venerdì 7 agosto 2026
Ogni volta che si torna a discutere del futuro della Russia, emerge puntualmente lo stesso argomento: Vladimir Putin è certamente un dittatore pericoloso, ma chi verrà dopo di lui potrebbe essere persino peggiore. È la versione geopolitica del vecchio proverbio secondo cui sarebbe preferibile tenersi il male conosciuto. Un ragionamento apparentemente prudente che, in realtà, rischia di trasformarsi in una forma di paralisi politica, offrendo al Cremlino un’insperata assicurazione sulla vita. Putin ha costruito buona parte della propria forza proprio su questa paura. Per anni si è presentato come l’unico uomo capace di mantenere unita la Federazione Russa, controllare gli apparati di sicurezza, contenere le rivalità tra oligarchi e impedire che il Paese precipitasse nel caos. All’esterno, ha alimentato l’idea che qualsiasi alternativa al suo potere avrebbe potuto produrre anarchia, guerre intestine e perdita di controllo sull’arsenale nucleare. In questo modo, l’uomo che ha destabilizzato l’Europa pretende di essere considerato indispensabile alla sua stabilità. La realtà è che il principale fattore di pericolo non è una Russia senza Putin, ma la Russia governata da Putin. È sotto la sua guida che Mosca ha invaso la Georgia, occupato illegalmente la Crimea, alimentato la guerra nel Donbas e infine lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina. È il suo regime ad avere trasformato l’energia in uno strumento di ricatto, il cyberspazio in un campo di battaglia e la disinformazione in un’arma permanente contro le democrazie occidentali. È sempre Putin ad avere riportato la minaccia nucleare nel linguaggio quotidiano delle relazioni internazionali.
Naturalmente, nessuno può sapere con certezza che cosa accadrà quando l’attuale padrone del Cremlino uscirà di scena. Non è affatto scontato che al suo posto arrivi un riformatore liberale, né che la Russia possa trasformarsi rapidamente in una democrazia pacifica. L’autoritarismo russo ha radici più profonde dell’attuale presidente e l’imperialismo di Mosca non nasce con Putin. Sarebbe quindi ingenuo attendersi che la semplice sostituzione dell’uomo al vertice cancelli improvvisamente decenni di cultura politica, revanscismo e militarizzazione della società. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ritenere che il successore possa ereditare automaticamente lo stesso potere. L’attuale sistema russo è fortemente personalizzato. Putin non governa soltanto attraverso le istituzioni: governa al di sopra di esse, mantenendo in equilibrio apparati di sicurezza, Forze armate, oligarchi, burocrazia, governatori regionali e gruppi economici rivali. Molti funzionari non applicano regole stabili, ma cercano di intuire quale decisione prenderebbe il presidente. Il risultato è uno Stato apparentemente compatto, ma sempre più dipendente dalla presenza di un unico arbitro. Quando quell’arbitro non ci sarà più, difficilmente un altro uomo potrà occupare immediatamente il suo posto. È più probabile che si apra una fase di competizione tra fazioni: i servizi di sicurezza, i vertici militari, la Guardia nazionale, i grandi gruppi industriali, le amministrazioni regionali e i clan legati al Cremlino. Anche leader locali come quello ceceno potrebbero tentare di ampliare la propria autonomia approfittando dell’indebolimento del centro. Non necessariamente assisteremmo alla dissoluzione della Federazione Russa, ma certamente la verticale del potere costruita negli ultimi venticinque anni verrebbe sottoposta a una pressione senza precedenti.
La storia sovietica offre un precedente significativo. Alla morte di Iosif Stalin, nel marzo 1953, molti temevano che il controllo del Paese sarebbe finito nelle mani di Lavrentij Berija, il potentissimo responsabile degli apparati repressivi. Berija venne invece neutralizzato dagli altri dirigenti sovietici, arrestato e infine fucilato al termine della lotta per la successione. Nikita Khrushchev riuscì gradualmente a imporsi, ma nessuno dei successori di Stalin ricostruì un sistema di terrore personale paragonabile a quello precedente. L’Unione Sovietica rimase una dittatura, ma il venir meno del dittatore modificò comunque profondamente i rapporti interni al regime. Qualcosa di simile potrebbe accadere nella Russia post-Putin. Non perché i suoi successori saranno necessariamente migliori, ma perché saranno inizialmente più deboli. Dovranno consolidare alleanze, distribuire incarichi, neutralizzare rivali e garantirsi la fedeltà degli apparati armati. In una simile fase, continuare una guerra lunga e costosa contro l’Ucraina potrebbe diventare meno conveniente.
La politica estera aggressiva, che oggi serve a rafforzare il potere personale di Putin, potrebbe trasformarsi in un peso per chi dovrà conquistare legittimità, stabilizzare l’economia e impedire che le lotte interne sfuggano al controllo. Anche il rischio nucleare deve essere valutato con serietà, ma senza lasciarsi paralizzare. L’arsenale russo non scomparirà insieme a Putin e una successione caotica richiederà la massima attenzione da parte delle potenze occidentali. Tuttavia, il possesso di armi nucleari non significa che un singolo individuo possa utilizzarle premendo arbitrariamente un pulsante. Una decisione di tale portata richiede il coinvolgimento di strutture militari, catene di comando e apparati statali. Un successore privo dell’autorità personale di Putin avrebbe probabilmente maggiori difficoltà, non minori, a imporre una scelta estrema all’intero sistema. Il crollo dell’Unione Sovietica dimostrò inoltre che la frammentazione di una potenza nucleare non conduce automaticamente all’impiego dell’atomica. Nel 1991 il mondo si trovò davanti alla dissoluzione improvvisa di uno Stato dotato di migliaia di testate distribuite anche al di fuori dei confini russi. La situazione fu gestita attraverso accordi internazionali e negoziati con le nuove repubbliche indipendenti. Non mancarono rischi, ma l’apocalisse paventata da molti osservatori non si verificò.
L’Occidente deve quindi prepararsi al dopo Putin, non temerlo. Dovrà rafforzare la propria capacità di intelligence, proteggere le infrastrutture critiche, mantenere aperti canali di comunicazione con gli apparati russi e predisporre strategie per affrontare differenti scenari. Ma prepararsi non significa auspicare la conservazione dell’attuale regime. Il timore dell’incertezza non può diventare una ragione per tollerare indefinitamente un sistema che ha fatto della guerra la propria principale fonte di legittimazione. La Russia successiva a Putin resterà probabilmente autoritaria, nazionalista e profondamente segnata dall’esperienza imperiale. Tuttavia, almeno per un certo periodo, sarà anche più divisa, più debole e maggiormente concentrata sulle proprie lotte interne. Questo potrebbe ridurne la capacità di aggredire i vicini, sostenere operazioni ibride in Europa e finanziare una guerra permanente contro l’Ucraina. Nessuno può garantire che il dopo Putin sarà migliore. Ma sappiamo già quanto sia pericoloso il presente. Ed è proprio questo che l’Europa non deve dimenticare.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)