Istantanea da Parigi

giovedì 22 ottobre 2026


Parigi, sabato 17 ottobre 2026: ero andato a mangiare un boccone in un locale prospiciente Place de la République, con l’idea di restarvi per lavorare un po’ al Pc e assistere al passaggio della manifestazione indetta all’insegna della parola d’ordine convergence des luttes, con riferimento alla mobilitazione liceale per le condizioni di studio e a quella dei gillets jaunes e contro il carovita.

Così, mi dicevo, la composizione del corteo avrebbe potuto restituire uno spaccato delle proporzioni dei settori coinvolti nella mobilitazione: i liceali e i lavoratori più o meno autorganizzati; la componente di partiti e gruppi della sinistra – dalla France Insoumise alla galassia alla sua sinistra; e del peso specifico assunto dai cosiddetti blakbloks, ma già più opportunamente denominati casseurs, distruttori, epiteto che lascia cadere l’ultimo alone di connotazione politica anarco-insurrezionalista, restituendo una dimensione segnata dall’odio antirepubblicano, se non antioccidentale, dalla volontà di saccheggio e, a detta di alcuni, da nichilismo e infiltrazioni islamiste.

Il tempo di passare dal pasto, durante il quale il bar era attraversato indistintamente da astanti, manifestanti e poliziotti alla ricerca di un po’ di ristoro e più frequentemente delle toilette, al caffè, e Place de la République si era già riempita di gente. Inizialmente si vedevano accumularsi persone facilmente riconoscibili come “manifestanti” di una piazza indetta dall’odierna sinistra: gente “normale” che si vede ai cortei: vi erano quanti brandivano cartelli, qualche bandiera rossa, alcune bandiere dell’Algeria, molte bandiere palestinesi e kefiah al collo.

Si intende: la convergence de lutte per la sinistra, che si vuole in questo interprete della tradizione internazionalista, non può che farsi portatrice della cosiddetta solidarietà alla Palestina, anche se questa passa per il silenzio, o invece l’esplicito assenso, di fronte a Hamas. In quel momento non posso che provare inquietudine di fronte alla “convergenza” di una legittima mobilitazione studentesca e sociale con istanze che, sotto copertura del pur nobile pacifismo, si fanno latrici dell’islamismo: lo stesso responsabile degli attacchi terroristici a Parigi, in ricordo dei quali proprio all’entrata di Piazza République è eretto un monumento.

Il disagio non può che accentuarsi quando vedo passare un manifestante con la bandiera del regime iraniano: proprio – mi dico – nella piazza che, ancora questa estate, accoglieva il presidio della comunità persiana che, in solidarietà con le mobilitazioni anti-regime, aveva riempito la piazza di cartelli di foto di alcune delle migliaia di massacrati dal regime islamista.

Questi pensieri erano però di colpo interrotti, riportandomi alla componente prevalente, in quel momento, sulla piazza, dagli applausi che improvvisamente attraversano la folla, che si apriva in due ali per far passare le delegazioni di alcuni licei in mobilitazioni: rappresentazione plastica dell’effettivo legame con una mobilitazione legata alle condizioni di vita.

Diversi gillets jaunes incominciavano a essere riconoscibili, dando un tocco “popolare” a una piazza che, pur nella sua legittimità, avrebbe altrimenti potuto dare l’impressione di uno dei tanti momenti in cui la Parigi di sinistra si autocelebra nella propria retorica “antisistema”, pur sovente essendone parte integrante.  

Poi, a un ritmo repentino che sfugge alla percezione, qualcosa cambia: le kefiah che prima si vedevano al collo lasciano il posto a kefiah poste attorno al volto, alla maniera dei fedayn di Arafat e dei terroristi di Hamas quasi a significare, con la maschera che nasconde il volto – già di per sé un’offesa allo spazio pubblico e repubblicano – di essere “di quella gente lì”.

Per qualche minuto mi dico che, nonostante queste associazioni, stia esagerando: si tratta pur sempre di una piazza repubblicana, di sinistra. Poi, sempre più volti incappucciati di nero riempiono il mio campo visivo: mi porto in un altro angolo, pensando, magari di vedere una frazione non rappresentativa. Mi sbagliavo.

Corpi di nero vestiti si muovono agilmente nella piazza, molti salgono sugli ampi cornicioni dei palazzi che affacciano su République, come corvi neri guardano in basso, a controllare il territorio che sarà, da lì a qualche minuto, scena di guerriglia urbana e di pillage, di saccheggio. 

A terra la polizia che fino a poco prima gestiva il flusso di gente è sparita. Qualcuno inizia a prendere d’assalto il supermercato di fronte. Una parte di manifestanti, che era visibilmente ancora legata alla parte della mobilitazione studentesca, urla e scandisce: “Arretez-arretez”. Ma sono in manifestazione, loro, e avanzano. Mentre tutti i mascherati si assiepano attorno al supermercato: “arretez” è sempre più eco flebile, sostituito oramai da urla di incitamento, mani che si levano in estasi quando le pareti del supermercato crollano divelte.

Improvvisamente vediamo stagliarsi una linea rossa di fuoco dalla piazza, poi del fumo. La situazione precipita, e dentro e attorno al bar si portano già diversi di quei manifestanti “normali”, presi alla sprovvista dal volgere degli eventi. La velocità del passaggio da una scena di manifestazione a quella di guerriglia urbana è impressionante, in particolare perché, essendo avvenuto tutto a poco tempo dal concentramento, impedisce di associarla a uno scenario da “corda di corteo”, dove sovente vengono a trovarsi elementi facinorosi.

Questo elemento mi colpisce particolarmente e restituisce in effetti un quadro, come avrei poi appreso, di assenza di coordinazione tra i percorsi autorizzati e le diverse componenti dei cortei. Da République, nonostante la presenza dei settori di liceali e di sinistra, non stava “passando un corteo” ma, come in altre zone della città, si stavano accumulando gruppi di “casseurs” pronti al saccheggio e allo scontro con la polizia.

Alcuni manifestanti “normali” entrano in bar per ripararsi da gas lacrimogeno che, non si capisce bene da che altezza, la polizia ha cominciato a lanciare. Avrei poi saputo da una ragazza che la polizia aveva bloccato il deflusso, stringendo i manifestanti nello stesso perimetro dei casseurs, tra Place de la République et Porte Saint Martin, mentre attorno, verso il centro e verso Canal San Martin, iniziavano a levarsi barricate improvvisate con macchine e biciclette elettriche date alle fiamme.

Dopo il supermercato, magazzini di articoli sportivi e telefonia attorno a République vengono presi d’assalto. Nel locale, dove vi sono diversi manifestanti, l’impressione è quella di stato d’assedio – i baristi, immigrati di origine indiana, parlano di scene mai viste, di guerra civile. Il timore è che i casseurs possano prendere d’assalto anche il bar. Avremmo poi saputo che la proprietaria, franco-cinese, della tabaccheria di fianco sarebbe stata assaltata a colpi di spranghe.

Concitati, i camerieri portano tavolini e sedie all’interno, aiutati da quei manifestanti che, loro malgrado, erano finiti al centro di questi scontri: alcuni ridacchiano, dando atto di scarso principio di realtà, ma i più – tra i quali N. con cui mi sarei poi tratto d’impaccio da questa situazione – sono esterrefatti dal degenerare della situazione.  

Con N. valutiamo che, restando lì, rischiamo di finire in trappola, non potendo aver contezza delle intenzioni di chi si dà al saccheggio. Una volta fuori, ci rendiamo però conto che “uscire” dal corteo, o almeno porsi in un suo settore tranquillo, risulta impossibile perché non vi è “un corteo”, né, almeno nella zona in cui ci troviamo, reale distinzione tra settori tranquilli e non.

Ovunque e in ordine sparso vi sono sezioni di manifestanti normali frammisti a nugoli di incappucciati, impegnatiti in scontri con la polizia; non vi è cordone né di servizio d’ordine né della polizia che delimiti il percorso della manifestazione, permettendo di uscirne, costringendo di conseguenza persone diverse, da manifestanti a passanti, a trovarsi stretti tra i due fuochi. Alcuni baristi rifiutano di aprire le porte. Un ristorante cinese ci accoglie. Rimarremo lì fino al pomeriggio tardi, quando, nonostante le barricate di fianco e altre cariche di polizia, decidiamo di prendere il metro. Arriviamo nella parte, appena adiacente a Belleville, sopraelevata rispetto a République e Saint Martin, dove si concentrano gli scontri.

Usciti da metro di Goncourt, la situazione appare più tranquilla, per quanto ancora interna al contesto della mobilitazione. E così di nuovo, sparpagliati per i marciapiedi: manifestanti “normali” con kefiah al collo, altri con kefieh avvolte sul volto (non per proteggersi da lacrimogeni, lì assenti) persone completamente coperte con maschere di plastica.

Vediamo una colonna di fumo alzarsi, verso canal Saint Martin in direzione del quale dobbiamo comunque dirigerci per recuperare la bici di N. Mentre percorriamo la strada un padre ebreo con abiti tradizionali e tzizit visibili da giacca cammina, con fare tranquillo, mano nella mano con il bambino: lo shabbat sta volgendo al termine, si staranno recando al tempio per la funzione. Fendono la folla senza colpo ferire, nessuno, almeno al momento in cui passiamo, li apostrofa in alcun modo. La scena, quasi surreale, dona sollievo.

Verso Canal Saint Martin ritorna la scena guerriglia, con barricate date alle fiamme e fumo. Un ragazzo dice, eccitato, al proprio compagno “Stasera sarà la guerra”. Passiamo tra le persone incappucciate, prendiamo la bici e ci riportiamo verso una zona tranquilla.

I primi commenti sono quelli dei genitori di N. che chiamano da Bordeaux, dove la casa della prefetta è stata presa d’assalto, per sapere delle sorti del figlio. “Sarà un’autostrada aperta alla destra”, dice la madre. Mentre il padre, già giornalista, chiede al figlio se “erano stati gli algerini” a prendere d’assalto il supermercato. Riguardiamo la foto presa da N. all’assalto del supermercato: spiccava quella dell’Algeria, mentre quella palestinese veniva brandita, a Marsiglia, da uno dei manifestanti che aveva preso d’assalto la Mairie. La convergence des luttes.


di Cosimo Nicolini Coen