Le urne del Cremlino nei territori occupati

mercoledì 2 settembre 2026


Il prossimo 20 settembre la Russia tornerà alle urne per eleggere la Duma di Stato, la camera bassa del Parlamento federale. Ma il voto che il Cremlino sta preparando non dovrebbe fermarsi ai confini internazionalmente riconosciuti della Federazione Russa. Mosca intende infatti portare nuovamente le proprie urne anche nei territori ucraini temporaneamente occupati. Non è una novità. È piuttosto la prosecuzione di una strategia già sperimentata con i cosiddetti referendum di annessione del 2022, con le successive consultazioni locali e con le elezioni presidenziali russe del marzo 2024: trasformare il controllo militare di un territorio in una rappresentazione di normalità politica e tentare, attraverso il rituale del voto, di attribuire una parvenza di legittimità a ciò che il diritto internazionale continua a considerare un’occupazione. Secondo le informazioni diffuse dal Servizio di intelligence estera ucraino, il copione sarebbe già stato definito. Alle liste elettorali vengono affiancati candidati di sicura fedeltà al sistema politico russo, in particolare a Russia Unita, insieme a figure provenienti dai cosiddetti “nuovi territori”. La funzione di queste ultime sarebbe soprattutto simbolica: mostrare alla popolazione locale che l’integrazione nella Federazione Russa può offrire possibilità di carriera politica e costruire l’immagine di una nuova classe dirigente proveniente dalle regioni occupate. In realtà, dietro questa apparente apertura rimane un sistema nel quale il risultato politico è largamente prevedibile e dove difficilmente può parlarsi di libera competizione elettorale. L’obiettivo non è consentire agli abitanti di scegliere chi li rappresenterà, ma dimostrare che quei territori sarebbero ormai parte integrante della Russia e che i loro abitanti parteciperebbero normalmente alla vita politica dello Stato occupante. È proprio questo l’elemento più importante dell’operazione. Le elezioni nei territori occupati non servono soltanto a produrre percentuali da mostrare nei telegiornali russi.

Sono uno strumento di consolidamento del controllo. L’intelligence ucraina segnala, in particolare, l’avvio di visite porta a porta giustificate dalle esigenze della campagna elettorale. Un’attività apparentemente ordinaria che, in un territorio sottoposto a occupazione militare, assume però un significato completamente diverso. Permette di conoscere gli orientamenti della popolazione, individuare le persone considerate ostili o scarsamente affidabili e, soprattutto, misurare il grado di adattamento al nuovo sistema amministrativo imposto da Mosca. Dove il dissenso può determinare conseguenze personali, amministrative o persino penali, bussare alle porte per chiedere agli abitanti se parteciperanno alle elezioni non potrà essere equiparato alla normale attività di propaganda che accompagna una consultazione democratica. A questo si aggiunge il tentativo di incentivare materialmente la fedeltà. Secondo Kyiv, le amministrazioni di occupazione utilizzerebbero anche strumenti economici per favorire la partecipazione dell’elettorato considerato affidabile. Il voto diventa così parte di una più ampia politica di integrazione forzata: passaporti russi, sistemi scolastici modificati, amministrazioni locali subordinate a Mosca, legislazione russa progressivamente introdotta e, infine, partecipazione alle elezioni della federazione. Ogni passaggio contribuisce a costruire una realtà amministrativa destinata a rendere l’occupazione sempre più difficile da distinguere, almeno nella rappresentazione offerta al pubblico russo, da una normale appartenenza territoriale.

L’operazione ha inoltre un costo considerevole. Nella sola parte occupata della regione di Donetsk sarebbero stati stanziati oltre 300 milioni di rubli per l’organizzazione delle elezioni. Una cifra significativa soprattutto se confrontata con le difficili condizioni economiche e sociali nelle quali vive buona parte della popolazione dei territori occupati. Ma le consultazioni rappresentano anche un’occasione per distribuire risorse all’interno dell’apparato politico e amministrativo locale. Organizzazione dei seggi, propaganda, personale, logistica e iniziative elettorali producono una considerevole massa di denaro pubblico da gestire. Accanto alla funzione politica, quindi, esiste anche una dimensione economica che può alimentare reti di interessi e rafforzare la dipendenza dei collaboratori locali dal sistema russo. C’è poi un altro elemento ormai ricorrente nelle operazioni di legittimazione organizzate dal Cremlino: la ricerca di una cornice internazionale. Mosca sa perfettamente che elezioni svolte sotto occupazione militare non possono essere riconosciute dalle principali organizzazioni internazionali. Per questo vengono costruite delegazioni alternative di “osservatori” stranieri composte da giornalisti filorussi, analisti, attivisti politici, esponenti di associazioni e, talvolta, ex amministratori locali europei o di altri Paesi.

La loro presenza consente successivamente ai media russi di affermare che osservatori internazionali avrebbero certificato la regolarità delle operazioni di voto. Poco importa che quelle delegazioni non rappresentino governi, organizzazioni internazionali o missioni indipendenti di monitoraggio elettorale. Nella comunicazione destinata al pubblico interno russo, la semplice presenza di uno straniero davanti a un seggio può diventare una certificazione internazionale. È una tecnica già vista molte volte. La legittimazione non viene ricercata attraverso istituzioni riconosciute, ma mediante una rete parallela di personalità disponibili a fornire dichiarazioni utili alla narrativa del Cremlino. Le motivazioni possono essere ideologiche, politiche o economiche, ma il risultato è lo stesso: produrre immagini e testimonianze da utilizzare successivamente per sostenere che la comunità internazionale non sarebbe affatto concorde nel considerare illegittima la presenza russa nei territori occupati. Qualche dichiarazione favorevole diventa così lo strumento per costruire artificialmente un pluralismo internazionale che nella realtà diplomatica non esiste. Sul piano giuridico, tuttavia, il problema è molto meno ambiguo.

L’occupazione militare non trasferisce la sovranità sul territorio occupato. Né un referendum né un’elezione organizzati dalla potenza occupante possono modificare unilateralmente i confini internazionalmente riconosciuti di uno Stato. È il principio che la comunità internazionale ha già applicato alle consultazioni organizzate dalla Russia in Crimea e nelle regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. L’Unione europea ha ripetutamente dichiarato di non riconoscere né tali elezioni né i loro risultati, mentre le Nazioni Unite hanno ricordato che l’annessione di territori ottenuta attraverso la minaccia o l’uso della forza è incompatibile con i principi fondamentali della Carta dell’Onu. Il voto del 20 settembre deve quindi essere letto per quello che è: non semplicemente una consultazione elettorale russa estesa oltre i propri confini, ma un ulteriore tassello della politica di assimilazione dei territori occupati. Il Cremlino cerca di trasformare il trascorrere del tempo in uno strumento politico. Più a lungo l’occupazione continua, più vengono create istituzioni, documenti, registri, amministrazioni, scuole, partiti e appuntamenti elettorali capaci di far apparire permanente ciò che giuridicamente rimane provvisorio e illegittimo. È forse questo il significato più profondo delle urne che Mosca si prepara a collocare nei territori occupati. Non servono tanto a chiedere agli abitanti da chi vogliano essere rappresentati. Servono a dimostrare che, secondo il Cremlino, quella domanda non avrebbe più ragione di essere posta. Prima ancora dello scrutinio, il risultato politico che Mosca intende mostrare al mondo è già stato deciso: quei territori devono apparire russi. E le elezioni diventano semplicemente la scenografia necessaria per rappresentarlo.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)