Non tutti i bombardamenti sono uguali

lunedì 24 agosto 2026


La guerra tende a produrre semplificazioni. Una delle più frequenti, parlando della guerra di aggressione su larga scala della Russia contro l’Ucraina, consiste nell’affermare che “entrambe le parti colpiscono le infrastrutture”, come se ciò bastasse a porre sullo stesso piano le operazioni russe e gli attacchi ucraini in profondità contro la Federazione russa. È una lettura apparentemente equilibrata, ma sbagliata. Il diritto internazionale distingue tra legittimità del ricorso alla forza e legittimità delle modalità con cui essa viene impiegata: jus ad bellum e jus in bello. Essere vittima di un’aggressione non autorizza uno Stato a fare qualsiasi cosa; essere lo Stato aggressore non priva i propri cittadini della protezione del diritto umanitario.

È da questa distinzione che occorre leggere quanto accaduto a Kryvyj Rih. Droni russi hanno colpito il più grande centro commerciale della città causando vittime e feriti, tra cui molti bambini. Circa mezz’ora dopo, quando erano già presenti i soccorritori, un secondo drone ha colpito nuovamente la stessa area. L’Ucraina ha il diritto di rispondere. La questione decisiva è soprattutto come. Quando l’Ucraina colpisce una raffineria, un deposito di carburante, uno scalo ferroviario militare, un terminal petrolifero o una nave della “flotta ombra” russa, cerca di ridurre la capacità materiale della Russia di sostenere la guerra. Sono obiettivi che alimentano direttamente lo sforzo bellico. Il diritto internazionale impone comunque distinzione, proporzionalità e precauzione: resta decisiva la natura dell’obiettivo. Un centro commerciale affollato è qualcosa di completamente diverso. Non produce carburante, non immagazzina munizioni e non sostiene la logistica militare. Se dopo il primo attacco arriva un secondo drone quando stanno già operando i soccorritori, diventa impossibile parlare genericamente di “effetti collaterali”.

La tecnica del cosiddetto double tap elimina ogni possibile ambiguità. La presenza dei soccorritori era conseguenza naturale del primo attacco. Colpire nuovamente la stessa area a distanza di circa mezz’ora significa voler colpire deliberatamente chi era accorso per prestare assistenza alle vittime. Non siamo nel terreno dell'errore di targeting o del danno collaterale, ma di una condotta di tutt’altra gravità per il diritto internazionale umanitario. La differenza è anche strategica. La letteratura sul bombardamento distingue tra operazioni di negazione della capacità nemica e operazioni di punizione della società avversaria. Nel primo caso si sottraggono al nemico gli strumenti necessari per combattere. Nel secondo si infligge sofferenza alla popolazione nella convinzione che possa trasformarsi in pressione politica sul governo.

La campagna ucraina contro le infrastrutture petrolifere e logistiche russe appartiene evidentemente alla prima categoria. Quella russa contro il sistema energetico, le abitazioni e altri obiettivi civili risponde invece alla logica della punizione. Ha una finalità precisa: seminare morte, distruzione e terrore tra la popolazione civile, trasformando la sofferenza dei non combattenti in uno strumento di pressione e intimidazione. Mosca iniziò ad attaccare sistematicamente l’infrastruttura energetica ucraina nell’autunno del 2022, cercando di trasformare freddo, buio e mancanza di servizi essenziali in strumenti di pressione. La campagna ucraina contro le raffinerie russe si è sviluppata successivamente con una finalità diversa: ridurre entrate, logistica e disponibilità di carburante di un Paese impegnato in una guerra di aggressione.

Gli studi sulla coercizione militare, a partire da quelli di Robert Pape, mostrano quanto sia difficile ottenere concessioni politiche attraverso la sofferenza inflitta ai civili. Il bombardamento punitivo può produrre l’effetto opposto, rafforzando la coesione della società aggredita. L’Ucraina ne è una dimostrazione: anni di attacchi contro energia, riscaldamento, abitazioni e servizi essenziali hanno prodotto lutti e distruzione, non la capitolazione sperata dal Cremlino. Se la Russia colpisce deliberatamente la popolazione ucraina, perché Kyiv non dovrebbe colpire centrali destinate al riscaldamento civile russo?

La risposta è anche strategica: probabilmente non funzionerebbe. Se anni di bombardamenti non hanno costretto gli ucraini alla resa, è difficile immaginare risultati migliori in un sistema autoritario dove il malcontento popolare dispone di strumenti limitatissimi per trasformarsi in pressione sul Cremlino. Inoltre, ogni drone impiegato contro un’infrastruttura esclusivamente civile è sottratto a un deposito di munizioni, una raffineria, una base aerea o uno snodo ferroviario. Sono questi obiettivi a ridurre concretamente la capacità della Russia di continuare la guerra.

Esiste infine una ragione politica: l’Ucraina combatte per difendere il diritto di uno Stato indipendente a scegliere autonomamente il proprio futuro, sottraendosi alla pretesa imperiale di Mosca. Se, per vincere, adottasse gli stessi metodi del proprio aggressore, una parte essenziale di quella vittoria sarebbe già perduta.

A questa responsabilità dell'Ucraina se ne affianca però un’altra, che riguarda direttamente l’Europa. Non è sufficiente condannare gli attacchi russi dopo che hanno provocato morti e distruzione. Se Mosca continua a colpire città, infrastrutture civili e popolazione, i Paesi europei devono mettere Kyiv nelle condizioni di difendersi, fornendo con maggiore rapidità e in quantità adeguate sistemi di difesa aerea, intercettori e tutto ciò che serve a proteggere lo spazio aereo ucraino. L’Europa non può limitarsi a contare le vittime dopo ogni attacco russo. Deve contribuire concretamente a impedire che quelle vittime ci siano. Difendere i cieli dell’Ucraina significa salvare vite, ma anche negare alla Russia la possibilità di continuare a utilizzare il terrore contro la popolazione civile come strumento di guerra.

Kyiv deve quindi rispondere a Kryvyj Rih, e deve farlo con forza. Ma la risposta più efficace non consiste nel cercare un centro commerciale russo da colpire in rappresaglia. Consiste nel distruggere ciò che permette alla Russia di continuare a colpire quelli ucraini: basi aeree, depositi, industrie militari, raffinerie, infrastrutture logistiche, centri di comando e sistemi di lancio. La differenza non è semantica e non è propaganda. È la differenza tra colpire una popolazione e colpire la capacità di uno Stato aggressore di continuare la guerra. Ed è precisamente questa differenza che l’Ucraina deve continuare a difendere.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)