Il neoimperialismo russo erode il territorio della Georgia

giovedì 30 luglio 2026


A maggio la Russia ha sottoscritto un protocollo di intesa con la regione georgiana dell’Ossezia del Sud che di fatto segna l’annessione di questa “provincia” a Mosca. L’Ossezia del Sud è un territorio separatista ubicato all’interno dei confini geografici della Georgia, una piccola repubblica autoproclamatasi indipendente da Tbilisi all’inizio degli anni Novanta. Dall’agosto del 2008, a seguito del conflitto tra Russia e Georgia, la regione osseta è di fatto occupata dalle truppe russe. La guerra, durata dal 7 al 12 agosto, causò poco meno di 900 morti e oltre 126mila sfollati; questa provincia separatista filorussa, insieme alla Repubblica dellAbkhazia, l’altro territorio separatista, supportato dalla Russia, rappresentano circa il 17 per cento del territorio georgiano.

Dal 2008 la Russia, per delimitare la regione separatista, ha costruito dei reali confini nei tracciati stradali nel cuore della Georgia, frontiere che se a livello di politica nazionale creano criticità elevate, a livello sociale producono pesanti conseguenze per le comunità rurali presenti nelle aree di confine. Tanto è che si riscontrano continue avanzate dei militari russi oltre la linea di demarcazione che causano insicurezza e paura negli abitanti della zona. Ma le incursioni russe che superano la linea teorica perimetrale dei confini dell’Ossezia del Sud in zone dove i limiti non sono segnalati, stanno destabilizzando la popolazione locale anche a causa delle violente azioni che i militari russi esercitano sulla popolazione.

Quindi dal 2008, dopo la fine del conflitto, la Russia non ha mai cessato di condurre una guerra ibrida in Georgia: una occupazione lenta e strisciante che ha portato ad arresti arbitrari, rapimenti, ma anche a violazioni dei diritti della popolazione georgiana abitante nell’area. Secondo i dati del governo georgiano nel 2025, circa 70 persone, tra cui alcuni minori, sono state arrestate e condotte in prigione solo perché trovati vicini alla linea di confine. Queste demarcazioni che tratteggiano il confine amministrativo della regione autonoma dell’Ossezia del Sud, nell’ultimo decennio hanno visto realizzarsi quella che viene definita borderizzazione, ovvero un processo politico militare finalizzato alla delimitazione fisica dei confini. Così sono state edificate numerose infrastrutture militari e di controllo nelle zone rurali e montuose: telecamere di sorveglianza, postazioni di avvistamento, palizzate, trincee, filo spinato steso lungo le recinzioni.

Gli osseti sono una popolazione originaria dell’Iran insediatasi da secoli in questa regione ubicata a circa 800 metri di altitudine, ai piedi del massiccio del Grande Caucaso, qui abitano anche comunità georgiane. Quando nel 1991 la Georgia dichiarò l'indipendenza, dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica, esplose un conflitto tra queste due comunità; l’Ossezia del Sud con un territorio che rappresenta circa il 6 per cento della superficie georgiana, si separò nel 1992, prima di proclamare la propria indipendenza. La Russia dopo la guerra russo-georgiana del 2008, riconobbe, l’Ossezia del Sud. Da allora ha supportato militarmente la regione soprattutto per il controllo delle frontiere. Tuttavia le autorità dell’Ossezia del Sud e della Russia accampano tali confini basandosi su vecchie e approssimative mappe sovietiche, rendendoli poco definiti, fattore che favorisce sconfinamenti ed allargamenti territoriali a opera delle milizie russe lì stanziate. Inoltre l’Ossezia del Sud come entità politica indipendente e la Russia, si rifiutano di rendere noti i tracciati dei perimetri osseti. L’Ossezia del Sud non è riconosciuta dalle autorità georgiane e da gran parte della comunità internazionale, tuttavia la Georgia accusa la Russia di voler espandere gli attuali confini osseti. Le tensioni in questa regione hanno avuto un picco nel 2019, quando le autorità separatiste hanno chiuso i pochi valichi di frontiera tra i due territori, nonostante l’ingresso in Ossezia del Sud richiedesse già documenti estremamente difficili da ottenere; decisione revocata solo nell'estate del 2022. Attualmente i transiti transfrontalieri sono consentiti solo per una decina di giorni al mese.

Anche questo intervento russo nell’area ricade nella compulsione imperialista che spinge Vladimir Putin a confrontarsi frontalmente con l’Occidente. Ricordo che Putin restò traumatizzato dal crollo dell’Unione sovietica che definì in molte occasioni, “la più grande catastrofe geopolitica del secolo”, una catastrofe motivata dal fatto che portò decine di milioni di sovietici fuori dal territorio russo. Quando nel 1989 cadde il Muro di Berlino, Putin era un agente – definito mediocre – del Kgb nella Germania dell’Est ed era presente quando i manifestanti assaltarono il quartier generale della Stasi, la polizia segreta tedesca. Quell’evento fece crollare il suo mondo, come crollò l’Urss; un ordine geopolitico scosso, aggravato dalla mortificazione personale. Un trauma che ha delineato il suo nuovo orientamento, ovvero che il potere perduto doveva essere riconquistato. La questione cecena, la seconda guerra iniziata nel 1999 e durata un decennio, fu un altro segnale; ma il salto di livello lo fece nel febbraio 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Qui dopo un disinvolto e cinico discorso annunciò che la Nato era ormai un “avversario strategico”, e che il mondo era tornato a essere multipolare, ponendo le basi per la sua nuova dottrina finalizzata alla giustificazione di tutti gli interventi militari di Mosca nello spazio post-sovietico.

Infatti segui ad un anno l’invasione con carri armati russi che entrarono in Georgia a sostegno dei separatisti in Ossezia del Sud e Abkhazia. Nel 2022 toccò con le stesse modalità alla regione ucraina del Donbas. Così i conflitti russi, variamente ibridi, dilagano al pari dei suoi “fronti”, con l’obiettivo sia imperialista che espansionistico della sfera d’influenza; come il sostegno militare in Siria, mai diminuito anche dopo la caduta di Bashar al-Assad nel 2024, e collaborazioni di sicurezza ed economiche e in Africa. Le sanzioni dell’Unione duropea alla Russia dopo l’occupazione della Crimea nel 2014 hanno portato Mosca a operare più intensamente nel Brics, di cui è fondatore, e stringere legami più solidi con la Cina. Adesso la guerra ibrida, dell’ibrido Zar Putin, spinta dall’ossessione imperialista e rappresentata dalla lotta ideologica ed espansionistica, agisce tramite interferenze elettorali, attacchi informatici, campagne di disinformazione. Azioni di guerramista” che le leadership occidentali non hanno ancora trovato il modo di contrastare e se la contrastano i risultati sono scarsi. Intanto la guerra “convenzionale” è in fase di escalation, foraggiata da almeno 30mila nuovi soldati nordcoreani destinati a essere annichiliti, anche loro, sul fronte ucraino.


di Fabio Marco Fabbri