lunedì 28 settembre 2026
Maria Yizhvenko aveva 29 anni. Era una giornalista, aveva lavorato per NV Business e aveva appena iniziato a immaginare una nuova fase della propria vita. Con suo marito progettava il futuro, una casa, una famiglia, dei figli. Progetti semplici, quasi banali nella loro normalità. Quelle cose che ognuno di noi considera parte naturale della vita perché, in fondo, siamo abituati a pensare che il domani arriverà. Per Maria il domani non è arrivato. Il 25 settembre un drone russo ha colpito un centro direzionale di Kyiv. Maria è morta lì. Aveva ventinove anni. Suo marito ha perso in pochi istanti la donna con la quale immaginava di trascorrere il resto della propria vita. Poi la sua fotografia ha cominciato a circolare sui social network. Un volto giovane. Un nome. Una storia. E noi abbiamo guardato. Come abbiamo guardato centinaia, migliaia di altre fotografie dall’inizio della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina. Volti accompagnati da poche righe: un nome, un’età, una professione, qualche particolare della vita precedente. Era un medico. Era un insegnante. Era uno studente. Era una madre. Era un padre. Stava tornando a casa. Dormiva. Andava al lavoro. Aveva appena sposato la persona che amava. Poi scorriamo oltre. Ed è forse questa una delle conseguenze più terribili di una guerra che dura da anni: l’orrore rischia di trasformarsi in abitudine.
La tragedia diventa una successione di notifiche sullo schermo di uno smartphone. Un missile. Un drone. Un palazzo distrutto. Morti. Feriti. Una nuova fotografia. Un altro nome. Ma dietro ciascuno di quei nomi esisteva un universo. E il pensiero ancora più inquietante riguarda tutti i volti che non vedremo mai. Le persone delle quali non conosceremo il nome, delle quali nessuno condividerà la fotografia sui nostri social network, le storie che non arriveranno sulle pagine dei giornali. Vite interrotte che rimarranno soltanto nel dolore di una famiglia, di un marito, di una moglie, di un figlio. Maria è una di quelle vite. Una tra tante. Ed è proprio questo che rende la sua storia ancora più dolorosa. C’è però qualcosa che, guardando il suo volto, continua a sembrarmi profondamente assurdo.
Viviamo nell’epoca probabilmente più straordinaria della storia umana dal punto di vista scientifico e tecnologico. Abbiamo mandato uomini sulla Luna e sonde ai confini del sistema solare. Possiamo osservare galassie nate miliardi di anni fa. La medicina riesce a intervenire sul genoma. Comunichiamo istantaneamente da un continente all’altro. Costruiamo sistemi di intelligenza artificiale capaci di elaborare in pochi secondi quantità di informazioni che una persona non potrebbe analizzare in un’intera esistenza. Abbiamo imparato a fare cose che soltanto poche generazioni fa sarebbero sembrate magia. Eppure non abbiamo ancora trovato il modo di impedire che, nel cuore dell’Europa del XXI secolo, uno Stato possa continuare a colpire un altro Paese sovrano, notte dopo notte, città dopo città. Questa contraddizione dovrebbe inquietarci molto più di quanto ormai sembri fare. Naturalmente la comunità internazionale non è rimasta immobile. L’Ucraina riceve sostegno militare, economico e politico; contro la Russia sono state adottate sanzioni; sistemi di difesa aerea intercettano ogni giorno missili e droni che altrimenti provocherebbero un numero ancora maggiore di vittime. Ma rimane una realtà difficile da ignorare: dopo anni di guerra, i cittadini ucraini continuano ad andare a dormire senza sapere se durante la notte una sirena li costringerà a correre in un rifugio. E allora viene spontaneo domandarsi quale significato abbia davvero la parola “progresso”. Il progresso non può essere soltanto la capacità di costruire macchine più intelligenti, computer più potenti o armi più sofisticate.
Una civiltà dovrebbe misurarsi anche nella capacità di difendere la vita, il diritto, la libertà e il principio elementare secondo cui nessun Paese può decidere di cancellare con la forza l’esistenza e il futuro di un altro. Altrimenti rischiamo di diventare tecnologicamente sempre più avanzati e moralmente sempre più assuefatti. Forse è proprio l’assuefazione ciò che dobbiamo temere di più. Quando vediamo la fotografia di Maria non dovremmo pensare semplicemente: un’altra vittima della guerra in Ucraina. Dovremmo costringerci a fermarci qualche secondo in più. Ventinove anni. Un marito. Una famiglia che sarebbe potuta nascere. Articoli ancora da scrivere. Viaggi ancora da fare. Compleanni ancora da festeggiare. Discussioni, risate, progetti, giorni normali. Tutto ciò che compone una vita e che nessuna statistica potrà mai raccontare. La guerra tende inevitabilmente a trasformare gli esseri umani in numeri. È necessario fare esattamente il contrario: restituire ai numeri un volto. Quello di Maria Yizhvenko è uno di quei volti. Domani, purtroppo, potremmo vederne un altro. E dopodomani un altro ancora. Possiamo continuare a scorrere. Oppure possiamo ricordarci che dietro ogni fotografia c’è una persona che avrebbe avuto diritto al proprio domani. La vera tragedia del nostro tempo non è soltanto che tutto questo continui ad accadere nel cuore dell’Europa. È che rischiamo di abituarci al fatto che accada.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)