Gaza e il collo di bottiglia della sicurezza

lunedì 19 ottobre 2026


Tra mandati Onu e logistica bloccata, la transizione attende una svolta

L’inchiesta pubblicata dal Guardian sul mancato avvio del primo avamposto logistico affidato ad Arkel International all’interno della Striscia di Gaza mette a nudo la contraddizione strutturale tra l’ambizione dei piani internazionali di stabilizzazione e la dura realtà geopolitica e militare sul terreno.

Il blocco dei contractor e dei materiali da parte israeliana, sebbene non costituisca di per sé la prova inequivocabile di un sabotaggio definitivo del Board of Peace, evidenzia come la catena di comando e coordinamento prevista dalla risoluzione Onu 2803 del 2025 incontri ostacoli operativi formidabili. È fondamentale mantenere una rigorosa distinzione analitica tra il sito logistico LSA Endurance, regolarmente predisposto in territorio israeliano presso Kerem Shalom, e l’avamposto avanzato di 100 per 100 metri previsto dentro Gaza, i cui cantieri risultano di fatto congelati.

Questa asimmetria riflette il dilemma strategico di Gerusalemme: accettare la presenza di forze multinazionali (composte da contingenti come quelli marocchini e kosovari) senza garanzie ferree sul disarmo di Hamas e sulla prevenzione di un nuovo vuoto di sicurezza rischia di essere percepito come un azzardo inaccettabile. D’altro canto, la scadenza elettorale israeliana del 27 ottobre 2026 funge da variabile temporanea di irrigidimento politico, dove la priorità della campagna elettorale prevale spesso sulle concessioni tattiche necessarie alla transizione.

Dal punto di vista dell’economia politica e della finanza pubblica internazionale, la ricostruzione di Gaza si muove su parametri di devastazione senza precedenti. Con il 92 per cento degli stabilimenti industriali danneggiati o distrutti e un fabbisogno stimato da Onu, Ue e Banca Mondiale in oltre 71 miliardi di dollari nel decennio, la semplice moltiplicazione di progetti cartolari o di forze di interposizione simboliche (da 150 a 500 unità) non può sostituire una strategia economica integrata.

L’economia gazaoui, la cui ripresa statistica del Pil nel 2025 (+34,2 per cento) maschera una depressione strutturale profonda con un Pil pro capite fermo al 17 per cento dei livelli del 2022, necessita di libertà di transito, bonifiche e riattivazione dei circuiti commerciali, oltre che di una stretta interoperabilità fiscale e amministrativa con l’Autorità Palestinese.

Una prospettiva liberale e riformista impone di sostenere fermamente gli alleati democratici — Stati Uniti, Israele e i partner europei — nella ricerca di una stabilità duratura, respingendo ogni lettura massimalista che riduca il contenzioso amministrativo a un mero rifiuto dell’innovazione o della pace.

La sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi a un governo civile ed efficiente non sono alternativi, ma richiedono una sequenza rigorosa: disarmo verificabile dei gruppi armati, protezione dei confini, sblocco dei corridoi logistici sotto egida multinazionale e trasparenza assoluta nell’impiego dei fondi per la ricostruzione.

Se l’avamposto di Arkel dovesse sbloccarsi dopo il voto di fine ottobre, esso potrà rappresentare il primo test empirico di una governance transitoria fondata su regole e non sull’emergenza permanente.


di Riccardo Renzi