giovedì 24 settembre 2026
Lo scenario della cronica crisi in Medio Oriente sta cambiando; da Hormuz nel Golfo Persico, si passa repentinamente allo stretto di Bab el-Mandeb. Così intorno alla Penisola arabica si sta stringendo una tenaglia che soffoca le dinamiche generali di una regione, ma soprattutto influenza una consistente parte dell’economia globale. Gli Houthi corroborati dai successi strategici iraniani, stanno gradualmente controllando il secondo stretto più cruciale dell’area – il primo è Hormuz – quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano, attraverso il quale passa oltre l’8 per cento del commercio marittimo mondiale. Inoltre l’oleodotto che permette l’esportazione di petrolio saudita attraverso il Mar Rosso è stato chiuso a seguito di un attacco con droni da parte delle milizie sciite filo-iraniane attive in Iraq; questi gruppi sono parte dell’Asse della Resistenza che comprende anche i sunniti di Hamas, oltre gli Hezbollah libanesi e le residue milizia sciite siriane filo iraniane.
È indubbio che il caos creato dagli Stati Uniti e Israele con l’innesco di una guerra contro il regime iraniano, che secondo gli annunci di Donald Trump sarebbe stata una azione veloce che avrebbe portato il regime degli ayatollah a una resa incondizionata, ha invece dopo poco tempo assunto la consistenza di un pantano, che ora ha portato alla doppia chiusura dello stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb. Il tutto ha permesso agli Houthi di aggredire le forze governative yemenite sunnite appoggiate dall’Arabia Saudita, e affermarsi come attori chiave in questa striscia del Medio Oriente che si affaccia sul Mar Rosso, assumendo, come il governo iraniano, una considerazione internazionale mai avuta. Quindi il ruolo degli “stretti” è ora cruciale sia nei negoziati che nella economia legata al commercio in generale ma degli idrocarburi in particolare. In realtà Teheran tende a voler chiudere Hormuz per imporre un controllo senza precedenti su questa area strategica al fine di alzare le pretese negoziali, e Washington cerca di chiudere lo stretto con la speranza di ottenere, tramite la pressione economica, quanto con i bombardamenti non è riuscita a raggiungere, ovvero la resa e la caduta della dittatura teocratica.
Ma il regime degli ayatollah-pasdaran che direttamente cerca di condizionare Hormuz, quindi il Golfo di Oman ed il Golfo persico, e indirettamente condiziona Bab el-Mandeb, quindi il Mar Rosso, da alcuni mesi ha dirottato i suoi interessi e le sue attività commerciali verso la sua costa settentrionale che si affaccia sul Mar Caspio per una lunghezza di 740 chilometri.
Un mare chiuso e proiettato su traffici commerciali difficilmente contaminabili dai soliti attori che operano nel Medio Oriente; infatti da quando è iniziata la “guerra degli stretti” il bacino del Mar Caspio ha visto incrementare le sue dinamiche commerciali. Inoltre, nel grande bacino chiuso, si sono rafforzati gli scambi in quel tracciato strategico conosciuto come “corridoio di mezzo”, una “via” che mette in comunicazione l’area asiatica, all’area europea senza passare per la Russia. Ora questa arteria rappresenta una opportunità cruciale per tutti i paesi che si affacciano sulle sue rive, ovvero: Iran, Turkmenistan, Kazakistan, Russia e Azerbaigian, ma anche per i numerosi partner commerciali che operano nell’area euroasiatica. Così Teheran paralizzata dalla pressione esercita da Washington sullo stretto di Hormuz, e bloccati i suoi porti lungo il Golfo Persico, si affida alla sua più gestibile sponda settentrionale. Uno spazio marittimo dove le interferenze statunitensi sono difficili e che è diventato un santuario per i traffici tra Teheran e Mosca. Un fattore che è stato sottolineato dalla Windward, società che analizza le dinamiche marittime, e che ha rilevato che nel semestre post inizio guerra in Iran, 28 febbraio, il traffico di navi mercantili e petroliere russe nelle acque territoriali iraniane è aumentato del 13 per cento, mentre il numero di navi iraniane nelle acque russe si è incrementato almeno del 7 per cento; nel complesso un aumento di circa quaranta unità navali tra iraniane e russe.
Ora oltre il 30 per cento delle importazioni in Iran attraccano nei porti iraniani sul Mar Caspio, dato assicurato in una recente dichiarazione da Mohammad Reza Talaei, responsabile commerciale iraniano. Infatti Teheran sta attuando un importante rafforzamento e reindirizzamento dei suoi scambi commerciali che partono dall’Oceano Indiano verso le rotte che attraversano la Russia e il Mar Caspio. Tuttavia, in questo mare chiuso non alberga una tranquillità incondizionata; di fatto il Mar Caspio è una area di saldatura delle due guerre in atto, quella in Ucraina e quella in Iran; guerre che si stanno intrecciando e dove l’Ucraina a fine luglio ha attaccato una nave mercantile iraniana. Una azione quella di Kiev che aveva lo scopo di portare Donald Trump verso una posizione più favorevole circa l'Ucraina, magari con una maggiore fornitura di armamenti. Il Mar Caspio è sì un’area interdetta, per ora, agli Stati Uniti, ma lo scenario non può essere valutato solo per le attività legate alle catene di approvvigionamento e scambi che si sviluppano nel vasto bacino, e che agevolano la sopravvivenza del Regime iraniano supportato dalla Russia, ma anche per le attività di intelligence che si diramano intorno alla interconnessione tra le due guerre, ed il Mar Caspio è uno punto critico.
di Fabio Marco Fabbri