La destra nazional-populista e il miraggio del ritorno ad Itaca

mercoledì 9 settembre 2026


Il successo dei nazional-populisti in Europa nasce dalla preoccupazione per la scomparsa di un mondo, reale o idealizzato, in cui i confini definivano appartenenze, il lavoro garantiva dignità e il futuro non appariva come una minaccia costante. Di fronte all’aritmetica fredda dei mercati globalizzati e al tecnicismo di istituzioni europee percepite come distanti, l’offerta identitaria è diventata la promessa di un rifugio di salvezza: il miraggio del ritorno a Itaca. Quello che Zygmunt Bauman chiamava “retrotopia”, l’utopia collocata non più nel futuro ma in un passato favolistico, fatto di nostalgia per la tribù, il villaggio, l’identità chiusa. È questo abbaglio ad aver trasformato il risentimento e la paura in mobilitazione democratica. È accaduto in Sassonia-Anhalt, il 6 settembre 2026: Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, primo partito nazionalista a sfiorare la guida di un Land tedesco dal dopoguerra. La Cdu è crollata al 17,2 per cento, quasi dimezzata; Spd, Verdi e Linke si sono spartiti il resto in cifre singole. L’affluenza record, l’80 per cento, ha rivelato una mobilitazione consapevole.

La Brandmauer, il muro di fuoco eretto dall’arco costituzionale tedesco per isolare AfD, non ne ha contenuto l’ascesa: l’ha, semmai, accelerata, trasformando l’ostracismo in prova ulteriore della tesi centrale del populismo identitario, ossia che le élite temono il giudizio del popolo più di quanto lo rispettino. Il caso tedesco è il sintomo più nitido di un fenomeno continentale: il Rassemblement National viaggia oltre il 34 per cento in Francia, Reform UK è primo nei sondaggi britannici, Vox cresce stabilmente in Spagna. Ovunque lo schema si ripete: crisi dei partiti tradizionali, crescita delle forze identitarie, a causa di un’insoddisfazione di massa verso un establishment percepito come autoreferenziale.Per comprendere questa fase occorre partire da un’asimmetria che il pensiero politico contemporaneo tende a ignorare. La sinistra novecentesca aveva un soggetto storico-rivoluzionario, il proletariato, che il benessere materiale del secondo dopoguerra, esattamente come previde Herbert Marcuse, ha progressivamente assorbito nella dimensione unica del consumo, disinnescando il conflitto di classe su cui si fondava l’intera teleologia marxista. Da allora la sinistra occidentale cerca un sostituto secondo una catena di equivalenza, il migrante irregolare, la minoranza, l’oppresso di turno, costruendo attorno a soggetti reali una proiezione ideologica che ha poco a che vedere con la loro complessità concreta: religiosità, gerarchia familiare, valori spesso conservatori scompaiono nell’astrazione del ruolo che devono recitare nella narrazione.

La destra identitaria-nazional-popolare, al contrario, il proprio soggetto lo ha sempre avuto sotto mano: il “popolo autentico”, che però è costitutivamente instabile, perché è un significante vuoto, categoria elaborata da Ernesto Laclau: aggrega risentimenti eterogenei (il ceto medio impoverito, le periferie dei “somewhere” contrapposti agli “anywhere” cosmopoliti di David Goodhart, le partite Iva antistataliste, la famiglia come trincea anti-egemonica) sotto un’etichetta priva di contenuto positivo condiviso. È definito per negazione e dipende dall’esistenza di un nemico: senza élite corrotta da combattere, il “popolo autentico” si dissolve come categoria politica. Peraltro la logica populista è neutra rispetto al contenuto ideologico, utilizzabile da Podemos quanto da Marine Le Pen, da Beppe Grillo quanto da Giorgia Meloni.

E allora perché quel vuoto si è aperto proprio in Europa e perché a colmarlo è arrivato un fronte nazional-populista spesso anche reazionario? La risposta sta nella natura stessa del progetto europeo così come è stato portato avanti dalle classi dirigenti progressiste di centrosinistra degli ultimi trent’anni. Abbiamo assistito a quella che Eric Voegelin chiamava immanentizzazione dell’eschaton: la salvezza si è preteso che calasse da Bruxelles sotto forma di direttiva, superando la politica stessa, la mediazione fra interessi, la sovranità che si assume la responsabilità delle proprie scelte. Il problema di questa architettura è avere preteso di risolvere per via burocratica il bisogno naturale di appartenenza. Ogni mercato, e l’Unione europea è nella sua ossatura più profonda un mercato costituzionalizzato, è immerso in un tessuto sociale che può lacerarsi, come scriveva Karl Polanyi in La grande trasformazione (Einaudi, 1974), quando l’espansione della logica economica non è compensata da un radicamento culturale altrettanto forte. Chi ha perso il lavoro, chi vede la propria cittadina svuotarsi, chi assiste alla propria lingua e alla propria storia trattate come folklore residuale, ha reagito con il voto.

L’europeismo tecnocratico ha saputo assorbire le contraddizioni economiche di classe, ma non quelle antropologiche di comunità. Le prime ieri alimentavano il marxismo novecentesco, ormai clinicamente morto; le seconde oggi attizzano il populismo identitario, in piena espansione. Non è un caso che l’ondata sia più forte nei Länder orientali tedeschi, dove la ristrutturazione post-1989 ha lasciato ferite mai davvero sanate e dove la crisi industriale ha incrinato quel poco di stabilità locale residua. Vincere le elezioni, però, è cosa diversa dal governare ed è qui che si manifestano le difficoltà delle compagini nazional-populiste, speculari a quelle della sinistra. Il populismo identitario è essenzialmente ribellistico; ma quando arriva al potere scopre di non avere un programma positivo coerente, perché la sovranità nazionale sbandierata si scontra con un’interdipendenza reale che nessun comizio può abolire. Meloni ne è l’esempio più emblematico: retorica sovranista, pratica sostanzialmente atlantista, europeista e moderata, con risultati che restano ambivalenti rispetto alle priorità dichiarate in campagna elettorale.

Il governo dei problemi richiede competenza tecnica, mediazione fra interessi contrapposti, esposizione permanente alla smentita empirica. Al contrario la gestione dei simboli richiede solo coerenza narrativa, perché essi non si falsificano mai: vivono in un piano dove il dato reale non ha diritto di cittadinanza. Il confine fra i due paradigmi resta spesso poroso, con uno scambio continuo tra le due posizioni, in un mix esplosivo quando la realtà contraddice la narrazione, sintomo di un vizio d’origine che sinistra e destra populista condividono, nutrendosi entrambe del disordine più di quanto abbiano mai tentato di arginarlo. Ma è stata proprio l’architettura gnostico-burocratica del progetto europeo ad avere aperto lo spazio che oggi il populismo identitario presidia con successo.

L’alternativa è l’ordine spontaneo improntato a quello che Jacques Maritain chiamava “umanesimo integrale”: una concezione dell’uomo che tiene insieme libertà e radicamento, ragione e tradizione, senza bisogno né del nemico esterno né del soggetto redentore, una visione radicalmente opposta sia al progressismo sia al nazional-populismo, entrambi accomunati dalla ricerca di un agente immanente che redima la storia al posto degli uomini che la vivono. Purtroppo la prospettiva di una destra liberale classica e di ascendenza hayekiana, nonostante sia forse la più adatta a rispondere alla crisi attuale, risulta ai più troppo cerebrale per appagare il bisogno emozionale d’appartenenza ferito dalla globalizzazione. Quella identitaria invece lo intercetta benissimo declinando quel sentimento attraverso la categoria del nemico anziché attraverso una visione positiva dell’uomo in comunità, in cui trova cittadinanza quella che Roger Scruton chiamava oikofilia: l’amore per la dimora comune che non ha bisogno di odiare chi sta fuori di essa per riconoscere il valore di ciò che sta dentro. Chi coltiva la terra, per esempio, sa che il radicamento è continuità tra chi semina e chi raccoglie, un legame che nessuna direttiva comunitaria può abolire. È stata l’utopia gnostico-progressista a pretendere di barattare questo rapporto con una promessa irrealizzabile ed incapace di scaldare i cuori.

L’Europa si trova di fronte al conto che la storia presenta sempre a chi pensa di poter fare a meno degli uomini reali: da una parte un’amministrazione che governa il continente come categoria astratta, dimenticando radici e dignità delle persone; dall’altra un populismo che promette un ritorno impossibile a Itaca, facendo leva sulla paura più che su un progetto. Tra il dottrinarismo tecnocratico e la demagogia nazional-identitaria, il cittadino si sente smarrito e il voto diventa lo strumento di rottura a disposizione, anche quando offre soluzioni tanto semplici a problemi complessi quanto irrealizzabili. Se l’Europa vuole esistere come comunità politica, deve cambiare rotta, verso un’idea in cui il dialogo di ogni comunità con il proprio passato e la propria tradizione spirituale e culturale sia il fondamento del dialogo fra le comunità nazionali, senza ricorrere né al mito della nazione redentrice né a quello del tecno-salvatore.


di Antonino Sala