mercoledì 2 settembre 2026
Chi vince e chi (non) perde a Hormuz? Per ora, a rimetterci di sicuro è il resto del mondo, o almeno quella parte di esso che è ancora dipendente dalle importazioni di petrolio e gas per sostenere la propria economia. A oggi, nessuno tra i due contendenti, Iran e Usa, può dichiararsi sconfitto o vincitore. Il primo, perché il Dio degli sciiti non potrà mai arretrare dinnanzi al Grande Satana d’Occidente; mentre il secondo, che rappresenta la prima economia e la più grande potenza tecnologica e militare del mondo, non può arrendersi a una piccola potenza oscurantista, con un Prodotto interno lordo pari a un centesimo del suo. Ma qui veniamo al punto dolente della questione, ovvero: come si è potuti arrivare a una sottovalutazione così grave delle risorse militari e degli arsenali missilistici effettivi in possesso del regime di Teheran? Perché un giocatore, quello mediorientale, ha mosso razionalmente i suoi pezzi sulla scacchiera, mentre il Golia occidentale è andato allo sbaraglio, fidandosi esclusivamente della sua incontrastata superiorità aerea e navale? Quante spie e infiltrati iraniani della Cia e del Mossad sono stati disinformati, o hanno fatto il doppio gioco, ingannando l’aggressore occidentale? Un fatto è certo: malgrado le rilevanti distruzioni causate dai bombardamenti israelo-americani sull’apparato militare e sugli arsenali di droni e missili iraniani, si è visto che le fabbriche sotterranee, al riparo delle esplosioni, hanno continuato a funzionare a ciclo continuo, colmando in buona parte gli stock perduti e spostando i lanciatori lungo le gallerie sotterranee, in modo da sfuggire all’osservazione dei satelliti.
Per di più, le perdite civili e militari subite non contano, per chi combatte in nome di Dio, mentre al contrario i miscredenti non sono disposti a sacrificare la propria vita per un ideale! Ma questa incredibile resilienza significa che il regime teocratico si è preparato a lungo, come Hamas con le sue centinaia di chilometri di tunnel, a pianificare la risposta strategica e vincente a quello che veniva ritenuto un inevitabile attacco preventivo da parte di Israele e Usa, per farla finita con la minaccia nucleare iraniana. Con la guerra, si è pensato di azzerare la capacità iraniana di minacciare e colpire con droni e missili balistici tutti gli alleati americani del Golfo Persico, basi Usa e impianti petroliferi compresi. Questa sottovalutazione ha fatto sì che l’America restasse pericolosamente a corto di missili da crociera e intercettori, dopo aver inutilmente esaurito le sue risorse per neutralizzare il potenziale bellico iraniano, anche a causa dell’inesistenza di un efficace scudo antimissile (sul tipo dell’Iron Dome e dell’Arrow israeliani) a protezione dei suoi più fedeli alleati della regione. Lo testimonia, in tal senso, la nuova alleanza sunnita del patto di mutua protezione a tre, tra Arabia Saudita, Pakistan (potenza nucleare musulmana) e Turchia, che vanta il più forte esercito della Nato, con un caposaldo in Medio Oriente, e l’altro in Europa. Fin dall’inizio del conflitto ha svolto un ruolo determinante l’assenza da parte di Donald Trump di una chiara strategia politico-militare e dei relativi obiettivi da conseguire, per poi porre fine alla guerra. Ci si è illusi del “regime change” con effetto immediato, credendo fosse più che sufficiente la decapitazione in un colpo solo dei vertici iraniani, Guida Suprema in primo luogo.
Il che la dice lunga sulla mancanza di conoscenze di base in merito al funzionamento del mondo politico-sociale e religioso dell’Iran attuale, indispensabili per la valutazione a priori della resilienza del regime, e delle sue dinamiche procedurali per la sostituzione in tempo reale dei livelli di comando, una volta colpiti da un primo attacco. Soprattutto, meraviglia la grave sottovalutazione degli studi strategici decennali curati dall’intelligence sull’importanza degli Stretti (Hormuz, in primo luogo) per i rifornimenti energetici e i traffici di beni primari di tutto il mondo, Cina compresa. Se si fosse posta la dovuta attenzione al problema, sarebbe apparsa evidente (vedi l’analisi del generale a quattro stelle a riposo, David Petraeus) la necessità di un preventivo “surge” (massima potenza di fuoco e innalzamento al limite dei contingenti di terra), per neutralizzare le difese costiere iraniane, in modo da prevenire il ricatto strategico dell’Iran sulle forniture petrolifere mondiali, attuato oggi con successo grazie al blocco di Hormuz. Fatto che oggi sta mettendo in crisi molte economie sviluppate, a causa dell’aumento vertiginoso del prezzo al dettaglio dei carburanti, elemento decisivo che viene sfruttato dal governo iraniano e dai pasdaran per dichiarare la propria vittoria sul nemico americano. Pretesa politicamente confermata dal coro delle sinistre mondiali, che preferiscono l’Iran agli Usa, senza mai tener conto di chi, da almeno tre decenni, si è apertamente schierato contro i valori dell’Occidente, come l’islamismo radicale, la Russia e la Cina. Dimenticandosi così delle responsabilità di coloro che, in soli due giorni di repressione delle proteste popolari dell’inizio di gennaio scorso, hanno ucciso 40mila persone disarmate, scese in piazza per chiedere la libertà e la fine del regime confessionale sciita.
Sbagliato il primo colpo iniziale, Donald Trump è andato incontro a una sorta di reazione a catena, in cui da un errore ne originano altri due e così via, perdendo lungo la strada alleati, fiducia e credibilità, dato che le sue minacce del giorno prima venivano smentite da Trump stesso in quello successivo. Ora, come si fa a imporre un “D-day” dello strangolamento economico dell’Iran, se poi non si ha la forza di affrontare la reazione del suo più fidato alleato, la Cina di Xi Jinping, che importa il 90 per cento del petrolio iraniano e che non ne vuole sapere di aderire al blocco delle transazioni commerciali con Teheran, imposto da Washington? Si può star certi che le grandi banche cinesi (di assoluta rilevanza mondiale) non obbediranno a Trump, né tantomeno lo faranno i russi, continuando a garantire agli iraniani tutto il necessario supporto della loro intelligence satellitare, per colpire gli interessi Usa nel Golfo. Lo stallo, di cui per ora non si vede la fine, viene soprattutto dalla hubris dei pasdaran (del tipo: “con il nemico non si tratta!”), disposti come Yaya Sinwar a sacrificare fino in fondo la propria gente, pur di non fare alcuna concessione sostanziale al Grande Satana occidentale. Ma mentre quest’ultimo è chiamato a rispondere agli elettori americani del suo operato, al contrario i terribili autocrati tribali di Teheran decidono tutto da soli senza tenere conto degli interessi vitali del loro popolo. La guerra tra una democrazia e una dittatura si vince solo se non si ha il timore di perderla!
di Maurizio Guaitoli