venerdì 24 luglio 2026
L’Artificial Intelligence (Ai, o “Ia” nell’acronimo italiano, che utilizzeremo indifferentemente) è “umanamente” gestibile e controllabile? Alla fine della sua vita, nel suo testamento intellettuale Steven Hawking esprimeva forti dubbi in merito, così come dovrebbero fare le menti più brillanti della nostra epoca. Ma, nessuno di noi in questa fase iniziale può dire se tutto ciò, alla fine del percorso (di qui ad almeno un secolo), sarà in definitiva un bene o un male. Ciò che di sicuro si può affermare, considerato l’attuale stato dell’arte, è il ruolo che dovrebbero strategicamente esercitare Usa e Cina per evitare di affidare all’Ai lo sviluppo di cyber armi sconosciute (comprese quelle biologiche, ancora più letali per i viventi), e la condotta militare dei conflitti armati. Ne è una dimostrazione eclatante la vicenda della scuola coranica femminile iraniana, colpita per sbaglio (facendo centinaia di vittime innocenti tra le bambine) dai missili israelo-americani, guidati autonomamente dall’Ai sui bersagli prefissati. Così come altrettanto a rischio lo sono le intelligence artificiali sempre più evolute installate nei droni di Russia e Ucraina, che decidono in autonomia se colpire o meno obbiettivi qualificati (soldati nemici compresi!). E se è molto difficile gestire attività belliche affidate agli automi, figurarsi che cosa significherà da qui a qualche anno l’introduzione a regime dell’Ai per ottimizzare tutti i processi burocratici, eliminando ridondanze (compresa la mole gigantesca di provvedimenti di auto amministrazione, letteralmente folli e inutili) che elevano esponenzialmente i costi attuali di risorse umane e materiali. Che cosa accadrà quando verrà (finalmente!) eliminato il fenomeno del famoso e dannoso “parassitismo” (grazie ad applicazioni di Ai che girano h24 all’interno delle strutture), nell’ambito sia degli apparati amministrativi pubblici, che dei servizi amministrativi interni a tutte le aziende private medio-grandi?
Quelle centinaia di milioni di futuri disoccupati (così detti “white collar”) come saranno riassorbibili, se non obbligando tutti i Peter Thiel del mondo, che guadagneranno incredibili fortune da quegli immensi risparmi sistemici, a condividerli per il mantenimento parziale di quegli inattivi forzati? Rinunciamo per ora al futuribile, e seguiamo invece le interessanti analisi di The Economist in merito all’attuale cooperazione/competizione Cina-Usa sull’Ai. E sarà meglio farlo tenendo conto di ciò che Anthropic ha di recente pubblicamente (auto)denunciato, a proposito della conclamata pericolosità dei suoi più recenti modelli di Ai. L’azienda stessa, infatti, ha rivelato di recente come Mythos-5 abbia sviluppato autonomamente capacità di hacking e cyber-offensive eccezionali, superando di ben cinque volte le abilità dei modelli precedenti, tanto da violare le soglie di sicurezza interne fissate dal laboratorio. Politicamente, ci si domanda, una grande democrazia come quella americana può consentire che le regole del gioco sfuggano completamente al suo controllo, lasciando mano libera agli sviluppatori di intelligenza artificiale? Il problema nella guerra planetaria tra Usa e Cina per la supremazia in questo settore strategico sta proprio nel capire quanto il tuo avversario sia disposto a concedere, per evitare una corsa senza fine alla scoperta di modelli sempre più evoluti di Ai che, come ormai si è ben capito, potrebbero realizzare le più fosche previsioni di Hawking in materia. Varrà la pena in merito esaminare a parte per il futuro l’Executive Order 14409 del 2 giugno 2026 del presidente Donald Trump, avente a oggetto “Promoting Advanced Artificial Intelligence Innovation and Security”, per capire quanto l’Amministrazione americana sia particolarmente sensibile al tema dello sviluppo incontrollato dell’Ia.
Nel loro incontro del 14 e 15 maggio scorso, Xi Jinping e Donald Trump hanno aggiunto all’ordine del giorno dei loro colloqui proprio il tema dello sviluppo di sempre più sofisticati modelli di Ai, governati dalla seguente equazione geopolitica: più queste applicazioni divengono performanti, maggiore è il beneficio economico e geostrategico dei Paesi sviluppatori. Ma questo significa che per le grandi potenze del duopolio, Cina e Usa, l’Ai gioca un ruolo analogo a quello dell’arma atomica post-1945. Nell’ultimo periodo, ben consci della sfida, sia Pechino che Washington si sono mossi per porre sotto controllo governativo il settore dell’Ai. Anche perché gli enti regolatori dei due grandi Paesi si sono resi presto conto di quanto sia vitale per entrambi porre una serie di paletti (“guardrail”) normativo-comportamentali e tecnologici, per evitare di scatenare tra di loro una guerra nucleare digitale. Ma, il vero problema è sempre quello della reciproca fiducia, premessa necessaria per qualunque intesa nel settore, dato che nessuno dei due vuole rallentare per primo lo sviluppo interno dell’Ai, nel timore di dare un significativo vantaggio all’avversario. Di fatto, le strategie dei due Paesi hanno fini tra di loro divergenti: gli Usa tendono a mettere l’accento sul vantaggio strategico di una Ai molto più evoluta di quella del loro avversario planetario. La Cina, invece, guarda all’Ai come principale fattore della sua crescita economica, seguendo un ragionamento del tipo: “Più potere nucleare (digitale) al posto delle armi nucleari”.
Ma se in questo gioco si salva uno solo, allora sono tutti gli altri a soccombere, non solo chi perde dei due. Da almeno quattro anni, a onor del vero, i cinesi propongono una sorta di “Gold standard” per la regolazione dell’Ai, in grado di assicurare il controllo umano sugli applicativi relativi. Per evitare pericolose derive, Pechino suggerisce all’Occidente di condividere i suoi kit di Ai con i Paesi più poveri, in modo da non creare l’ennesima suddivisione mondiale “haves/have-nots” in chi ha o non ha accesso alle nuove tecnologie. Ma del resto, visto che tutte e due assieme Usa e Cina ospitano il 90 per cento del cloud computing mondiale, chi se non loro potrebbero darsi una veste comune regolatoria? Aspetto curioso: l’ecosistema Ai cinese è visto come una fonte ad alto rischio dagli esperti americani, dato che i modelli cinesi sono per la maggior parte “open-source” (dando libertà a tutti di accedere dall’esterno), offrendo in tal modo ai malintenzionati l’accesso agli strumenti più avanzati dell’Ai. E si è visto con Anthropic cosa combinano le intelligenze artificiali quando si potenziano tra di loro. Avendo sentore di quanto sarebbe accaduto nei prossimi decenni, nel 2024 il presidente Joe Biden firmò un accordo segreto con il suo omologo Xi Jinping, affinché il controllo sulle testate nucleari restasse “umano” e non delegato alla Ai. Ma, l’insorgenza rapida dei rischi legata alla mancanza di cooperazione tra Cina e Usa in materia di Ai, obbliga ambedue le grandi potenze mondiali a rivedere di continuo le loro posizioni, a favore di un accordo globale e non più settoriale. Il problema sta tutto, però, nel “come” ci si debba intendere, in base alle seguenti tre alternative: dialogo; intesa sulla sicurezza dei modelli; accordi per la verifica della sicurezza, sul tipo dell’Aiea Onu. Ma occorre far presto perché l’umanità non può più attendere.
di Maurizio Guaitoli