Elettori americani, attenzione al rischio di una conquista islamista dell’America

martedì 29 settembre 2026


Un pericoloso fenomeno si sta sviluppando in America: non lasciate che ciò che è accaduto nel mio Paese d’origine accada anche qui. Molte persone si rifiutano di vedere la graduale diffusione dell’ideologia islamista in quasi ogni settore della società americana: nei media, nella politica, nell’organizzazione delle comunità, nell’istruzione e nel dibattito pubblico. Questi sono i segnali delle diverse fasi di una rivoluzione islamica. Avanza in modo silenzioso e metodico: un’ideologia che antepone la propria dottrina religiosa all’identità nazionale e le costituzioni basate sulla Sharia a quelle non islamiche, create dagli uomini e non da Allah.

Se pensate che una presa di potere islamista sia impossibile negli Stati Uniti, ricordate che lo stesso si diceva dell’Iran prima del 1979. Negli anni che precedettero la Rivoluzione islamica, persino gli osservatori più esperti, dai leader occidentali agli stessi cittadini iraniani, non riuscirono a comprendere ciò che stava per accadere. Le forze che finirono per conquistarono il potere non dichiararono apertamente le proprie intenzioni fin dall’inizio. Agirono dal basso verso l’alto, attraverso le moschee e le organizzazioni della società civile, conquistando gradualmente influenza. Si presentarono come socialisti, riformatori o difensori del popolo. L’ayatollah Ruhollah Khomeini, che fondò la Repubblica islamica dell’Iran attraverso una rivoluzione, inizialmente promise democrazia, uguaglianza per le minoranze religiose ed etniche e diritti per le donne: “L’Islam tutela le donne più degli uomini: ha riconosciuto alle donne più diritti che agli uomini. Questo significa che le donne hanno diritto di voto. Ciò che garantiamo alle donne è più di quanto garantisca l’Occidente. Le donne hanno il diritto di votare e di essere elette. Tutto questo sarà garantito. Le donne avranno piena libertà di decidere della propria vita saranno libere di lavorare, se lo desiderano”.

IranWire commenta: “La Repubblica islamica impose poi alle donne l’obbligo di indossare il velo e, ancora oggi, chi si oppone al velo forzato viene regolarmente perseguito”. Il cambiamento, quando alla fine arrivò, fu rapidissimo. Nel giro di pochi mesi, un Paese in via di modernizzazione fu trasformato in una teocrazia medievale. Le norme della Sharia furono imposte in ogni ambito della vita, soprattutto alle donne. Il mondo ne fu sconcertato. Quegli uomini, fino ad allora considerati “irrilevanti”, si erano preparati con cura per anni. Nella tradizione islamista sciita, un concetto chiave è la taqiyya, ossia la possibilità di celare o dissimulare le proprie convinzioni religiose, ritenuta lecita quando serve al fine superiore di favorire la diffusione dell’Islam: “Fino a quando il grido Non c’è altro Dio all’infuori di Allah risuonerà ovunque”.

È proprio questo uno degli elementi che li rese così efficaci nel conquistare il potere in Iran: la capacità di dire alla gente ciò che voleva sentirsi dire, mentre perseguivano in realtà un’agenda di lungo periodo molto diversa. Una volta consolidato il potere, la legge religiosa e “l’esportazione della rivoluzione” vennero anteposte alla crescita economica, alle libertà individuali e al benessere della popolazione. L’Iran, un Paese ricco di risorse, vive da decenni in condizioni di difficoltà economica, mentre i suoi leader hanno continuato a reprimere la propria popolazione.

Un movimento analogo sta emergendo oggi in alcune aree dell’America. Segnali di un’influenza di matrice islamista si fanno strada nei media, nell’attivismo, nelle iniziative locali e nella politica elettorale. Basti pensare a figure come Zohran Mamdani, oggi sindaco di New York; Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti, in Michigan; Imtiaz Mohammad, candidato repubblicano alla Camera dei rappresentanti della Florida; e l’influente streamer Hasan Piker, che ha fatto campagna elettorale al fianco di candidati di questo tipo.

Ciò che colpisce in modo particolare è che queste figure non cercano nemmeno di nascondere le proprie priorità, come invece fecero gli artefici della Rivoluzione islamica del 1979. In Iran, gli islamisti ricorsero a una dissimulazione sistematica, la taqiyya, presentandosi come riformatori moderati fino a quando non conquistarono il potere. Oggi, alcune delle voci più influenti che stanno emergendo nella politica e nella cultura americana sono molto più esplicite nel porre l’identità islamica, le priorità della propria comunità o una dura critica agli Stati Uniti al di sopra della fedeltà nazionale e dell’identità americana. Basta guardare ai fatti.

Nel 2018, Imtiaz Mohammad, candidato repubblicano alla Camera dei rappresentanti della Florida per il Distretto 103, intervenne al Darul Uloom Institute e dichiarò: “L’America vive di odio e il popolo americano è il più ignorante al mondo”. Quando, anni dopo, il video riemerse, Mohammad ribadì quanto aveva affermato. Hasan Piker, l’influente streamer che ha fatto campagna elettorale al fianco di candidati come Abdul El-Sayed, dichiarò durante una diretta del 2019: “L’America se l’è meritato, l’11 settembre, amico. Fa***lo, lo dico e basta”. Zohran Mamdani, oggi sindaco di New York, ha posto la propria identità musulmana al centro della sua immagine pubblica: durante la campagna elettorale ha visitato decine di moschee, ha prestato giuramento sul Corano e ha descritto l’Islam stesso come “una religione fondata su una storia di migrazione”, richiamandosi a questi riferimenti per criticare l’Ice e le espulsioni di migranti irregolari e criminali da parte del presidente Trump.

Il progetto “Epic” in Texas (ribattezzato “The Meadow” dopo che il governatore Abbott aveva accusato il gruppo di voler introdurre la Sharia negli Stati Uniti) era stato apertamente presentato come una comunità progettata “per rispondere alle esigenze crescenti di una comunità musulmana”, con tanto di moschea e scuola islamica. Il progetto è stato sottoposto a un attento esame da parte delle autorità statali, che hanno messo in guardia dal rischio di società parallele e sistemi giuridici separati. Non c’è nulla di nascosto: è tutto pubblico. Sono dichiarazioni, scelte elettorali e progetti che mettono chiaramente al centro l’identità musulmana, una visione della realtà in chiave islamica o una dura critica dell’America. È proprio questa trasparenza a rendere pericoloso il momento attuale, come accadde in Iran nel 1979. Per chi ricorda quanto rapidamente il Paese cambiò una volta caduta la maschera, ciò che oggi viene dichiarato apertamente è ancora più inquietante.

Per molti di coloro che abbracciano una visione fortemente islamista, l’identità religiosa e l’obiettivo di affermare le norme islamiche vengono prima della fedeltà nazionale. Un leader americano, come il presidente Donald J. Trump, che mette al primo posto i principi fondanti e la prosperità degli Stati Uniti, difenderà la Costituzione, i diritti individuali e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Un islamista, invece, considera la dottrina religiosa l’unica autorità suprema. Le priorità religiose vengono prima di tutto, mentre gli interessi più ampi del Paese (libertà, prosperità e diritti delle donne) devono essere subordinati. L’Iran è l’esempio moderno più evidente di questa realtà.

Gli elettori, soprattutto i più giovani, dovrebbero prestare la massima attenzione. Le promesse di servizi gratuiti, giustizia economica o “una maggiore voce politica” possono risultare irresistibilmente allettanti. Khomeini usava un linguaggio simile prima del 1979. Parlava di vantaggi per il popolo. Purtroppo, promesse di questo tipo hanno spesso accompagnato movimenti i cui veri obiettivi erano ben diversi. Basti guardare all’ex Unione sovietica, a Cuba e al Venezuela. Una volta conquistato il potere, l’ideologia di fondo non scompare: prende il sopravvento.

L’America sta imboccando una strada estremamente pericolosa e inquietante, che ricorda da vicino il modo in cui il mio Paese d’origine, l’Iran, e molti altri Paesi (Turchia, Egitto, Libano, Siria, Afghanistan, Azerbaigian, Indonesia, solo per citarne alcuni) furono improvvisamente conquistati dagli islamisti o travolti da una rivoluzione islamica. Se gli elettori continueranno a sostenerli e a eleggerli, l’America sarà presto trasformata, come delineato nel documento An explanatory memorandum on the general strategic goal for the (muslim) brotherhood in North America: “Gli Ikhwan (Fratelli Musulmani) devono comprendere che il loro operato in America costituisce una sorta di grande jihad volto a eliminare e distruggere dall’interno la civiltà occidentale e a sabotare con le proprie mani e con quelle dei fedeli la sua misera casa”.

Ogni voto a favore di questi jihadisti fa arretrare il Paese di centinaia di anni, proprio come accadde in Iran dopo il 1979, quando conquistarono il potere nel giro di pochi mesi e imposero la legge della Sharia in ogni aspetto della vita. A quanto pare, vorrebbero fare lo stesso negli Stati Uniti (si veda qui, qui e qui). Ricorreranno all’inganno se riterranno che possa aiutarli a raggiungere questo obiettivo e anteporranno sempre la loro interpretazione della Sharia e la loro ideologia religiosa alle leggi e ai valori americani, per raggiungere il paradiso che la loro dottrina promette. Ogni voto di questo tipo va contro la libertà, la democrazia e i valori fondanti della nazione. È già accaduto altrove: dopo una fase iniziale di lenta e silenziosa penetrazione, il cambiamento può arrivare con una rapidità sorprendente.

(*) Tratto dal Gatestone Institute

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Majid Rafizadeh (*)