La mutazione di un’alleanza (seconda parte)

martedì 22 settembre 2026


Vediamo adesso di vedere la questiona da una prospettiva più americana.

Sfrondiamo subito un equivoco: Gli Usa non sono un’agenzia di beneficenza. Sono una Nazione il cui Governo è responsabile unicamente verso i propri cittadini in base alla Costituzione e al giuramento dei componenti dell’Amministrazione: aspettarsi generosità gratis da loro è quindi sciocco.

È anche vero che nessuno più degli Usa, dal 1945 in avanti, ha destinato una quota maggiore delle proprie ricchezze in aiuti al resto del mondo, e questo è un “unicum” nella Storia. Non tenerlo presente è ipocrita.

Nel secondo dopoguerra gli Usa sono stati i maggiori contribuenti nella creazione di un sistema politico-economico globale basato su un crescente Diritto Internazionale e su un commercio globale sempre più intenso e serrato, governato da una finanza internazionale basata sul dollaro. L’effetto di questa globalizzazione ha giovato enormemente a larga parte del pianeta, che non ha avuto niente in contrario a supportare questo sviluppo; ma ovviamente lo scopo da parte americana non era tanto l’arricchimento del mondo, quanto (legittimamente) quello dell’America.

Le garanzie necessarie per garantire il funzionamento di questo sistema globale sono state fornite sia direttamente dalle Forze Armate americane che da un sistema di alleanze regionali con cui gli Usa si sono associati: Paesi con sistemi politici ed economici compatibili capaci di contribuire significativamente al mantenimento della sicurezza nell’ambito delle proprie regioni. Fra queste alleanze regionali, previste dal Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, spicca naturalmente la Nato: di gran lunga la più capace e quella di maggiore successo.

Per buona parte della Storia recente, gli Usa hanno condotto una loro politica di potenza assolutamente indipendente dai propri alleati, coinvolgendoli nei limiti delle possibilità in alcune crisi regionali, ma riscontrandone una disponibilità abbastanza limitata a causa sia delle effettive capacità militari, sia per le frequenti divergenze di opinione.

Già: il fatto è che gli Usa sono una democrazia e, avendone l’opportunità, hanno plasmato le organizzazioni internazionali di supporto al loro stesso sistema in base alle regole della democrazia e del diritto occidentale; ma nel momento in cui si sono associati degli alleati, li hanno scelti come detto fra le Nazioni a loro affini, e cioè altre democrazie di tipo occidentale. In sostanza, quale che sia il giudizio storico sull’operato degli Stati Uniti quali massima potenza mondiale del tempo, il XX Secolo ha visto forse il primo vero tentativo di esercitare la politica estera secondo principi etici condivisi nell’ambito di organizzazioni internazionali. Questo, con tutte le limitazioni del caso; resta il fatto che non si era mai fatto di meglio in precedenza. Anche negare ciò sarebbe ipocrita.

Questo fatto ha però determinato un caso senza precedenti: un “dominus” globale che fa affidamento su una rete di alleanze dove le regole inizialmente stabilite dallo stesso “dominus” limitano il suo potere di coercizione sugli alleati. Ove il “dominus” scegliesse di violare le sue stesse regole – cosa che in proprio non esita a fare a spese di avversari estranei alle sue alleanze – le conseguenze sul sistema economico globale sarebbero talmente catastrofiche per l’America stessa da sconsigliare la cosa.

Per parte loro gli alleati, che usufruiscono del benessere e della sicurezza conseguenti al sistema creato e garantito dagli Usa, se da una parte tendono a dissociarsi dalle iniziative meno condivisibili del “dominus”, dall’altra le tollerano in nome del reciproco vantaggio e prosperano nel proprio ambito più o meno ristretto.

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Con il tempo, come abbiamo visto, gli alleati sono cresciuti, si sono associati fra loro e hanno raggiunto una sorta di “maturità” che fornisce loro la capacità di opporsi con maggiore successo non solo agli avversari esterni ma anche alle pressioni del “dominus”. Gli Usa a loro volta si sono evoluti in tutti i campi e, come tutti gli egemoni del passato, da un lato si sono abituati alla propria egemonia, e dall’altro avvertono il peso che questa comporta.

La scomparsa del vecchio nemico che minacciava l’Europa (e che aveva contribuito a fare della Nato l’Alleanza principale) e la comparsa di un nuovo avversario dalla parte opposta del mondo, unita al peso crescente del dominio mondiale, ha creato una situazione in cui l’assunzione di responsabilità da parte degli alleati più capaci e meno vicini alla minaccia principale era una questione di tempo.

Viziati dalla protezione dell’America e poco inclini all’aumento delle spese militari che l’assunzione di responsabilità comportava, gli europei nicchiavano. Abituati ad avere il controllo strategico della Nato, nicchiavano anche i Governi Usa.

Poi però è arrivato Trump.

Abbiamo visto nel post precedente l’effetto che il brusco cambio di passo della politica americana sotto Trump ha avuto sull’Alleanza: gli europei, fieramente risentiti, si sono finalmente assunti le loro responsabilità; ma hanno anche reclamato l’autorità che ne consegue, e dovendo scegliere se sottomettersi all’America di Trump o associarsi all’Europa: il Canada ha scelto la seconda opzione.

Altri alleati regionali, come abbiamo visto, probabilmente finiranno col seguire l’esempio canadese. Ma quali sono le conseguenze per il vecchio “dominus”, cioè gli Usa?

Manteniamo i piedi per terra: gli alleati principali si stanno effettivamente allontanando dall’America, ma non si stanno ritirando dall’alleanza che li lega fra loro e all’America stessa. Gli screzi crescenti e la quasi-ostilità che si avverte sui media e nell’aria sono dovuti non tanto alla creazione di un nuovo centro di gravità interno al sistema di alleanze che si chiama “Occidente”, quanto alla politica personale e ai modi specifici di Trump. Ma Trump non è l’America, e questo gli alleati lo sanno bene.

Trump rappresenta l’America di oggi – molto diversa da quella che creò l’Occidente moderno – ma è stato eletto (due volte) da metà degli americani. È evidente a tutti, in Europa come in Canada, che l’altra metà degli americani non apprezza la politica personale e i modi specifici di Trump più di quanto la apprezzino loro.

La politica americana in generale continuerà anche dopo Trump a privilegiare un riorientamento verso l’Indo-Pacifico e una generale cessione di responsabilità e di autorità agli alleati della Nato per il settore Euro-Asiatico. Ma a seconda della composizione delle prossime Amministrazioni, lo farà con modalità differenti: saranno queste diverse modalità a determinare la natura dei reali rapporti all’interno dell’Occidente.

La Nato non è affatto morta: tutt’altro. Non era mai stata così attiva dal 1988, e mai aveva visto una tale partecipazione degli alleati. Indipendentemente da Trump, dalle sue frequentazioni e dai suoi comportamenti, la qualità della partecipazione americana alla Nato è sostanzialmente invariata e la quantità è tuttora congrua alla missione, anche in caso di ulteriori ritiri. Al momento gli Usa sono sempre il principale contributore della presenza sul fianco orientale dell’Alleanza (l’Italia è il secondo). I comandanti americani in Teatro seguono con lealtà e coerenza le direttive del Consiglio Atlantico non meno di quelle del loro Presidente, e non vi sono segni di disengagement dalle missioni di deterrenza convenzionale contro la Russia. Ancor meno esistono segnali di riduzione dell’affidabilità dell’“Ombrello Strategico” americano sulla Nato. I dubbi sull’efficacia dell’Art.5, alimentati ad arte dalla propaganda russa, sono resi nulli dalla presenza di forze americane avanzate nel Baltico e in Polonia, completamente integrate in quelle europee. Le operazioni di deterrenza avanzata da parte delle forze aeree alleate anche se impiegano velivoli europei sono in larga parte dirette da generali americani che operano da basi integrate sotto comando congiunto.

Non c’è alcun segnale di “decoupling”.

Però, visto che Trump è stato eletto due volte, gli alleati si preparano per il caso peggiore: se il “decoupling” dovesse un giorno avvenire, per allora saranno pronti.

L’Europa e gli altri alleati ormai hanno reso chiare le loro intenzioni: si stanno assumendo le loro responsabilità, e con esse hanno reclamato la corrispondente autorità. L’Alleanza ne risulta mutata nel profondo. Ora tocca all’America decidere come comportarsi, e questo dipenderà unicamente dal popolo americano.

Possono scegliere di sentirsi traditi e abbandonati da coloro che hanno protetto e guidato per ottant’anni, ritirarsi dalla Nato come più volte proclamato da Trump, e rinunciare alla fascia di alleati che garantiva loro la supremazia strategica sul pianeta, ritirandosi quindi anche da tutte le basi europee e rinunciando con esse alla capacità di proiezione sul Medio Oriente e sull’Oceano Indiano. Questo comporterebbe largamente il ripiegamento nell’Emisfero Occidentale e, anche se li libererebbe dalle responsabilità globali, li lascerebbe da soli davanti alla Cina.

In alternativa, la prossima Amministrazione potrà scegliere di rinunciare ai dazi e ad un linguaggio da “dominus” ormai obsoleto, e accettare di trattare alla pari con la comunità dei suoi alleati, che includerà sei membri del G7 e quasi metà di quelli del G20: un blocco coeso di “medie Potenze” come le chiama Mark Carney, con un suo centro di gravità posto a Bruxelles ma incapace strutturalmente di trasformarsi in un “dominus” alternativo.

Un sistema politico globale di una specie mai vista prima: una comunità di democrazie unita dal reciproco interesse, da un diritto comune e da principi condivisi.

Nessuno più dell’America avrebbe diritto di farne parte.

Ma da pari a pari.

(*) Leggi qui la prima parte


di Orio Giorgio Stirpe