martedì 13 ottobre 2026
“Se volete vincere, non dovete comprare petrolio dalla Russia”. Il 18 settembre 2025 Donald Trump pronunciava queste parole in un’intervista a Fox News. Cinque giorni dopo, all’Onu, accusava gli europei di finanziare la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina acquistando energia da Mosca. Il messaggio era inequivocabile: per indebolire Putin bisognava sottrargli le entrate petrolifere. Il 9 ottobre 2026, dopo un colloquio con lo stesso Putin, Trump ha annunciato nuove forniture russe di gasolio: oltre 300mila tonnellate nell’immediato, altre 500mila a novembre e un ulteriore milione successivamente. Nello stesso giorno il Dipartimento del Tesoro ha emanato la General License 135, autorizzando fino al 7 aprile 2027 determinate operazioni sul gasolio di origine russa, compresa la sua importazione negli Stati Uniti. Ciò che veniva contestato agli europei è diventato così un’opzione per Washington. Qualcuno, nell’entusiasmo, ha persino scomodato il Primum vivere, Deinde philosophari, trasformando Trump in un raffinato interprete del latino. Ma per cogliere la contraddizione non occorre conoscere le lingue classiche. Basta comprendere l’inglese nel quale lo stesso presidente, appena un anno fa, spiegava agli europei che acquistare petrolio russo significava finanziare Putin. L’obiettivo dichiarato dell’accordo è frenare il prezzo del diesel, aumentato anche per effetto della guerra contro l’Iran, a poche settimane dalle elezioni americane del 3 novembre. Ma quanto può incidere davvero?
Secondo Gregory Brew, analista di Eurasia Group, la prima tranche, distribuita su un mese, equivarrebbe a circa 74mila barili al giorno. Per Tim Armitage, di Quilter Cheviot, le 300mila tonnellate iniziali corrispondono a 2,25 milioni di barili: meno di una giornata di consumo statunitense di distillati, pari a circa 3,8 milioni di barili. Il beneficio sui prezzi potrebbe dunque essere limitato; le conseguenze politiche sono ben più rilevanti. L’Unione europea ha sostenuto costi considerevoli per ridurre la dipendenza energetica da Mosca, pur senza eliminarla. Trump chiedeva agli alleati di fare di più, sostenendo che ogni acquisto alimentasse la macchina bellica del Cremlino. Quel principio, tuttavia, non cambia in funzione dell’acquirente. Né scompaiono le entrate di cui beneficia la Russia quando il carburante prende la strada degli Stati Uniti. La contraddizione emerge anche sul terreno. Gli attacchi ucraini alle raffinerie russe puntano a ridurre le disponibilità di carburante e i ricavi dell’economia di guerra di Mosca. Eppure, secondo ricostruzioni giornalistiche internazionali, rappresentanti americani avrebbero chiesto a Kyiv di fermarli, prospettando possibili ripercussioni sulla cooperazione militare e sulla condivisione dell’intelligence. All’Ucraina, il Paese aggredito verrebbe dunque chiesto di rinunciare a colpire una risorsa strategica dell’aggressore, proprio mentre Washington apre una nuova possibilità di commercializzazione del gasolio russo. Si aggiunge un interrogativo ancora più delicato: da dove proviene effettivamente il carburante che Mosca intende esportare? Gli attacchi ucraini hanno danneggiato la capacità di raffinazione russa, favorendo il ricorso a forniture estere. Secondo Windward, tra luglio e agosto 2026 Mosca ha importato circa 3,85 milioni di barili di carburanti e componenti petroliferi.
Ciò non impedisce alla Russia di continuare a esportare gasolio, ma dimostra che prodotti stranieri entrano nelle sue filiere di approvvigionamento. Tra i partner energetici di Mosca figura l’Iran. Il trattato di partenariato strategico globale firmato il 17 gennaio 2025 da Vladimir Putin e Masoud Pezeshkian prevede, all’articolo 22, forniture petrolifere, operazioni di swap e cooperazione sugli idrocarburi; l’articolo 19 impegna i due Paesi a contrastare gli effetti delle sanzioni unilaterali. Le statistiche Wits della Banca mondiale registrano nel 2023 esportazioni iraniane verso la Russia di prodotti classificati sotto la voce doganale Hs 2710, comprendente diversi derivati petroliferi, tra cui il gasolio. I quantitativi ufficiali sono esigui e non consentono di identificare precisamente i prodotti trasferiti, ma documentano flussi anche dall’Iran verso la Russia. Quanto di questi scambi è effettivamente ricostruibile attraverso le statistiche pubbliche? E quali verifiche possono assicurare che il gasolio venduto come russo sia stato prodotto interamente in Russia? Carburanti provenienti da raffinerie differenti possono essere immagazzinati insieme, miscelati e rivenduti come lotti omogenei. Per accertarne l’origine servono registri, documenti di trasporto e certificazioni doganali: non basta il porto di partenza. E i rischi di falsificazione sono tutt’altro che teorici.
Il 10 aprile e il 2 settembre 2025, il Tesoro statunitense ha individuato reti che occultavano l’origine del petrolio iraniano mediante trasferimenti tra navi, miscelazioni e documentazione ingannevole, arrivando a presentarlo come prodotto iracheno. Non esiste, allo stato, alcuna prova pubblica che il gasolio destinato agli Stati Uniti nell’ambito dell’intesa contenga prodotti iraniani. Né la General License 135 autorizza operazioni altrimenti vietate dalle sanzioni contro Teheran. Ma proprio questo rende indispensabile una domanda: quali controlli permetteranno di accertare la provenienza effettiva delle forniture, invece di affidarsi esclusivamente alla documentazione presentata dagli operatori? Se carburante iraniano entrasse nei depositi russi, fosse miscelato con quello locale e poi commercializzato con un’origine falsamente dichiarata, Washington rischierebbe di finanziare indirettamente anche il Paese contro il quale sta combattendo. È un’ipotesi, non un fatto accertato. Ma i precedenti documentati dalle stesse autorità americane spiegano perché debba essere verificata. Il quadro è eloquente. Trump chiedeva all’Europa di non finanziare Putin e ora autorizza nuove operazioni sul gasolio russo. Sollecitava misure per ridurre le risorse del Cremlino, ma da Kyiv giungono notizie di pressioni americane per limitare gli attacchi alle raffinerie. Per contenere le ricadute economiche della guerra contro l’Iran, apre una via commerciale con la Russia, partner strategico di Teheran, senza che risultino pubblicamente illustrati controlli specifici sull’origine delle forniture. Per l’Europa la questione supera il prezzo del diesel. La solidità di un’alleanza si misura anche dalla coerenza dei principi che i suoi membri chiedono agli altri di rispettare. Quando Washington pretende sacrifici in nome di un obiettivo comune, per poi derogare allo stesso principio in risposta alle proprie esigenze interne, la domanda non è quale Trump ascoltare, quello del settembre 2025 o quello dell’ottobre 2026. È su quale continuità della politica americana l’Europa possa fondare la propria sicurezza.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)