La vendetta che a Gaza non c’è stata

mercoledì 7 ottobre 2026


A tre anni dal 7 ottobre 2023 ritorna una parola che ha accompagnato quasi dall’inizio la guerra di Gaza: “vendetta”. Questa parola ricorreva come snodo centrale anche stamani (7 ottobre 2026) a Prima pagina su Rai Radio 3, ed è forse tra tutte, insieme al termine “genocidio”, la più fuorviante. Israele, si dice, avrebbe risposto alla strage perpetrata da Hamas con una rappresaglia vendicativa e sproporzionata, e poiché la vendetta non risolve nulla, la guerra stessa sarebbe stata, oltre che sanguinosa, sostanzialmente inutile.

La premessa è giusta: la vendetta non risolve nulla. Infliggere sofferenza perché si è sofferto, uccidere per pareggiare un conto di sangue, non costituisce una strategia politica. Ma proprio per questo descrivere in questi termini ciò che Israele decise di fare dopo il 7 ottobre è un errore. L’obiettivo israeliano non era stabilire quanti palestinesi dovessero morire per compensare gli israeliani assassinati. Era un altro: togliere ad Hamas il controllo di Gaza, distruggerne per quanto possibile la capacità militare e riportare a casa più ostaggi possibile nel minor tempo possibile.

Si può discutere sul modo in cui questi obiettivi sono stati perseguiti. Si può sostenere che singole operazioni, com’è sempre accaduto in ogni guerra, siano state sbagliate, che alcune informazioni fossero inesatte, che determinati attacchi potessero essere evitati o condotti diversamente. Dove esistano prove di violazioni del diritto di guerra, esse devono naturalmente essere accertate. Ma tutto questo non trasforma automaticamente l’obiettivo generale della guerra in una vendetta. La differenza è sostanziale, perché la vendetta guarda al passato: mi hai fatto questo, dunque te la farò pagare. Una strategia di sicurezza guarda invece al futuro: hai dimostrato di possedere la volontà e la capacità di compiere il 7 ottobre; devo impedirti di conservare le condizioni politiche e militari per ripeterlo.

A questo punto si profila un paradosso sul quale raramente ci si sofferma. Una risposta israeliana molto più limitata avrebbe potuto essere, in realtà, molto più autenticamente vendicativa. Bombardare Gaza per qualche settimana, uccidere un certo numero di appartenenti ad Hamas e qualche migliaio di civili, proclamare che Israele aveva reagito e poi lasciare Hamas al governo della Striscia avrebbe significato infliggere morte e distruzione senza modificare la situazione strategica che aveva reso possibile il 7 ottobre.

Quella sì sarebbe stata una terribile contabilità del sangue: abbiamo subito dei morti, ne abbiamo provocati altri, molti di più, e il conto per noi è chiuso. Ma il conto non poteva essere chiuso, perché Hamas sarebbe rimasto dov’era, ed è per questo che il termine “vendetta” risulta equivoco, così come risulta equivoco anche un altro termine che gli è spesso associato: “proporzionalità”. La proporzionalità nel diritto bellico non significa che a un determinato numero di israeliani uccisi debba corrispondere un numero simile di palestinesi. Non è una proporzione aritmetica fra cadaveri. Riguarda, in termini molto semplificati, il rapporto tra il vantaggio militare concreto previsto da un attacco e il danno incidentale prevedibile per i civili, che c’è stato in ogni guerra e che è particolarmente consistente quando si combatte in aree densamente abitate contro terroristi non riconoscibili dalle loro divise.

Hamas ha infatti combattuto all’interno di un territorio densamente popolato, in un ambiente nel quale combattenti e popolazione civile erano difficilissimi da separare materialmente. Un combattente che non porta un’uniforme non cessa per questo di essere un combattente; ma per chi deve individuarlo diventa immensamente più difficile distinguerlo da chi combattente non è. Immaginiamo un caso schematico. In un edificio si trovano cento persone e l’intelligence israeliana ritiene con ragionevole certezza che dieci o quindici siano combattenti di Hamas. Che cosa deve fare un esercito che ha come obiettivo sconfiggere quest’organizzazione terroristica capace di crimini paragonabili solo a quelli compiuti dalla SS?

Non può entrare nell’edificio e domandare chi appartenga ad Hamas, aspettandosi che i quindici alzino educatamente la mano, o che gli altri li denuncino. Una circostanza del genere, oltre ad essere per ovvi motivi del tutto irrealistica, potrebbe esporre i propri soldati a un rischio enorme, e uno Stato in guerra ha anche il dovere di tenere conto della vita dei propri militari. Questo non significa affatto che quell’edificio possa essere automaticamente bombardato, perché anche in una guerra che si combatte con le regole ciniche imposte da Hamas bisogna considerare l’importanza dell’obiettivo, l’attendibilità delle informazioni, il danno prevedibile per i civili e l’esistenza di alternative concretamente praticabili. Se si sospetta soltanto che nell’edificio vi sia un combattente marginale e si prevedono cento morti civili, rinunciare all’attacco può essere precisamente la decisione che il diritto e la ragione impongono.

Ma vale anche il principio inverso: la presenza dei civili non può conferire automaticamente immunità a un obiettivo militare. Altrimenti si produrrebbe un incentivo mostruoso: quanto più efficacemente un’organizzazione armata riuscisse a confondersi con la popolazione civile, tanto più diventerebbe militarmente inattaccabile. Perciò le vittime civili, per quanto spaventose, non dimostrano da sole né l’intenzione di uccidere civili né l’esistenza di una politica di vendetta. Bisogna giudicare le operazioni concrete, e bisogna aggiungere un altro elemento che nella discussione viene spesso dimenticato: il tempo.

Il 7 ottobre Hamas non si limitò a massacrare israeliani. Prese anche centinaia di ostaggi e li portò nella Striscia. Da quel momento ogni giorno trascorso significava lasciare cittadini israeliani nelle mani dell’organizzazione che aveva appena compiuto quella strage. Naturalmente, neppure l’esistenza degli ostaggi rendeva lecito qualsiasi mezzo, ma modificava radicalmente la situazione strategica e restringeva i tempi disponibili. È facile, a posteriori, immaginare mesi o anni di preparazione, intelligence, infiltrazione e operazioni chirurgiche. Molto meno facile è farlo quando centinaia di propri cittadini sono prigionieri di un nemico sanguinario.

Questo non significa che in guerra la morale sia sospesa, ma piuttosto il contrario: è proprio perché la guerra pone gli uomini davanti a scelte terribili che esiste un diritto specifico che rimane valido in ogni conflitto. Israele rimaneva obbligato a distinguere per quanto possibile civili e combattenti, a prendere precauzioni e a rinunciare agli attacchi nei quali il danno civile prevedibile fosse eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto previsto; ma questi obblighi non significano che un esercito debba rinunciare a combattere perché il nemico opera in mezzo alla popolazione e usa i suoi civili come scudi umani.

In altri termini, più riassuntivi, è perfettamente possibile sostenere contemporaneamente tre cose: che Hamas abbia creato deliberatamente una situazione nella quale sarebbe stato impossibile combatterlo senza provocare molte vittime civili; che Israele avesse comunque l’obbligo di ridurre quelle vittime quanto concretamente possibile senza riceverne danni militari; e che singole operazioni israeliane possano essere state sbagliate o persino illecite senza che per questo l’azione complessiva dell’esercito israeliano possa essere interpretata una rappresaglia vendicativa sproporzionata.

Non c’è contraddizione, anzi, proprio questa distinzione permette di discutere seriamente delle eventuali responsabilità israeliane senza ricorrere alla spiegazione infantile e rabbiosa della vendetta. Israele aveva davanti un problema strategico: era possibile, dopo il 7 ottobre, lasciare Gaza nelle mani dell’organizzazione criminale che aveva organizzato il 7 ottobre? La risposta è no, e proprio per questo il problema che rimane oggi è terribilmente serio. Se Hamas conservasse o recuperasse capacità militari e controllo politico sufficienti per ricostruire nel tempo la situazione precedente, la tragedia di questi anni rischierebbe di diventare ancora più assurda: decine di migliaia di morti, devastazioni immense, un odio ulteriormente accresciuto, per ritrovarsi infine davanti allo stesso problema dal quale si era partiti.

A quel punto l’azione militare di Israele rischierebbe davvero di assomigliare retrospettivamente a ciò che i suoi critici sostengono sia stata fin dall’inizio: una gigantesca rappresaglia con finalità vendicative che non ha eliminato la causa di quanto è accaduto. Per questo sconfiggere Hamas non dovrebbe significare condannare Gaza a una guerra perpetua; dovrebbe significare esattamente il contrario: sottrarre ad Hamas il controllo politico e militare della Striscia e costruire qualcosa che possa sostituirlo.

Il discorso, a questo punto, si allarga inevitabilmente. Occorre riaprire un rapporto con un’autorità palestinese alternativa ad Hamas, affrontare seriamente il problema della Cisgiordania e rendere nuovamente pensabile, con tutte le garanzie di sicurezza necessaria per Israele, una prospettiva dei due Stati. Perché eliminare il potere di Hamas non significa eliminare il diritto dei palestinesi ad avere un futuro politico.

Israele può essere criticato duramente su molti aspetti della propria politica. Può esserlo sulla Cisgiordania, sugli insediamenti, su alcune scelte dei suoi governi e sulle singole operazioni condotte a Gaza. Nessuna di queste questioni deve essere nascosta. Ma sono precisamente queste distinzioni a rendere ancora più necessario liberarsi della parola più facile: “vendetta”. Perché la domanda fondamentale posta dal 7 ottobre non era quanti palestinesi dovessero morire per vendicare gli israeliani assassinati, ma un’altra: può uno Stato lasciare al potere, a pochi chilometri dalle proprie città, l’organizzazione che ha appena dimostrato di voler e poter compiere il 7 ottobre e che ha come obiettivo primario la sua distruzione? È da questa domanda, non dalla retorica della vendetta, che bisognerebbe cominciare ad analizzare quanto è successo, senza immaginare motivazioni semplicistiche e infantili che non possono essere attribuite con qualche verosimiglianza a nessuna democrazia matura.


di Gustavo Micheletti