giovedì 22 ottobre 2026
Perché sono in aumento gli attacchi iraniani nello stretto di Hormuz e quelli degli Houthi in Arabia Saudita ed in Yemen? I due scenari sembrano appartenere a strategie diverse ma la sincronia di attacchi tra Houthi e Iran, in questo periodo, ha come un unico obiettivo quello di snervare i piani di Donald Trump in previsione delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Quindi, mettere in affanno la già complicata campagna elettorale del presidente statunitense. Così, a valle di una debole tregua estiva costellata da reciproche dichiarazioni e minacce da parte di Washington e Teheran, gli attacchi iraniani contro le navi in transito nello stretto di Hormuz e in tutto il Golfo Persico, hanno avuto una accelerazione. Come c’è stata una intensificazione degli attacchi degli Houthi sia nello stretto di Bab el-Mandeb, sia nello Yemen sunnita, aeroporto di Aden, e anche in alcuni punti strategici dell’Arabia Saudita.
Quindi calcoli politici di Teheran che indirettamente puntano a influire sulle elezioni statunitensi? La realtà è che le ondivaghe strategie trumpiane hanno probabilmente solo una certezza, che è quella dichiarata da Trump che narra che ogni azione contro l’Iran sarà effettuata dopo le elezioni del 3 novembre. Una manifestazione di incertezza sulla sorte politica, ma anche una miopia strategica che rafforza il fallimento della azione israelo-statunitense contro l’Iran iniziata il 28 febbraio. Di fatto, l’escalation degli attacchi delle Guardie rivoluzionarie iraniane nello Stretto di Hormuz è evidente; le navi che si avventurano sia nello Stretto che nelle acque limitrofe stanno affrontando la più intensa ondata di attacchi proveniente dall’Iran dall’inizio del conflitto.
Tanto è che l’agenzia britannica per la sicurezza marittima, la United Kingdom maritime trade operations (Ukmto), in un rapporto a tiratura settimanale, pubblicato il 16 ottobre, rivela che nella settimana precedente sono stati annotati 12 bombardamenti iraniani contro le navi che transitavano tra lo stretto di Hormuz, il Golfo Persico e il Golfo dell’Oman. Inoltre è cosa nota che, se alcuni di questi attacchi sono visibili o sono stati denunciati da chi li ha subiti, la maggioranza delle imbarcazioni colpite, se non letalmente danneggiate, non segnalano l’aggressione.
A rendere ancora più pesanti le informazioni registrate dall’agenzia britannica, va aggiunto quanto le Guardie rivoluzionarie islamiche hanno reso noto tra sabato e domenica, ovvero che due petroliere che transitavano nello stretto di Hormuz trasportanti oltre due milioni di barili di petrolio, sono state colpite e si sono incendiate. Un’altra versione è che una delle due petroliere, scortata dalla Marina statunitense, avrebbe urtato una mina semisommersa. Poco dopo i pasdaran hanno specificato che le due navi transitavano illegalmente su una rotta che prevedeva autorizzazioni iraniane, ed inoltre avrebbero oscurato i loro sistemi di geolocalizzazione. Nelle stesse ore l’esercito degli Houthi in Yemen ha lanciato missili contro l'aeroporto di Aden, dove era stanziata una base militare saudita. Nella città di Aden, a sud dello Yemen, si è ritirato il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale.
I combattenti filo-iraniani hanno anche lanciato droni e missili da crociera contro Riyadh, e verso Yanbu, sul Mar Rosso, dove arriva il principale terminal petrolifero del regno saudita. Il cui pipeline aggira, a livello distribuzione, il blocco di Hormuz; risulta che i velivoli armati siano stati quasi tutti intercettati. Ricordo che l’aeroporto di Riyadh è stato bombardato almeno 20 volte da inizio mese, causando oltre 300 feriti e una dozzina di morti. Attacchi di tale intensità non si sono mai registrati dal 2014 data dell’inizio della guerra in Yemen, che ha visto scontrarsi la parte sunnita sostenuta dall’Arabia Saudita e la parte sciita dall’Iran; anche in queste ultime azioni, nonostante la pressione militare e diplomatica esercitata da Washington su Teheran, i pasdaran hanno continuare ad armare, istruire e sostenere le milizie, mascherate da esercito, degli Houthi.
Il governo iraniano nega tali influenze verso gli Houthi, ma ricordo che Teheran ha strutturato l’Asse della resistenza, composto dai palestinesi di Hamas, da Hezbollah libanese, da milizie sciite irachene e siriane e dagli Houthi, gruppi coalizzati dall’Iran per combattere contro Israele. In questa fase la simultaneità della “pressione a tenaglia” sui due stretti, Hormuz e Bab el-Mandeb, e sulle ampie aree circostanti, mostra una strategia politica di Teheran contro Trump, mettendolo militarmente sotto tensione e cercando di obbligarlo a fare delle scelte come quelle di attaccare gli Houthi, sostenendo l’Arabia Saudita, o riprendere i bombardamenti sull’Iran, il tutto nello scenario di una crisi energetica pesante. Azioni al momento difficili da immaginare durante la campagna elettorale di Trump, solo per il fatto che se adottate probabilmente non porterebbero né alla resa degli Houthi, né tantomeno alla caduta del governo dei pasdaran, e nemmeno al calo del prezzo del petrolio, ma certamente ad aggravare le già pesanti conseguenze economiche del conflitto.
In realtà la strategia di Teheran tesa alla sconfitta del capo della Casa Bianca nelle midterm, punta a non favorire un rapido accordo che potrebbe garantire a Trump una vittoria diplomatica prima delle elezioni. Un rapido accordo che Trump sta cercando di ottenere in queste ore da Kiev, intimando a Volodymyr Zelensky di cedere territori ucraini alla Russia, segno della necessità ossessiva di ottenere un risultato diplomatico da spendere per le elezioni. Quindi Teheran punta a mantenere la propria posizione di forza piuttosto che accettare velocemente i piani richiesti da Washington. Anche questa una modalità di “guerra ibrida versione politica” dalle caratteristi geostrategiche decisamente tentacolari.
di Fabio Marco Fabbri