venerdì 25 settembre 2026
Domenica 27 settembre in Francia si terrà l’ultima battaglia elettorale prima delle elezioni presidenziali fissate per il prossimo anno. Una battaglia importantissima, si eleggono 178 senatori su 348, benché non fondata sul voto popolare.
Il Senato francese, il Senat, è composto da 348 membri che durano in carica sei anni ma vengono rinnovati per metà ogni tre anni. Al laticlavio non si accede, però, sulla base del consenso popolare ma attraverso una elezione indiretta tramite un collegio di circa 162mila “grandi elettori”: deputati all’Assemblée nationale, consiglieri regionali e dipartimentali (l’equivalente delle nostre provincie ma con maggiori poteri), delegati dei consigli comunali. Le liste sono su base circoscrizionale per assicurare la rappresentanza delle collettività territoriali e garantire un peso politico alle aree rurali e comunque non massicciamente urbanizzate.
Secondo la Carta costituzionale transalpina, il Senat ha praticamente gli stessi poteri dell’Assemblée nationale, con prerogative in materia di enti locali così come l’Assemblée nationale in tema di bilancio. Il Senat, che ha sede nel Palais du Luxembourg all’interno dei famosi giardini parigini, ha anche il compito di controllare l’attività dell’esecutivo, stendendo rapporti specifici su determinati argomenti. Non può essere sciolto neanche dal presidente della Repubblica e in caso di impedimenti del capo dello Stato il suo presidente assume le funzioni del presidente per il tempo necessario.
La volontà di equilibrare centri cittadini e aree rurali – tradizionalmente orientate rispettivamente a sinistra e a destra – allo scopo di evitare le pericolose fratture territoriali che hanno rappresentato una costante in Francia ha di solito garantito al centro-destra la maggioranza in Senat e soprattutto ha limitato di molto la presenza delle “ali estreme” dello schieramento politico. Oggi il primo gruppo è quello di centro-destra dei Républicains con 131 rappresentanti, seguito da Socialiste, Écologiste et Républicain con 65 seggi e dall’Union centriste con 59 eletti che si rifanno perlopiù al presidente Emmanuel Macron. Ma la situazione potrebbe cambiare. Forse drasticamente. In palio ci sono infatti 77 seggi Les Républicains, 31 socialisti e alleati, 30 centristi. A dimostrare il timore di capovolgimenti elettorali la decisione di ben 44 uscenti di non ricandidarsi. Ma nel contempo a testimoniare l’importanza del Senat la candidatura di un ministro e di 33 deputati in carica.
Vale per le elezioni senatoriali, però, il discorso che a breve si aprirà per gli aspiranti presidenti, i quali vanno “autorizzati” alla candidatura da ben 500 esponenti del “grande elettorato”, una sorta di notabilato che, talvolta al di là delle proprie opinioni personali, non si espone appoggiando personaggi politici dalla coloritura troppo spiccata. La forza del notabilato è di solito orientata alla moderazione. È vero, nel contempo, che il notabilato riesce a perpetuare il proprio potere anche grazie alla capacità di comprendere dove tira l’aria, spesso e volentieri prima delle persone comuni. Potrebbe essere il caso del voto di domenica 27. Benché, invece, dal centro-destra all’estrema sinistra sono in tanti a ipotizzare che dall’anno prossimo proprio il Senat possa costituire il contro bilanciamento a un’Assemblea nazionale dominata dal Rassemblement national e dai suoi alleati.
Esiste un dato di base. Le elezioni senatoriali saranno giocoforza influenzate dal risultato delle elezioni municipali della scorsa primavera, dalle quali sono usciti notevolmente rafforzati la destra del Rassemblement national principalmente e l’estrema sinistra de La France insoumise. Sull’andamento del primo sono soprattutto focalizzati gli osservatori nazionali e internazionali. In vista non solo dei possibili nuovi equilibri al Palais ma anche, anzi principalmente, per sondarne la capacità aggregativa in funzione della corsa all’Eliseo presidenziale del prossimo anno. A sinistra pure è possibile che i rapporti di forza possano invertirsi e La France insoumise diventare con alleati vari, a cominciare dai “verdi”, il primo partito della gauche.
La campagna elettorale ha mostrato una maggiore capacità aggregativa e anche una maggiore effervescenza a destra. Il Rassemblement national ha fatto e sta facendo ancora in queste ore da calamita per un notabilato locale, non solo rurale, che non può non assecondare la virata verso la droite dell’elettorato e ancor di più gli umori di una parte crescente del Paese, anche tra quanti non votano (ancora?) per il Rassemblement national o comunque per la destra nazionale. L’appuntamento di sicuro ha assunto una valenza inedita, perlomeno rispetto al passato recente, al rinnovo di metà Senat. E ancor di più è destinata a ottenerla, perlomeno è probabile, a risultati acclarati.
di Pietro Romano