mercoledì 26 agosto 2026
Il rifiuto dell’attuale governo israeliano di accettare la nascita di un futuro Stato palestinese viene in genere motivato con l’esigenza pienamente legittima di garantire la propria sicurezza. Questo spiega anche l’atteggiamento assolutorio verso le azioni dei coloni in Cisgiordania, che tende a precludere una simile possibilità.
Tuttavia, se la Cisgiordania garantisce a Israele profondità geografica, non bisognerebbe trascurare il fatto che l’alleanza con l’Occidente, e soprattutto con gli Stati Uniti, gli offre profondità militare, industriale, diplomatica e strategica.
La vera domanda che dovrebbe porsi chiunque abbia a cuore la sicurezza d’Israele dovrebbe quindi essere: quale delle due potrà rivelarsi più importante per la sua sicurezza qualora dovessero entrare in conflitto? Oppure, in altri termini: l’attuale politica israeliana in Cisgiordania aumenta realmente la sicurezza di Israele?
Dopo il 7 ottobre esistono eccellenti ragioni per dubitare che la semplice creazione di uno Stato palestinese possa produrre la pace. Un territorio dal quale Israele si ritira può trasformarsi in una base per aggredirlo, e Gaza costituisce un precedente che nessun governo israeliano responsabile potrebbe ignorare. Pensare che basti tracciare un confine e proclamare uno Stato palestinese perché il conflitto scompaia sarebbe quanto meno ingenuo.
Ma da questa constatazione non segue necessariamente la conclusione opposta: che la sicurezza israeliana richieda di rendere impossibile la nascita di quello Stato.
È precisamente qui che occorre allargare il campo dell’analisi. La politica degli insediamenti produce infatti un costo strategico che non si misura in chilometri quadrati. Il caso dell’area E1 ne offre in questi giorni un esempio quasi didattico.
Il 20 e 21 agosto undici Paesi occidentali - fra i quali Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Canada e Australia - hanno chiesto al governo israeliano di ritirare i nuovi piani di costruzione, sostenendo che comprometterebbero la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese e, significativamente, che finirebbero per danneggiare la stessa posizione internazionale di Israele.
Il punto politicamente importante non consiste nell’accettare automaticamente il giudizio di questi governi. Consiste nel prendere atto che alcuni dei più importanti alleati occidentali di Israele stanno cominciando a considerare la politica israeliana in Cisgiordania non soltanto un ostacolo alla pace, ma un problema rispetto al quale potrebbero rendersi necessarie conseguenze concrete.
Il governo britannico, per esempio, sta già valutando ulteriori misure contro le attività economiche connesse agli insediamenti. È quindi possibile che si stia producendo una trasformazione qualitativa: dalla critica diplomatica alla pressione politica ed economica. E questa trasformazione dovrebbe interessare soprattutto chi ha a cuore la sicurezza di Israele.
Per Israele l’Europa è importante, ma gli Stati Uniti lo sono ancora di più. L’alleanza americana non consiste semplicemente nell’amicizia di una grande potenza: costituisce una parte integrante dell’architettura della sicurezza israeliana.
L’attuale memorandum militare americano copre il periodo 2019-2028 e prevede 38 miliardi di dollari: 33 miliardi in finanziamenti militari e 5 miliardi per la difesa antimissile. A questi si sono aggiunti dopo il 7 ottobre stanziamenti straordinari: nel solo 2024 il Congresso ha approvato, fra l’altro, 3,5 miliardi aggiuntivi di finanziamenti militari e 5,2 miliardi destinati alla difesa antimissile e allo sviluppo del sistema Iron Beam.
Ma limitarsi ai miliardi sarebbe fuorviante. Gli Stati Uniti rappresentano per Israele una gigantesca retrovia strategica: forniture di munizioni, sistemi d'arma, aviazione avanzata, cooperazione tecnologica, intelligence, difesa antimissile, capacità logistica e, in caso di guerra regionale, la possibilità dell’intervento diretto della maggiore potenza militare mondiale.
Questo elemento modifica il calcolo dei nemici di Israele prima ancora che venga sparato un colpo. Un dirigente iraniano che valuti un conflitto con Israele non deve domandarsi soltanto quale sia la capacità militare israeliana. Deve domandarsi fin dove potrebbero spingersi gli Stati Uniti se l’esistenza o la sicurezza fondamentale dello Stato ebraico fossero minacciate.
L’appoggio americano garantisce dunque a Israele qualcosa che nessuna conquista territoriale può offrire: la profondità strategica. Ed è qui che emerge un’alternativa concreta: una parte maggioritaria della destra israeliana considera indispensabile mantenere il controllo della Cisgiordania per scongiurare la nascita di un futuro Stato palestinese, che ridurrebbe pericolosamente la profondità geografica del Paese. È un argomento serio, ma occorre mettergli accanto la domanda opposta: che cosa accadrebbe se, per conservare quella profondità geografica, Israele finisse progressivamente per compromettere la propria profondità strategica facendo venir meno il supporto americano?
Il rischio non è puramente teorico, perché sta cambiando l’opinione pubblica degli Stati Uniti. Nel febbraio 2026 Gallup ha registrato per la prima volta, dall’inizio delle sue rilevazioni annuali nel 2001, la scomparsa del tradizionale vantaggio israeliano nelle simpatie degli americani: il 41 per cento dichiarava maggiore simpatia per i palestinesi e il 36 per cento per gli israeliani. La differenza non è statisticamente significativa, ma il cambiamento storico lo è: soltanto un anno prima il rapporto era 46 a 33 a favore degli israeliani.
Ancora più importante è la frattura politica. La distanza fra democratici e repubblicani ha raggiunto dimensioni forse mai viste. Nello stesso tempo l’opinione pubblica americana rimane assai più favorevole alla soluzione dei due Stati delle popolazioni direttamente coinvolte nel conflitto.
Questo introduce nella sicurezza israeliana una variabile nuova: le elezioni americane. Il rapporto con Israele è stato per decenni uno dei pochi grandi temi di politica estera americana caratterizzati da una forte continuità bipartisan. Se Israele diventasse progressivamente una causa repubblicana, o addirittura solo della sua componente Maga, e cessasse di essere una causa americana, sarebbe una trasformazione strategica di enorme portata.
Non sappiamo chi vincerà le presidenziali del 2028, e sarebbe arbitrario sostenere che una futura amministrazione democratica abbandonerebbe Israele. Il legame militare, politico e istituzionale fra i due paesi è troppo profondo per immaginare automatismi del genere. Ma proprio nel 2028 scadrà l’attuale memorandum decennale sull'assistenza militare americana. Il Congressional Research Service osserva che il futuro assetto della cooperazione è già oggetto di discussione e che sono state avanzate ipotesi diverse, dal mantenimento degli aiuti alla loro graduale sostituzione con altre forme di cooperazione.
Che cosa accadrebbe se quella scadenza coincidesse con una Casa Bianca democratica, un Congresso meno favorevole a Israele e un’opinione pubblica americana ulteriormente spostata verso posizioni filopalestinesi, quando non esplicitamente filo Hamas?
È una domanda che una politica israeliana di sicurezza non può permettersi di ignorare. Israele non cesserebbe certamente di essere una grande potenza militare regionale. Possiede un’industria della difesa straordinariamente avanzata, capacità tecnologiche d’avanguardia, un servizio d’intelligence formidabile e - secondo quanto universalmente ritenuto, pur in assenza di conferma ufficiale - una capacità nucleare.
Ma il prezzo sarebbe elevatissimo. Una guerra breve può essere combattuta con gli arsenali disponibili, ma una guerra regionale prolungata contro Iran e suoi alleati è anche una gara fra sistemi industriali e fra sistemi di alleanze che possono rivelarsi decisivi. Missili intercettori, bombe guidate, ricambi, munizioni e sistemi antiaerei vengono consumati, e per rifornirli ogni parte impegnata in un conflitto fa ormai ricorso ai suoi alleati.
Israele è una potenza tecnologica di prim’ordine, ma non è una potenza continentale. Gli Stati Uniti sì, e una diminuzione dell’impegno americano costringerebbe Israele a spendere molto di più per la difesa, a produrre internamente una quantità maggiore di sistemi oggi acquistati all’estero e probabilmente ad adottare una dottrina militare ancora più preventiva.
Qui potrebbe innescarsi un circolo particolarmente pericoloso: isolamento internazionale, maggiore sensazione di vulnerabilità, maggiore propensione all’azione militare preventiva, ulteriore isolamento.
Queste circostanze non comporterebbero, almeno nell’immediato, alcuna sconfitta sul campo, ma qualcosa di più sottile: la trasformazione di Israele in una fortezza sempre più potente militarmente, ma contemporaneamente anche sempre più sola politicamente.
Israele si troverebbe così ad aver sacrificato una delle caratteristiche che hanno costituito storicamente la sua forza: essere una democrazia occidentale inserita, pur nella peculiarità mediorientale, nel sistema politico e strategico delle democrazie occidentali.
Eppure, di fronte a questo scenario complesso e insidioso, la storia israeliana offre un precedente interessante. Menachem Begin non era un pacifista e certamente non considerava irrilevante il territorio, ma accettò di restituire all’Egitto l’intero Sinai, che era quasi il triplo di tutto il territorio israeliano. Dal punto di vista puramente geografico Israele perse una profondità strategica enorme, ma dal punto di vista politico ne acquistò una assai maggiore: l’Egitto cessava di essere il principale nemico militare di Israele.
Fu precisamente questa capacità di distinguere il possesso del territorio dalla sicurezza a rendere Camp David una delle più importanti vittorie strategiche della storia israeliana.
Naturalmente la Cisgiordania non è il Sinai e i palestinesi non sono l’Egitto di Sadat. La vicinanza ai grandi centri israeliani rende infinitamente più delicato il problema. E il 7 ottobre impedisce qualsiasi ragionamento ingenuo sulle garanzie di sicurezza. Perciò un eventuale Stato palestinese potrebbe essere concepito soltanto attraverso condizioni estremamente rigorose: garanzie internazionali effettive, accordi sulla sicurezza, scambi territoriali e soprattutto il riconoscimento definitivo del diritto di esistere di Israele.
Proprio un simile scenario consente però d’individuare una possibile strategia alternativa a quella attualmente adottata dal governo Netanyahu: Israele potrebbe dichiarare di essere disponibile, in presenza di queste condizioni, a negoziare seriamente la nascita di uno Stato palestinese, ma per lasciare aperta quest’opzione dovrebbe in primo luogo modificare la sua condotta politica verso gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania.
Se la leadership palestinese rifiutasse, cambierebbe comunque la posizione internazionale israeliana, perché Gerusalemme potrebbe dimostrare di non perseguire l’annessione permanente della Cisgiordania e di avere offerto un compromesso compatibile con la propria sicurezza.
Se accettasse, si aprirebbe invece una possibilità oggi remota ma strategicamente enorme: trasformare progressivamente un fronte di conflitto permanente che di fatto costringe Israele a combattere contro organizzazioni terroristiche criminali mascherate da popolazioni civili allocate anche in altri Stati sovrani - con tutto ciò che ne segue nell’opinione pubblica occidentale e nelle relazioni internazionali - in una frontiera riconosciuta tra Stati che si riconoscono reciprocamente il diritto di esistere; e in entrambi i casi Israele avrebbe dunque qualcosa da guadagnare per il rafforzamento della sua sicurezza futura.
(*) Fine prima parte
di Gustavo Micheletti