L’Europa non fraintenda la lezione di Ceuta

mercoledì 5 agosto 2026


L’Europa rischia di trarre dalla recente crisi di Ceuta proprio le conclusioni sbagliate. Quanto accaduto al confine nordafricano della Spagna non è stato un unico episodio di crisi, ma due crisi distinte. Sono strettamente collegate, ma sostanzialmente diverse. Non coglierne la distinzione rischia di portare a fraintenderle entrambe e, in ultima analisi, a ripeterle. La prima questione riguarda l’uso ormai radicato della migrazione da parte del Marocco come leva di pressione politica nei confronti della Spagna. La seconda riguarda la politica migratoria del governo spagnolo e gli effetti più ampi che essa potrebbe produrre sull’Unione europea. Solo distinguendo queste due dinamiche l’Europa potrà trovare risposte efficaci.

L’ultima operazione del Marocco non è stata una semplice crisi migratoria, ma un atto di coercizione strategica. Da decenni Rabat ha compreso che la migrazione può essere utilizzata per finalità che vanno ben oltre la dimensione umanitaria. Gestita con precisione, o lasciata deliberatamente fuori controllo, può trasformarsi in un efficace strumento di politica estera. Lo schema è ormai consolidato. Nel 1975, la Marcia Verde consentì al Marocco di assumere il controllo del Sahara spagnolo sfruttando la paralisi politica della Spagna negli ultimi giorni del regime franchista. Nel 2021, Rabat allentò deliberatamente i controlli alla frontiera dopo che Madrid aveva accolto Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, per sottoporlo a cure mediche. permettendo a migliaia di migranti di entrare a Ceuta nel giro di poche ore.

Gli ultimi avvenimenti rientrano nella medesima logica strategica. La migrazione non era l’obiettivo dell’operazione, ma la leva attraverso cui esercitare pressione. Più di 60mila cittadini marocchini hanno raggiunto una città spagnola di appena 80mila abitanti, in assenza di un intervento delle forze di sicurezza marocchine. Un’azione di tale portata non può essere considerata un fenomeno spontaneo, né può essere attribuita principalmente a motivazioni economiche. Si è trattato di una dimostrazione attentamente calibrata della capacità di pressione politica di Rabat. Il fatto che la maggior parte di coloro che avevano attraversato il confine sia rientrata in Marocco poco dopo conferma questa lettura. L’obiettivo non era in alcun modo quello di provocare una nuova ondata migratoria verso l’Europa sul modello del 2015, bensì un’operazione coercitiva circoscritta, destinata a trasmettere a Madrid un messaggio preciso: quando Rabat decide di utilizzare i flussi migratori come strumento di pressione, la Spagna ne avverte immediatamente le conseguenze.

È proprio per questo che l’Europa dovrebbe resistere alla tentazione di interpretare Ceuta principalmente attraverso la lente della politica migratoria. La questione centrale non è l’immigrazione. ma la coercizione: uno strumento di pressione strategica bilaterale attraverso cui il Marocco cerca di orientare le scelte di politica estera della Spagna. L’Europa dovrebbe dunque trarre da Ceuta una prima lezione: la migrazione non è più soltanto una questione umanitaria né un fenomeno economico. È diventata uno strumento della competizione geopolitica. Se l’uso strumentale della migrazione da parte del Marocco rappresenta la prima lezione di Ceuta, la seconda riguarda una realtà molto più vicina. L’Europa non può limitarsi a fronteggiare le pressioni provenienti dall’esterno, ignorando le scelte politiche maturate al proprio interno. La politica migratoria del governo spagnolo ne è la dimostrazione più evidente.

A differenza delle iniziative del Marocco, orientate a esercitare pressione su uno Stato vicino, l’approccio di Madrid viene generalmente ricondotto quasi esclusivamente alla dimensione umanitaria. Ma la politica migratoria non è mai soltanto una questione umanitaria: riflette una precisa idea di nazione, cittadinanza e funzione dello Stato. È proprio su questo terreno che il dibattito europeo si è fatto sempre più confuso. In gran parte dello spettro politico, e in particolare nella sinistra contemporanea, l’immigrazione non viene più considerata soltanto un fenomeno da gestire, ma è divenuta una virtù politica in sé. L’apertura è spesso considerata moralmente preferibile al controllo. I confini sono sempre più percepiti non come espressione della sovranità democratica, ma come ostacoli al riconoscimento di diritti universali. Nel linguaggio dell’inclusione, la distinzione tra immigrazione regolare e irregolare tende progressivamente ad attenuarsi.

Condividere o meno questa visione resta, naturalmente, una questione di orientamento politico. Le sue conseguenze strategiche, tuttavia, non appartengono più soltanto al terreno teorico. Una cultura politica che esita a difendere la legittimità dei propri confini finisce inevitabilmente per indebolire uno degli elementi fondamentali della sovranità. Quando i confini smettono di essere percepiti come l’espressione concreta di una comunità politica, diventa sempre più difficile difenderli, tanto sul piano politico quanto su quello pratico. È proprio questa vulnerabilità che gli Stati autoritari confinanti hanno iniziato a sfruttare.

Il paradosso è evidente. Mentre l’Europa investe ingenti risorse nel rafforzamento di Frontex, nell’espansione dei sistemi di sorveglianza e nel coordinamento della gestione delle frontiere, una parte della sua stessa classe politica continua a mettere in discussione la legittimità di un controllo rigoroso dei confini. Il risultato è una contraddizione difficile da risolvere: strumenti sofisticati senza una finalità politica condivisa. La Spagna offre un esempio particolarmente significativo. Le ripetute proposte dell’attuale governo per ampie regolarizzazioni e per un più esteso accesso alla cittadinanza spagnola vengono presentate come atti di responsabilità umanitaria. Tuttavia, esse comportano anche evidenti implicazioni politiche, potendo modificare la futura composizione dell'elettorato del Paese in una direzione favorevole a chi sostiene tali politiche.

Quel dibattito appartiene innanzitutto alla democrazia spagnola. Le sue conseguenze, tuttavia, riguardano l’intera Europa. Nello spazio Schengen, i confini esterni della Spagna coincidono con i confini esterni dell’Ue. Le decisioni assunte a Madrid producono inevitabilmente effetti su tutti gli Stati membri. Per questo la politica migratoria non può essere considerata una materia esclusivamente nazionale quando le sue conseguenze si estendono all’intera Unione europea. Ma esiste una questione ancora più ampia che l’Europa ha finora evitato di affrontare. Il dibattito sulla migrazione è ormai inseparabile da una riflessione più profonda sul significato stesso di civiltà.

Per molti esponenti della sinistra europea, l’immigrazione su larga scala non è considerata un valore soltanto per ragioni umanitarie o economiche, ma anche perché viene vista come un fattore in grado di accelerare l’affermarsi di una società più post-nazionale e multiculturale. Le concezioni tradizionali dell’identità nazionale, della continuità culturale e dell'eredità storica sono guardate con crescente diffidenza, mentre la diversità stessa diventa un obiettivo politico, anziché essere una mera conseguenza della libertà individuale. Anche il centrodestra europeo, tuttavia, non può sottrarsi alle proprie responsabilità. Troppo spesso ha accettato l’immigrazione su larga scala per ragioni di convenienza economica, privilegiando l’accesso a manodopera a basso costo e rinunciando progressivamente al più ampio dibattito culturale su identità, integrazione e sovranità. Visioni ideologiche diverse hanno così finito per generare politiche sorprendentemente simili.

La conseguenza è che Bruxelles fatica sempre più a spiegare perché i suoi confini siano importanti al di là della loro funzione amministrativa. Questa incertezza è diventata una delle sue maggiori debolezze strategiche. L’Ue dovrebbe quindi resistere alla tentazione di trarre le conclusioni sbagliate da Ceuta. Gli eventi al confine meridionale della Spagna non sono stati semplicemente un’altra crisi migratoria. Hanno rivelato due vulnerabilità strategiche che l’Unione europea non può più permettersi di ignorare. La prima vulnerabilità riguarda ciò che accade oltre i confini europei. Sempre più spesso, gli Stati autoritari hanno compreso che l’immigrazione può essere utilizzata come strumento di pressione geopolitica. Invece di schierare truppe, utilizzano i flussi migratori. Anziché minacciare un’invasione, alimentano deliberatamente l’instabilità. Il loro obiettivo non è la conquista territoriale, ma ottenere un vantaggio strategico sul piano politico.

La Russia ha già sperimentato questa strategia ai confini di Finlandia e Polonia. La Bielorussia l’ha adottata contro la Lituania. Nel Mediterraneo occidentale, il Marocco ha dimostrato ripetutamente di muoversi secondo la stessa logica. I flussi migratori sono diventati uno strumento di pressione statale. L’Europa deve iniziare a considerarli per quello che sono. La seconda vulnerabilità nasce all’interno dell’Europa stessa. Nessun sistema di controllo delle frontiere esterne può mantenere credibilità se le classi dirigenti europee mostrano esitazione sulla legittimità dei confini che hanno il compito di proteggere. Questa incertezza non è soltanto amministrativa: è di natura filosofica. Riflette un crescente disagio, in alcuni settori delle élites dell’Unione europea, nei confronti dell’idea stessa dello Stato-nazione come principale fondamento della legittimità democratica e dell’appartenenza politica. Eppure, la democrazia non può esistere senza una comunità politica chiaramente definita, e le comunità politiche non possono sopravvivere nel tempo senza confini che ne definiscano l’appartenenza. Per questa ragione, la questione migratoria non è, in ultima analisi, soltanto economica. Né riguarda esclusivamente il dovere dell’accoglienza. Tocca le fondamenta culturali e politiche sulle quali si fondano le società democratiche.

L'Europa dovrebbe riscoprire una distinzione fondamentale che il dibattito contemporaneo ha progressivamente offuscato. Una civiltà può essere composta da persone di origini diverse. La storia offre innumerevoli esempi di società formate da individui appartenenti a differenti gruppi etnici che, tuttavia, condividevano una lingua comune, una cultura civica, una memoria storica e un’identità politica. Ciò che nessuna civiltà ha mai sostenuto a lungo è un multiculturalismo inteso non come diversità all’interno di una cultura pubblica condivisa, ma come la coesistenza permanente di comunità parallele prive di un’identità civica comune. Una democrazia richiede il dissenso. Una civiltà richiede coesione. Senza una cultura civica condivisa, la solidarietà si indebolisce gradualmente, la fiducia nelle istituzioni democratiche si erode e le istituzioni politiche perdono quei presupposti comuni dai quali dipendono. Questo non è un argomento contro l’immigrazione. Né è un argomento a favore dell’omogeneità etnica. È un argomento a favore dell’integrazione culturale come condizione indispensabile per la continuità della democrazia. I confini europei sono più di semplici linee tracciate su una carta geografica. Definiscono la comunità politica che rende possibile l’autogoverno democratico.

Ceuta non è stata una semplice crisi lungo il confine spagnolo. È stata un avvertimento. Non solo sul Marocco. Non solo sulla migrazione. Ma sulla determinazione dell’Europa a difendere le fondamenta politiche e civili dalle quali, in ultima analisi, dipende la sua libertà. La storia raramente punisce le nazioni per l’assenza di buone intenzioni. Punisce piuttosto quelle che non riescono a riconoscere la natura delle sfide che le attendono prima che sia troppo tardi.

(*) Tratto da The Spectator

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Rafael Bardajl (*)