lunedì 27 luglio 2026
Come intendersi sull’AI tra Usa e Cina, affinché il mondo non si risvegli nel bel mezzo di una guerra nucleare digitale? I ricercatori dei due Paesi sono da tempo all’opera per cercare una soluzione soddisfacente per entrambi, onde evitare una vera e propria guerra sull’intelligenza artificiale. Un esempio valga tra tutti: i maggiori laboratori di informatica cinesi, incluso Baidu, hanno adottato codici open source scritti dai sviluppatori americani di Anthropic, per poter governare le comunicazioni tra esperti dell’AI. Da indiscrezioni, risulta un dialogo piuttosto serrato in materia tra i boss delle principali aziende informatiche dei due Paesi e alcuni alti responsabili in pensione, sia cinesi che americani, per far progredire in maniera significativa standard comuni, come da sempre propone Pechino. Al momento, esistono soltanto tre tipi di forme di cooperazione possibile, in cui in primo piano si colloca la possibilità di poter dialogare ad alto livello sull’argomento, con la messa a punto di una “rassicurazione strategica”. Il modello da seguire sarebbe dunque quello dei colloqui riservati sul nucleare (nei film fantasy si suppone l’esistenza di un board segreto di persone che operano a livello strategico nei Paesi nuclearizzati, con il compito di neutralizzare i rischi di olocausto nucleare), in cui i colloqui riservati servono a: contenere la minaccia; creare reciproca fiducia ed evitare errori di valutazione. In altre parole, Cina e Usa potrebbero scrivere regole in parallelo sull’AI, pur senza coordinarsi tra di loro. Basterebbe che i due si scambiassero paper tecnici sulla base di un minimo di fiducia di fondo, per poi poter trarre ciascuno azioni ragionevoli in risposta. Cioè: se io so che tu sei a livello “A” e io ad “A-”, non cercherò di superarti raggiungendo “B” o addirittura “C”, ma semplicemente di adeguarmi al tuo passo.
La seconda opzione in campo è mettersi d’accordo per testare assieme la sicurezza dei modelli. In tal senso, i due Paesi non si scambierebbero informazioni sul livello evolutivo raggiunto, ma concerterebbero regole comuni per evitare comportamenti a rischio, o in alternativa individuando modalità di comune interesse in grado di impedire che le applicazioni sfuggano al controllo umano (vedi Anthropic!). Anche se va detto in premessa che esistono serie difficoltà nel distinguere i dati necessari a valutare la sicurezza dei modelli, da quelli che riguardano lo sviluppo vero e proprio dell’AI. Perché, in tal senso, si rischia di rivelare alla controparte i risultati della ricerca, che a questo punto potrebbero tranquillamente essere copiati. La terza opzione sul tavolo di una possibile intesa è quella che gli inglesi definiscono come “Trust, but verify” (credi ma verifica). Ma questo potrebbe accadere solo se Xi Jinping e Donald Trump gettassero il cuore oltre l’ostacolo, ipotizzando un accordo globale tra di loro per sviluppare test comuni di sicurezza, condividendo i risultati di tali valutazioni. Un’applicazione come Claude Mythos 5 nelle mani di uno solo potrebbe mettere in ginocchio qualsiasi nazione, hackerandone tutti i siti strategici militari e civili, come le reti di distribuzione (elettricità, telefonia, rete idrica), in modo da creare un black out totale nelle forniture pubbliche e nella gestione della vita ordinaria delle persone.
Un vero accordo sulla sicurezza informatica, però, richiederebbe strumenti di checking potenti e invasivi per il rispetto dell’intesa, e al momento non si intravvede la possibilità di giungere a un accordo di questa portata. Anche perché le misure relative dovrebbero comprendere un programma cadenzato di ispezioni, o la trasmissione delle informazioni sulle attività dei data-center a un organismo internazionale, creato sul modello dell’Aiea, responsabile del monitoraggio mondiale sul materiale nucleare. Ma tutte le suddette tre opzioni appaiono per ora impraticabili, perché le due comunità scientifiche dubitano l’una delle buone intenzioni dell’altra. E qui vanno un po’ dette le cose come stanno, puntando il dito sulla scarsissima affidabilità dei laboratori informatici cinesi, che hanno già fatto registrare gravi falle in materia di sicurezza, fattore che può essere dovuto alla scarsa performance dei loro modelli nel porre minacce esistenziali, o perché i cinesi stessi non hanno risorse e tempo sufficienti per procedere a test affidabili. Una prova concreta di questa lacuna sono i documenti rilasciati a seguito della pubblicazione del modello DeepSeek V4, in cui sono omesse le misure di salvaguardia che sono prassi comune negli Usa per analoghi modelli. Del resto, i diplomatici americani sottolineano come la Cina vanti una lunga storia di manipolazione a fini politici del dialogo con gli altri Paesi, come si è visto con il precedente del 2022, in occasione della visita di Nancy Pelosi a Taiwan.
Ma anche i cinesi vantano le loro belle riserve mentali, nel timore che i laboratori americani strumentalizzino i motivi di sicurezza per controllare il reale sviluppo tecnologico dei loro modelli. E finché non ci sarà parità strategica sull’AI è molto difficile che Pechino si impegni con Washington in un dialogo costruttivo, anche a causa di retaggi storici del XIX secolo, con la Cina obbligata a sottoscrivere trattati capestro che, secondo i suoi governanti, ne hanno allentato lo sviluppo, relegandola a una sorta di Stato paria. Sarà una Chernobyl digitale a far cambiare parere a tutti? E, comunque sia, la posta in gioco rimane altissima, dato che gli Usa intendono vincere la loro gara a due con il cinesi sull’AI, convinti che in questo caso il resto del mondo adotterà il loro sistema. E, forse, in questo caso, gli States potrebbero avere ragione, perché la sicurezza di cui si è trattato finora per la ricerca di un accordo con la Cina rappresenta solo un corno del problema, dato che l’interesse strategico comune a entrambi è di conservare un vantaggio concreto sugli sviluppi dell’AI. Donald Trump, in particolare, come su altre questioni commerciali, potrebbe farne uno strumento per trarre vantaggi concreti dalla dipendenza sull’AI dei Paesi alleati, così come è successo per tutte le applicazioni social della Silicon Valley. Ma la Cina non la pensa di certo diversamente in materia, visto l’uso ricattatorio che ha fatto all’America e all’Europa sull’esportazione delle terre rare di cui ha il quasi monopolio. Si chiede The Economist: “Che cosa accadrebbe se gli Usa tagliassero fuori un Paese dall’utilizzo dei suoi modelli e dei data center?”. Semplice, molte attività produttive dello Stato sanzionato sarebbero seriamente compromesse. Vale il detto: “Questo è il Presepe, e questi sono i pastori!”. Mario Draghi docet.
di Maurizio Guaitoli