La flotta di cartone di Putin

venerdì 31 luglio 2026


Il mare non c’era. Le navi neppure. Per celebrare il 330º anniversario della Marina russa, Vladimir Putin si è presentato nel cortile dell’ammiragliato di San Pietroburgo, accolto da una trentina di marinai e da una piccola banda militare. Alle sue spalle non c’era una formazione navale, ma l’enorme fotografia del sottomarino nucleare lanciamissili Aleksandr Nevskij. La grande parata sul fiume Neva, un tempo concepita per mostrare al mondo la potenza marittima della Russia, è stata sostituita da una scenografia. Una flotta di guerra trasformata in un fondale fotografico. Nel 2023 avevano partecipato più di quaranta unità navali, quattro sottomarini e circa tremila militari. Nel 2024 la manifestazione era già stata ridimensionata, nel 2025 era stata cancellata. Quest’anno il Cremlino ha rinunciato per la seconda volta consecutiva a portare le navi sul fiume. Ufficialmente per ragioni di sicurezza. Più precisamente, per il timore dei droni ucraini. La questione non riguarda soltanto la riuscita di una cerimonia. Nella Russia di Putin le parate militari non sono semplici commemorazioni. Sono strumenti di legittimazione politica, rappresentazioni accuratamente costruite per mostrare disciplina, potenza e controllo. Ogni carro armato che attraversa la Piazza Rossa e ogni nave che percorre la Neva devono comunicare alla popolazione un messaggio preciso: lo Stato è forte, il presidente domina gli eventi, la Russia è tornata una grande potenza.

Questa volta, però, il messaggio è stato esattamente l’opposto. Il Paese che pretende di controllare territori ucraini non riesce a garantire la sicurezza delle proprie navi nel centro della seconda città russa. L’uomo che ha promesso di restaurare la potenza imperiale di Mosca è stato costretto a celebrare la Marina militare nascondendola. Non si tratta nemmeno di un episodio isolato. Il 9 maggio, in occasione del Giorno della vittoria, la tradizionale parata sulla Piazza Rossa si era svolta senza carri armati, missili e mezzi pesanti. La manifestazione era durata appena quarantacinque minuti, mentre Mosca veniva sottoposta a eccezionali misure di sicurezza e a estese interruzioni delle comunicazioni. Putin aveva persino sollecitato una tregua temporanea per evitare attacchi durante la cerimonia. Volodymyr Zelenskyy aveva risposto con un decreto ironico, annunciando che l’Ucraina avrebbe “permesso” alla Russia di tenere la parata, in considerazione della richiesta avanzata dal presidente statunitense Donald Trump. Poche settimane dopo, i droni ucraini avevano raggiunto San Pietroburgo proprio mentre stavano arrivando gli ospiti del Forum economico internazionale, la manifestazione con cui Putin tenta ogni anno di dimostrare che la Russia non è isolata. Un terminal petrolifero era stato colpito e una colonna di fumo era diventata visibile dal centro della città. A Kronstadt, base della Flotta del Baltico, un drone aveva centrato la corvetta Boikij mentre si trovava in un bacino di carenaggio. Anche l’aeroporto di Pulkovo aveva dovuto limitare temporaneamente le operazioni. Il significato strategico della campagna ucraina non risiede soltanto nei danni provocati dal singolo attacco. Kyiv sta costringendo la Russia a difendere contemporaneamente un territorio immenso: il fronte, le basi militari, i porti, le raffinerie, gli impianti industriali, i centri logistici, Mosca e le altre grandi città. I sistemi di difesa aerea, per quanto numerosi e sofisticati, non sono infiniti. Ogni batteria schierata intorno alla capitale non può proteggere una raffineria negli Urali.

Ogni sistema destinato alla difesa di San Pietroburgo viene sottratto al fronte o ad altre infrastrutture. L’Ucraina utilizza così velivoli relativamente economici per imporre alla Russia costi molto superiori e costringerla a disperdere risorse preziose. La vastità territoriale, per secoli considerata uno dei principali vantaggi strategici russi, sta diventando una vulnerabilità. Nell’epoca dei droni a lungo raggio, la distanza non garantisce più sicurezza. Obiettivi situati a centinaia o persino a oltre mille chilometri dal confine possono essere raggiunti, mentre Mosca è costretta a scegliere cosa proteggere e cosa lasciare esposto. Negli ultimi mesi gli attacchi non si sono limitati agli obiettivi strettamente militari. Sono state colpite raffinerie, impianti produttivi e grandi strutture logistiche. Diversi magazzini di Wildberries, il principale operatore russo del commercio elettronico, sono stati danneggiati o distrutti. Le conseguenze non riguardano più soltanto i militari al fronte, ma iniziano a essere avvertite da imprese, commercianti e consumatori. È questo il risultato politico più importante della strategia ucraina: la guerra sta entrando nella vita quotidiana dei russi. Putin aveva costruito un tacito patto con la popolazione. Il Cremlino avrebbe condotto la sua “operazione militare speciale”, mentre la maggioranza dei cittadini avrebbe potuto continuare a vivere come se il conflitto si svolgesse in una realtà lontana.

Quel patto sta diventando sempre più difficile da rispettare. Gli aeroporti vengono chiusi, la connessione internet viene interrotta, il carburante scarseggia, i magazzini bruciano e le cerimonie vengono cancellate. Non sono ancora condizioni sufficienti a provocare un cedimento del sistema, ma incrinano l’immagine di normalità che la propaganda tenta ostinatamente di preservare. Naturalmente, una parata senza navi non equivale a una sconfitta militare. I droni ucraini, da soli, non possono costringere la Russia alla resa. Sarebbe un errore confondere una figuraccia simbolica con un imminente collasso strategico, ma nei regimi autoritari i simboli contano più che altrove, perché il potere si fonda anche sulla rappresentazione permanente della propria invulnerabilità. Putin continua a proclamare che la vittoria russa è inevitabile. Tuttavia, questa certezza appare sempre meno credibile quando la Piazza Rossa deve essere svuotata dei carri armati, le raffinerie bruciano e la Marina viene celebrata davanti alla fotografia di un sottomarino. La Russia può sostituire una flotta con un poster. Non può sostituire con una scenografia la sicurezza che ha perduto.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)