, superaffollate e prive non di rado dei servizi essenziali di smaltimento rifiuti (alcune zone non possono essere raggiunte perché troppo impervie), nonché di reti fognarie e idriche. Anche se oggi molte favelas ospitano scuole pubbliche, centri sanitari di quartiere, attività commerciali regolari, connessioni Internet ed efficienti associazioni civiche. Nonostante ciò, la mancanza di una pianificazione urbanistica formale e la presenza di poteri paralleli (come il narcotraffico o le milizie armate) continuano a ostacolare la regolare fornitura dei servizi statali, lasciando questi insediamenti in un’estrema precarietà e disuguaglianza nell’accesso a servizi, che spesso funzionano a intermittenza o non coprono l’intera popolazione residente.

Ora, per capire la presa mortale che il crimine organizzato ha nella vita del Brasile, basterà citare (come fa Financial Times, o Ft, all’inizio del suo report speciale sulla criminalità brasiliana) le barricate erette dalle locali gang presso i vari insediamenti abusivi, per controllare coloro che passano, sfoggiando moderne armi da guerra senza timore di venir arrestati. E se qualcuno di loro viene eliminato a seguito di operazioni di polizia, o a causa di scontri con altri clan, altri dieci sono pronti a prendere il suo posto, in una sequenza di cui non si vede la fine. Se è l’immigrazione illegale la maggiore preoccupazione di Usa ed Europa, spesso e volentieri sono i gruppi armati a destare grande allarme in non pochi Paesi del Sud America. E quando il Brasile ha assunto un ruolo di primo piano nei traffici di cocaina, uno dei più pericolosi gruppi armati, il Comando Vermelho, ha preso il pieno controllo di Penha, un complesso di una dozzina di favelas a nord di Rio de Janeiro, dove lo Stato è praticamente assente. In base a stime affidabili, si calcola che sia nelle mani delle gang criminali non meno del 31 per cento della città (il cui territorio è letteralmente raddoppiato con i mondiali di calcio del 2008), dove vivono circa tre milioni di persone, il 40 per cento del totale degli abitanti di Rio. Come le metastasi di un tumore maligno, Comando Vermelho si è insediato in 26 dei 27 Stati che compongono la Federazione brasiliana, mentre il gruppo criminale di San Paolo, Primeiro Comando da Capital, è anch’esso presente in ben 26 Stati, tanto che i due gruppi vantano assieme più affiliati rispetto ai cartelli colombiani e messicani. Per non sbagliarsi, gli Stati Uniti hanno individuato come formazioni terroristiche i due principali gruppi criminali brasiliani, nei confronti dei quali possono quindi essere applicate misure emergenziali di polizia e interventi armati mirati.

Ma, l’aspetto più destabilizzante dell’attuale crimine organizzato brasiliano (e non solo) è rappresentato dal suo radicamento in profondità nella vita politica e nelle istituzioni sia locali che nazionali. Ed è proprio la percezione che le Autorità brasiliane siano state negligenti e complici nella mancata eradicazione del fenomeno criminale, ad aver favorito l’emersione di un movimento di massa di estrema destra che, per il momento, è uscito sconfitto nelle ultime elezioni presidenziali, pur avendo la maggioranza nel nuovo Parlamento: il che fa di da Silva una anatra zoppa. Ma, data la forma conciliante scelta da Lula nei confronti nei confronti del crimine organizzato, non sarà possibile imitare la politica di sicurezza messa in atto da El Salvador, anche perché il carcere duro e la repressione delle gang manu militari non ha mai funzionato in passato. Difficile, se non impossibile ormai smantellare un fenomeno come la criminalità organizzata che è andato avanti da decenni, mentre le soluzioni alternative finora sperimentate, come gruppi armati di miliziani fondati da ex ufficiali di polizia per espellere con la forza le gang dai loro presidi urbani, ha visto in seguito gli stessi vigilantes coinvolti nel traffico di droga e nelle estorsioni. Nella stragrande maggioranza dei quartieri degradati, i presidi istituzionali e le forze di polizia sono assenti o sporadici (fatti salvi i raid in stile militare per eliminare qualche membro delle gang), ai quali cercano di supplire saltuariamente alcune Ong, e più regolarmente le chiese evangeliche.

Anche la geografia aiuta i criminali, dato che molte favelas occupano le pendici delle colline e sono di fatto difficilmente raggiungibili, senza il consenso delle stesse gang. Del resto, anche l’Ong Latinobarómetro che si occupa di sondaggi ha mostrato come il 26 per cento dei brasiliani (il più alto tasso del Sud America) viva in aeree dove la legge è quella dettata dai gruppi armati criminali. E chi cerca di uscire dal giro viene brutalmente eliminato assieme ai suoi parenti più stretti, come monito contro ogni tipo di defezione. Ovviamente, confinati nella morsa della criminalità, la gran parte dei brasiliani sono favorevoli a operazioni da parte delle forze di polizia di “pulizia etnica” nei confronti dei gruppi criminali, politiche impossibili da attuare con la Presidenza Lula. L’intollerabile clima di insicurezza in cui si trovano a vivere gran parte dei cittadini ha rischiato di veder trionfare il candidato di destra, Flávio Bolsonaro, che si era detto disponibile a collaborare con Trump per dare una risposta di tipo militare all’aggressività dei cartelli nella regione. E La sfida della sicurezza sarà il banco di prova di Lula, che in precedenza non ha saputo fornire le risposte giuste per contrastare il crimine organizzato, commettendo errori imperdonabili come quello di dichiarare che anche gli spacciatori erano “vittime” dei traffici di cocaina! Anche se Lula stesso, negli ultimi tempi del suo mandato, si è adoperato per stroncare il riciclaggio illecito dei proventi della droga, e dovrà continuare a confrontarsi con l’eterno problema per cui le prigioni rappresentano il migliore sistema di reclutamento per le gang criminali, infiltrate nella vita politica e istituzionale del Paese. Povero Brasile!


di Maurizio Guaitoli