venerdì 25 settembre 2026
Le sanzioni economiche imposte alla Russia stanno producendo conseguenze significative sui bilanci delle sue principali compagnie energetiche. A dimostrarlo sono i risultati finanziari di Lukoil, uno dei maggiori produttori petroliferi russi, che ha chiuso il 2025 con una perdita netta di circa 1.060 miliardi di rubli, equivalenti a oltre 10 miliardi di euro, dopo aver registrato nell’anno precedente un utile di circa 851 miliardi di rubli. Un’inversione di tendenza alla quale ha contribuito la svalutazione delle attività internazionali della compagnia, contabilizzata per circa 1.667 miliardi di rubli, equivalenti a 17,5 miliardi di euro. Un risultato direttamente collegato alle restrizioni imposte dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, che hanno indotto il gruppo russo ad avviare la dismissione del proprio patrimonio estero. Non si tratta, dunque, soltanto di limitazioni alle esportazioni o di difficoltà nelle transazioni finanziarie: le misure restrittive hanno inciso concretamente su investimenti industriali costruiti da Lukoil attraverso decenni di espansione internazionale. La vicenda ha assunto nelle ultime ore una dimensione ancora più interessante. Mentre la compagnia russa cerca di vendere le proprie attività estere, investitori americani e miliardari del Golfo stanno cercando di acquisirle, con il possibile coinvolgimento diretto di un’agenzia federale statunitense.
Al centro dell’operazione troviamo Todd Boehly, il finanziere americano che ha recentemente concordato la cessione della propria partecipazione nel Chelsea e che sta costituendo un consorzio intenzionato ad acquistare gli asset internazionali di Lukoil. Una trattativa che potrebbe trasferire il controllo di importanti infrastrutture energetiche russe a una cordata nella quale figurano capitali privati americani, investitori mediorientali e lo stesso governo degli Stati Uniti. Per comprendere come si sia arrivati a questa situazione occorre tornare al 22 ottobre 2025, quando Washington ha imposto sanzioni a Lukoil con l’obiettivo dichiarato di ridurre le entrate energetiche utilizzabili da Mosca per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina. Le restrizioni hanno indotto la compagnia ad avviare la vendita di un patrimonio industriale che comprende giacimenti petroliferi e di gas dall’Asia centrale al Messico, migliaia di stazioni di servizio e importanti raffinerie europee, tra cui quelle presenti in Bulgaria e Romania. La svalutazione di circa 17,5 miliardi di euro rappresenta una perdita contabile di valore degli investimenti internazionali, non una fuoriuscita immediata di liquidità né il prezzo concordato per la loro vendita. Il 29 gennaio scorso Lukoil aveva annunciato un accordo con Carlyle, una delle principali società americane di investimento, per la cessione di Lukoil International GmbH, la controllata che detiene gran parte delle attività estere del gruppo russo, escluse quelle situate in Kazakhstan. L’intesa, tuttavia, non prevedeva alcuna esclusiva ed era subordinata alle autorizzazioni delle autorità statunitensi.
Dopo quasi otto mesi, l’operazione non è stata ancora perfezionata e proprio questa situazione ha consentito a Boehly di inserirsi nella trattativa, cercando di subentrare a Carlyle nell’acquisizione del patrimonio energetico russo. Il consorzio costituito dal finanziere americano presenta una composizione che merita particolare attenzione. Accanto a Boehly figurano lo sceicco Tahnoun bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti e fratello del presidente emiratino, e la famiglia miliardaria qatariota Al-Khayyat, attiva nei settori immobiliare, energetico e infrastrutturale. La International Holding Company, controllata dallo sceicco Tahnoun, dovrebbe partecipare all’operazione insieme alla società emiratina Allied Investment Partners. Ma la presenza più significativa potrebbe essere quella della International Development Finance Corporation (Dfc), l’agenzia federale americana che finanzia investimenti internazionali. Secondo le informazioni emerse, la Dfc potrebbe acquisire una partecipazione di circa il 15 per cento nella nuova società, mentre Boehly e l’agenzia federale avrebbero complessivamente la maggioranza dei seggi nel consiglio di amministrazione. L’assetto definitivo del consorzio, tuttavia, non è stato ancora formalizzato. A rendere la vicenda ancora più interessante sono i rapporti economici che alcuni dei protagonisti intrattengono con la famiglia del presidente Donald Trump.
La famiglia Al-Khayyat partecipa a un progetto immobiliare in Albania nel quale sono coinvolti Ivanka Trump e Jared Kushner. La società Ucc, controllata dalla stessa famiglia qatariota, ha inoltre ottenuto una concessione petrolifera in Libia senza una gara pubblica e sta acquisendo una partecipazione minoritaria in un giacimento di gas venezuelano gestito da BP. La medesima società partecipa anche a un progetto di ricostruzione della rete di gasdotti siriana che coinvolge Tom Barrack, inviato speciale americano per la Siria e storico collaboratore di Trump. Si tratta di relazioni economiche che evidenziano come la competizione per gli asset di Lukoil coinvolga investitori con importanti interessi internazionali e rapporti commerciali con persone vicine alla Casa Bianca, senza che ciò dimostri, di per sé, interferenze nelle decisioni delle autorità americane. Il nodo più delicato dell’operazione riguarda proprio il ruolo che Washington potrebbe assumere nella vendita. Se la partecipazione della Dfc dovesse concretizzarsi, il governo americano si troverebbe nella posizione di potenziale investitore attraverso un’agenzia federale e, contemporaneamente, di autorità chiamata ad autorizzare il trasferimento degli asset della compagnia russa. Il Dipartimento del Tesoro, attraverso l’Office of Foreign Assets Control (Ofac), conserva infatti il potere di approvare o impedire la transazione. La licenza attualmente in vigore, valida fino al 22 ottobre 2026, consente lo svolgimento delle trattative ma non autorizza automaticamente la vendita, per la quale è necessario un ulteriore provvedimento.
Le condizioni indicate dalle autorità americane prevedono inoltre che le attività cedute interrompano completamente i legami con Lukoil e che le somme eventualmente spettanti alla società russa rimangano bloccate su conti soggetti alla giurisdizione statunitense fino alla revoca delle sanzioni. L’obiettivo dichiarato è evitare che la vendita si traduca nell’immediata disponibilità di nuove risorse finanziarie per Mosca. La vicenda mette in evidenza una delle conseguenze economiche delle sanzioni che colpiscono il settore energetico russo. Lukoil, dopo aver registrato una perdita netta superiore ai 10 miliardi di euro e una svalutazione dei propri investimenti internazionali di circa 17,5 miliardi, si trova ora a dover negoziare la vendita di una parte significativa del proprio patrimonio estero. Nel frattempo, investitori americani e mediorientali competono per acquisire infrastrutture, giacimenti e reti distributive che la compagnia russa aveva sviluppato nel corso degli anni. L’esito della trattativa resta incerto, ma un dato emerge già oggi: il futuro di importanti investimenti energetici russi all’estero dipende ora da una vendita sottoposta all’autorizzazione di Washington. Una trasformazione che documenta le conseguenze economiche e industriali delle sanzioni su uno dei principali protagonisti del settore petrolifero russo.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)