mercoledì 26 agosto 2026
Siamo a Sogno di mezza estate di William Shakespeare. Il Folletto Puck è la moda woke, che ha stravolto i vocabolari fino a sconvolgere alla radice la cultura occidentale. Va detto, tuttavia, che solo negli ultimi 25 anni, per ragioni politiche e strumentali, si è creato un cortocircuito storico, per cui il movimento woke si fa partire dalle teorie di Michel Foucault e seguaci, studiatissimi negli anni Settanta nei più prestigiosi campus americani. Questo perché movimenti accademici nati più tardi (come la Critical race theory o i Gender studies) hanno effettivamente preso in prestito alcuni strumenti critici di Foucault (l’idea che il potere sia ovunque e vada decostruito), per applicarli alle più disparate questioni di genere e razza. Nel 2014, infine, tramite i social media, il movimento Black Lives Matter ha riattivato e globalizzato lo slogan “stay woke” (“stare in guardia”), che perdura fino ai giorni d’oggi. Di fatto, l’ideologia wokist è responsabile di aver creato in questo ultimo quarto di secolo un’immagine distopica della realtà storica, unitamente alla dispercezione collettiva (orwelliana) dei fenomeni sociali. Arrivando in seguito a permeare dal basso, con i suoi anatemi linguistici, le pareti di tufo dell’Europa bruxelloise, imbibite ormai da decenni di propaganda progressista iper-politicamente corretta. Ora, viene spontaneo domandarsi il perché gli stessi untori originali, come i Dsa (Democrat socialist of America) americani, abbiano fatto precipitosamente marcia indietro, attraverso le dichiarazioni e la presa di posizione della loro più nota pasionaria socialista e wokist, Alexandria Ocasio-Cortez (Aoc, per i media Usa).
I motivi sono gli stessi già da tempo avanzati da quel leader italiano politicamente anomalo del Partito comunista italiano (sorta di panda della Prima Repubblica), che corrisponde al nome di Marco Rizzo, il quale continua a denunciare da decenni, senza essere né creduto, né ascoltato, la deriva wokist della sinistra italiana. Detta in metafora, il woke ha rappresentato una sorta di neo cortina di ferro ideologica per nascondere la materia viva, magmatica e incandescente dei veri conflitti sociali interni a una società occidentale avanzata, che andava disfacendosi sotto i colpi implacabili della globalizzazione e dell’immigrazione incontrollata. Cambiamenti epocali questi ultimi, scatenati proprio dalla propaganda delle sinistre progressiste euroamericane, per cui si assicurava da parte loro che si sarebbe trattato (vedi ingresso nel 2001 della Cina nel World trade organization) di un gioco a somma positiva, in cui tutti avrebbero guadagnato qualcosa. Fin dagli anni Novanta, queste due ultime rivoluzioni sono state innescate come tanti demoni shakespeariani proprio dalla sinistra progressista euroamericana, che si è per di più intestata il politically correct, e ha osannato la politica “Dei” (Diversity equity inclusion) che ha portato alcune minoranze, come gli Lgbtq+, a voler dettare legge alle grandissime maggioranze.
Nel tempo, non trovando ostacoli (politici) di sorta, le lobby gender si sono infiltrate in tutti gli snodi mediali mondiali e nazionali più importanti, dalla moda, al cinema, alla comunicazione, ai social e alla tivù, per veicolare in tutto il mondo lo stesso identico, ossessivo messaggio: l’Occidente, patriarcale e sessista, porta con sé, e per sempre, tutte le colpe del mondo, per il suo passato colonialista e imperialista. Quindi: tutti gli altri sono buoni perché vittime (minoranze etniche, sessuali e linguistiche, in particolare) e tutti gli altri, bianchi e conservatori, cattivi. Ma la vera maschera di ferro che il wokismo di sinistra ha imposto alla società Occidentale è stata la deriva del “dirittismo”. Non potendo controllare gli animal spirit del liberismo senza freni e dell’immigrazione aperta, i numi tutelari (politici) del woke si sono rifugiati nella pratica fine a se stessa di rivendicare sempre più diritti per tutti. Dimenticandosi però di dire come e dove trovare le immense risorse pubbliche necessarie a garantirli e a farli rispettare. Tanto più che questa loro crociata moderna è stata accompagnata da proposte politico-programmatiche, come “defounding police”, che miravano al taglio drastico delle risorse destinate alla sicurezza pubblica (come se i diritti non avessero bisogno della forza dello Stato per essere fatti rispettare!) e assoluta tolleranza nei confronti di chi delinque, se appartenente alle così dette “minoranze perseguitate”, immigrati irregolari in primo luogo.
A questo punto, la controrivoluzione era solo questione di tempo. Con il trumpismo e il movimento Maga è arrivato il rifiuto di massa del woke da parte dei ceti medi e operai impoveriti dalla globalizzazione, per aver visto svanire a centinaia di milioni i loro posti di lavoro. Delocalizzazioni industriali (l’Asia e, in particolare, la Cina sono diventate le manifatture del mondo); immigrazione incontrollata; crescita dell’inflazione e delle disuguaglianze sociali, hanno prodotto il conseguente aumento vertiginoso della moltitudine dei nuovi poveri. Il successo di Make America Great Again del movimento Maga è una rappresentazione plastica di questo rifiuto di massa, che ha portato per ben due volte Donald Trump alla Casa Bianca. Ed è così che i Dsa americani hanno fatto il salto della quaglia, operando il gran rifiuto del woke di celestiniana e dantesca memoria, convinti come i democrat (dei quali costituiscono una costola dell’elettorato giovane e di ultrasinistra, oggi in rapida crescita) che l’arroccamento sul woke li avrebbe penalizzati elettoralmente, a vantaggio della destra repubblicana. Hanno deciso, cioè, con Zohran Mamdani in testa, di calzare gli scarponi di amianto e di camminare sul magma rovente della crisi sociale e lavorativa dei cittadini americani, lasciati soli ad affrontare nell’ordine: una sanità accessibile solo a pochi; un’istruzione popolare degradata a pura finzione declamatoria, proprio dalle politiche Dei; un costo proibitivo della vita e degli alloggi che ha emarginato le classi di età più giovani.
A livello sistemico, sono nel frattempo accadute cose turche, perché le lobby woke hanno creato in un ventennio un sistema di giustizia parallelo, benché informale, in tutte le democrazie avanzate, in Europa come in America. Chi tra professionisti, intellettuali e docenti si disallineava dai suoi precetti ultra conformisti finiva nel ghetto dei “fascisti, razzisti, suprematisti bianchi”, e arrivava a perdere il proprio posto di lavoro nelle università, nelle istituzioni pubbliche e in società private. Decenni di demagogia woke hanno creato un numero impressionante di rendite di posizione, fondate su null’altro che l’affabulazione, grazie ai miliardi di dollari di risorse pubbliche con cui sono state finanziate le politiche Dei e le grandi università Usa, e alle gigantesche donazioni delle major della Silicon Valley devolute alla causa del politically correct. Il woke ha funzionato, cioè, come bavaglio e muro (ideale) di Berlino per la “pulizia” coatta del linguaggio, inficiando così in modo gravissimo la libertà di espressione. E poiché il fluido degli umori popolari funziona come un sistema di vasi comunicanti, il magma incontrollabile e planetario delle opinioni discordanti e fuori dai canoni ha finito per radicalizzarsi, per poi fluire in modo feroce e indistinto nei linguaggi non ortodossi della grande rete globale dei social network. Domanda: convergerà anche la sinistra europea (e qui da noi il Pd) sul socialismo scandinavo proposto dai Dsa americani? O rimarrà qui in Italia prigioniera per sempre del suo “anti-qualcosa” (Berlusconi/Meloni/Trump, e così via) privo di programmi politici veri e propri, in eterna lotta per la leadership di area, dividendosi come sempre per partenogenesi partitica?
di Maurizio Guaitoli