martedì 4 agosto 2026
Una nuova architettura istituzionale per governare il XXI secolo
Le grandi trasformazioni del XXI secolo stanno progressivamente mettendo in discussione gli strumenti attraverso i quali gli Stati affrontano le sfide della contemporaneità. La crescita demografica africana, la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, il ritorno della Russia nel continente africano, la crisi energetica, i cambiamenti climatici, le migrazioni di massa, il terrorismo internazionale e la rivoluzione tecnologica dimostrano come nessuna delle due sponde del Mediterraneo possa ormai immaginare il proprio futuro in maniera separata. Europa e Africa condividono un destino geografico, economico e storico che rende sempre meno adeguati i tradizionali rapporti fondati esclusivamente sulla cooperazione allo sviluppo o sui partenariati economici. Il Mediterraneo non rappresenta più una frontiera, bensì uno spazio politico comune. Da questa consapevolezza potrebbe nascere una delle più ambiziose innovazioni istituzionali del XXI secolo: la creazione della Comunità politica euro-africana, un organismo permanente, fondato sulla piena parità politica tra i due continenti. L’obiettivo non sarebbe quello di costruire un super-Stato né di sostituire le istituzioni esistenti, ma di creare un livello stabile di governo comune capace di affrontare quelle questioni che nessuno dei due continenti può ormai risolvere autonomamente. L’attuale sistema di relazioni tra Unione europea e Unione Africana presenta infatti limiti evidenti. Esistono numerosi tavoli di dialogo, vertici periodici, programmi di cooperazione, fondi per gli investimenti e partenariati strategici. Tuttavia tali strumenti restano prevalentemente intergovernativi, privi di capacità decisionale autonoma e fortemente dipendenti dalle priorità dei singoli governi nazionali. La cooperazione procede spesso in modo frammentario, mentre le crisi si sviluppano con velocità superiore rispetto ai tempi della diplomazia tradizionale.
Le sfide contemporanee richiedono invece una governance stabile, dotata di continuità politica e amministrativa. Per questa ragione potrebbe essere immaginata la nascita della Comunità politica euro-africana (Cpea), organizzazione internazionale permanente, composta dall’Unione europea e dall’Unione africana come membri fondatori. Il principio cardine dovrebbe essere quello della parità istituzionale. L’Africa non dovrebbe assumere il ruolo di beneficiario delle politiche europee, né l’Europa quello di semplice finanziatore dello sviluppo africano. Entrambi i continenti dovrebbero partecipare alla definizione delle strategie comuni con pari dignità politica. La struttura istituzionale potrebbe articolarsi su più livelli. Al vertice potrebbe operare un Consiglio euro-africano composto dai capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, incaricato di definire gli indirizzi strategici di lungo periodo. Accanto ad esso potrebbe essere istituito un Consiglio dei ministri euro-africano, formato dai ministri competenti per esteri, economia, difesa, energia, infrastrutture, ambiente, innovazione e migrazioni, con riunioni periodiche e capacità deliberativa. Elemento di particolare innovazione potrebbe essere la nascita di un Parlamento euro-africano composto da rappresentanti designati in misura paritetica dal Parlamento europeo e dal Parlamento pan-africano, con una progressiva evoluzione verso l’elezione diretta di parte dei suoi membri. Sebbene inizialmente consultivo, tale organo potrebbe acquisire progressivamente funzioni legislative limitate alle materie di competenza comune. Accanto agli organi politici risulterebbe essenziale la costituzione di una Commissione euro-africana permanente, composta da commissari provenienti in ugual numero dai due continenti, incaricata di predisporre programmi comuni, monitorarne l’attuazione e garantire continuità amministrativa.
Per assicurare l’effettività delle decisioni sarebbe opportuno istituire anche una Corte arbitrale euro-africana incaricata di risolvere le controversie interpretative riguardanti gli accordi adottati nell’ambito della comunità. Il principio della parità dovrebbe riflettersi anche nelle modalità decisionali. Le deliberazioni più importanti potrebbero essere approvate attraverso una doppia maggioranza: maggioranza qualificata dei rappresentanti europei e maggioranza qualificata di quelli africani. Un simile meccanismo impedirebbe qualsiasi forma di predominio politico di uno dei due continenti, incentivando la ricerca costante del compromesso. Le competenze dell’organismo dovrebbero concentrarsi esclusivamente sulle materie nelle quali l’interdipendenza risulta ormai evidente. La prima riguarda certamente la sicurezza. L’instabilità del Sahel, il terrorismo jihadista, i traffici illegali, la pirateria marittima, il traffico di esseri umani e la criminalità organizzata transnazionale rappresentano minacce comuni. La Comunità politica euro-africana potrebbe promuovere la costituzione di un Centro congiunto di intelligence, capace di condividere informazioni in tempo reale, coordinare attività investigative e sviluppare programmi comuni di contrasto al terrorismo. Parallelamente potrebbe essere istituita una Forza di stabilizzazione euro-africana composta da contingenti messi a disposizione dagli Stati membri per missioni autorizzate congiuntamente, privilegiando interventi di peacekeeping, controllo delle frontiere e protezione civile. Un secondo pilastro riguarderebbe le politiche migratorie.
Per oltre trent’anni il fenomeno migratorio è stato affrontato prevalentemente come un’emergenza. Una governance condivisa consentirebbe invece di trasformare la mobilità umana in una componente ordinaria delle relazioni economiche. La comunità potrebbe definire quote pluriennali di mobilità legale, accordi per la formazione professionale, programmi universitari integrati, corridoi per il lavoro qualificato, sistemi comuni di riconoscimento delle competenze e procedure coordinate per il rimpatrio dei migranti irregolari nel pieno rispetto del diritto internazionale. L’immigrazione cesserebbe così di rappresentare esclusivamente un problema di sicurezza per diventare anche uno strumento di sviluppo reciproco. Il terzo settore strategico riguarderebbe lo sviluppo economico. L’Africa rappresenta oggi il continente con il più elevato potenziale di crescita demografica e urbana. Entro la metà del secolo ospiterà circa un quarto della popolazione mondiale e una forza lavoro senza precedenti. L’Europa, al contrario, sperimenta un progressivo invecchiamento della popolazione, una crescente scarsità di manodopera qualificata e la necessità di reperire nuove fonti energetiche e nuove catene di approvvigionamento. Le due dinamiche appaiono largamente complementari.
La comunità potrebbe quindi istituire una Banca per gli investimenti euro-africani destinata a finanziare infrastrutture ferroviarie, portuali, digitali, energetiche e idriche, favorendo lo sviluppo industriale locale piuttosto che la semplice esportazione di materie prime. Un ruolo centrale assumerebbe inoltre la costruzione di una grande rete energetica euro-africana fondata sullo sviluppo dell’idrogeno verde, dell’energia solare, eolica e delle interconnessioni elettriche transmediterranee. Anche sul piano della ricerca scientifica potrebbero essere promossi programmi comuni dedicati all’intelligenza artificiale, alla medicina tropicale, all’agricoltura sostenibile, alla gestione delle risorse idriche e alla sicurezza alimentare. La dimensione diplomatica rappresenterebbe un ulteriore elemento di forza. Europa e Africa, considerate congiuntamente, rappresentano oltre ottanta Stati membri delle Nazioni Unite e circa due miliardi di abitanti. Un coordinamento stabile delle rispettive posizioni consentirebbe di esercitare un’influenza significativamente maggiore nelle organizzazioni internazionali, contribuendo alla riforma del sistema multilaterale e rafforzando il peso negoziale nei confronti delle altre grandi potenze. Naturalmente un progetto di tale portata incontrerebbe notevoli difficoltà. La prima riguarda l’eterogeneità politica dei due continenti.
Sistemi democratici consolidati convivono con regimi autoritari, differenti livelli di sviluppo economico, profonde disuguaglianze sociali e priorità strategiche non sempre convergenti. Un secondo ostacolo deriva dalla diffidenza storica maturata durante il periodo coloniale. Qualunque nuova architettura istituzionale dovrebbe evitare accuratamente qualsiasi percezione di subordinazione politica dell’Africa rispetto all’Europa. Esistono inoltre rilevanti problemi giuridici. La ripartizione delle competenze tra Stati nazionali, Unione europea e Unione Africana dovrebbe essere ridefinita attraverso trattati internazionali complessi, destinati a richiedere lunghi processi di ratifica. Infine, la sostenibilità finanziaria costituirebbe una questione decisiva. L’organismo dovrebbe poter contare su risorse proprie, alimentate da contributi proporzionati al Pil dei membri, da strumenti finanziari comuni e da investimenti pubblici e privati, evitando una dipendenza eccessiva dai bilanci nazionali. Proprio per tali ragioni la costruzione della comunità dovrebbe procedere gradualmente. Una prima fase potrebbe limitarsi all’istituzione degli organi politici permanenti e di un segretariato comune. Successivamente potrebbero essere trasferite competenze in materia di sicurezza, infrastrutture, ricerca e gestione dei flussi migratori.
Solo in una terza fase potrebbe essere valutata la creazione di strumenti economici condivisi, come fondi di investimento permanenti, emissioni obbligazionarie comuni per grandi opere strategiche o forme di mercato integrato in alcuni settori. Il successo dell’iniziativa dipenderebbe soprattutto dalla sua capacità di produrre risultati concreti e misurabili. Ogni decisione dovrebbe essere accompagnata da indicatori di efficacia, verifiche periodiche indipendenti e procedure trasparenti di rendicontazione. Sarebbe inoltre essenziale coinvolgere non soltanto i governi, ma anche università, imprese, autorità locali, organizzazioni della società civile e rappresentanti delle giovani generazioni, affinché la comunità non si riduca a un foro diplomatico ma divenga uno spazio reale di integrazione. In prospettiva, la Comunità politica euro-africana potrebbe costituire uno dei principali laboratori della governance globale del XXI secolo. Se il Novecento è stato il secolo della costruzione dell’integrazione europea, il nuovo secolo potrebbe essere quello dell’integrazione euro-africana. Non si tratterebbe di cancellare le identità nazionali o continentali, bensì di riconoscere che sicurezza, prosperità e sviluppo sono ormai beni indivisibili. La vicinanza geografica, la complementarità economica e la crescente interdipendenza rendono Europa e Africa partner naturali. Trasformare tale prossimità in la comunità politica stabile significherebbe superare la logica dell’emergenza per costruire un modello di cooperazione fondato sulla corresponsabilità, sulla reciprocità e sulla visione strategica. In un sistema internazionale sempre più competitivo e multipolare, un’alleanza istituzionalizzata tra i due continenti potrebbe rappresentare non soltanto una risposta alle crisi del presente, ma una delle più importanti innovazioni della governance mondiale del XXI secolo.
di Leonardo Raito