L’intramontabile ombra di de Sade

lunedì 12 ottobre 2026


Vedremo se la decisione, pessima, di trasmettere in diretta il prossimo 3 dicembre l’esecuzione di Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009, sarà davvero attuata.

Se accadrà, peraltro, assisteremo ad una specie di interessante esperimento sociologico: quante persone visualizzeranno l’evento, negli Usa e nel mondo? Quali insiemi sociali saranno più rappresentati fra coloro che vi assisteranno? Quali tratti culturali e psicologici li caratterizzeranno?

Si tratta di quesiti per nulla irrilevanti poiché attraverso le risposte che potrebbero emergere da un’indagine ad hoc potremmo misurare la distanza fra i nostri giorni e quelli passati, nei quali la presenza del pubblico alle esecuzioni era, in ogni parte del mondo, molto diffusa e talora persino incoraggiata dal potere politico.

Oggi sono note esecuzioni pubbliche in Iran e Aghanistan e, occasionalmente, in Arabia Saudita, Somalia e Corea del Nord. Le motivazioni che, storicamente, spingevano il pubblico ad affollare le piazze in cui un condannato veniva giustiziato erano sostanzialmente legate all’opinione sulla colpevolezza o l’innocenza della persona che stava salendo sul patibolo e non alla valutazione morale della pena di morte, ritenuta, per secoli, del tutto giusta. Non va però trascurato un aspetto altrettanto presente anche se di difficile stima quantitativa, ossia la natura ‘spettacolare’ dell’esecuzione in tempi nei quali la virtualità dell’informazione e dell’intrattenimento, ora onnipresente in tutte le forme tecnologiche che conosciamo, era inesistente e la gente preferiva assistere in prima persona alla uccisione di una persona colpevole di gravi reati.

Del resto, la morte procurata è stata per millenni considerata un fenomeno per nulla deplorevole anche perché molto spesso rispondeva a criteri di piena legittimità persino giuridica come è stato, e in alcuni Paesi è tuttora, per la lapidazione. Ma l’antica Roma eccelle sicuramente per la sua propensione in questo senso perché il pubblico riempiva gli anfiteatri, come oggi riempie gli stadi, per assistere a duelli violenti che non raramente implicavano la morte di un gladiatore oppure per ‘godersi’ lo spettacolo della damnatio ad bestias cioè la messa a disposizione di un condannato alla fame di bestie feroci. Nei secoli più recenti si è tuttavia messo in moto un lento abbandono delle pratiche sopra accennate assieme ad una progressiva valutazione negativa della stessa pena di morte.

C’è però da chiedersi fino a che punto questa encomiabile tendenza culturale risponda ad esigenze stabili e irreversibili della natura umana. Essa insiste, in molte circostanze non necessariamente belliche, nell’attribuire alla morte, tanto dell’avversario politico quanto di persone qualsiasi come pare sia accaduto nel Sarajevo Safari, un valore intrinseco, magari ideologico oppure meramente sadico, inconfessabile ma ancestrale. Attenzione quindi al 3 dicembre. L’ipotesi è che molte persone dichiareranno di non volere assistere alla fucilazione anche ritenendo il condannato meritevole della pena, molte diranno apertamente di volerla vedere senza problemi ritenendola una pena giusta e altri ancora negheranno di assistervi ma lo faranno di nascosto. Quest’ultima categoria sarà certamente la più interessante da spiegare.


di Massimo Negrotti