Russia, la guerra spegne i Pos

martedì 21 luglio 2026


La guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina sta riportando il Paese indietro. Non soltanto sul piano politico, con la repressione del dissenso e il progressivo isolamento internazionale, ma anche nella vita quotidiana. Dopo anni di crescente diffusione dei pagamenti elettronici, i russi stanno tornando in massa alle banconote. Dall’inizio del 2026 sono stati immessi in circolazione 1.560 miliardi di rubli, circa 17,5 miliardi di euro. È il maggiore incremento registrato nello stesso periodo dell’anno, con la sola eccezione dell’emergenza provocata dalla pandemia. A giugno, il contante detenuto fuori dal sistema bancario aveva superato i 19mila miliardi di rubli. Non siamo ancora di fronte a una corsa agli sportelli. Tenere dei rubli nel portafoglio significa però conservare una riserva immediatamente utilizzabile, che non dipende dal funzionamento delle reti telefoniche, delle applicazioni bancarie o dei terminali Pos. La causa più immediata dell’impennata è rappresentata dalle sempre più frequenti sospensioni di Internet mobile disposte dalle autorità russe. Per contrastare gli attacchi dei droni ucraini e ostacolarne i sistemi di navigazione, il Cremlino interrompe le connessioni in vaste aree del Paese. La misura blocca contemporaneamente pagamenti elettronici, servizi bancari, taxi, consegne e comunicazioni commerciali. Il risultato è paradossale. Per difendersi dalle conseguenze della guerra, lo Stato russo indebolisce uno degli strumenti di cui avrebbe maggiore bisogno per finanziarla.

Le transazioni digitali sono tracciabili, verificabili e tassabili. Le banconote, invece, possono circolare senza lasciare traccia. L’aumento del contante non è infatti determinato soltanto dalla prudenza dei cittadini. Una parte delle piccole imprese russe lo utilizza per sottrarsi a una pressione fiscale divenuta sempre più difficile da sostenere. Farmacie, negozi, ristoranti, saloni di bellezza e professionisti possono non registrare una parte degli incassi, offrire sconti a chi paga in contanti oppure corrispondere gli stipendi “in busta”, evitando imposte e contributi. Il Cremlino si trova così prigioniero di una contraddizione creata dalle proprie scelte. Ha bisogno di maggiori entrate per sostenere la spesa militare, ma l’inasprimento fiscale spinge una parte dell’economia verso la clandestinità. Dal gennaio 2026 l’Iva è stata innalzata dal 20 al 22 per cento e la sua applicazione è stata estesa a una platea più vasta di imprese. Molti piccoli operatori devono affrontare insieme il calo dei consumi, il costo elevato del credito e una tassazione più pesante. Non è la prima volta che i russi accumulano banconote nei momenti di maggiore incertezza. Un aumento significativo si verificò nel settembre 2022, dopo l’annuncio della mobilitazione parziale, quando centinaia di migliaia di uomini cercarono di lasciare il Paese. Un’altra impennata accompagnò, nel giugno 2023, l’ammutinamento del gruppo Wagner e la marcia delle forze di Evgenij Prigožin verso Mosca. Allora si trattò di reazioni improvvise a crisi politiche circoscritte. Oggi il fenomeno presenta un carattere più strutturale. Le interruzioni della rete sono diventate ricorrenti, gli attacchi ucraini raggiungono regioni che per anni si erano considerate al riparo e i servizi essenziali possono cessare di funzionare senza preavviso. Il contante diventa così una forma di assicurazione di guerra. L’espansione dell’economia sommersa arriva peraltro nel momento meno opportuno per Mosca. Dopo essere stata sostenuta dalla produzione bellica e dall’enorme spesa pubblica, l’economia russa sta rallentando.

A maggio il Ministero dello Sviluppo economico ha ridotto allo 0,4 per cento la previsione di crescita del Pil per il 2026, il dato più debole dal 2022. Anche l’aumento delle entrate energetiche seguito alla guerra in Iran può offrire soltanto un sollievo temporaneo: non elimina il costo crescente del conflitto né le distorsioni accumulate nell’economia civile. Il governo aumenta le tasse, mentre le proprie misure di sicurezza favoriscono i pagamenti non tracciabili. La Banca centrale mantiene elevati i tassi per contenere l’inflazione, ma così soffoca investimenti e consumi. Il Cremlino chiede alle imprese di contribuire maggiormente allo sforzo bellico, mentre la stessa guerra ne riduce i ricavi e ne aumenta i costi. Per anni Putin ha cercato di mantenere la guerra lontana dalla quotidianità della popolazione russa. Si combatteva e si moriva in Ucraina, mentre a Mosca la vita poteva continuare apparentemente normale. Ora quella separazione sta venendo meno. La guerra entra nelle reti telefoniche, nei negozi, nei taxi, nei conti bancari e nelle scelte degli imprenditori. Il ritorno al contante non annuncia necessariamente il crollo dell’economia russa. Mostra però un sistema che continua a funzionare soltanto attraverso adattamenti sempre più costosi, opachi e contraddittori. Lo Stato pretende più denaro per finanziare la guerra, ma la guerra stessa rende quel denaro più difficile da controllare e da tassare. Il Cremlino voleva trasformare l’economia russa in una macchina al servizio del conflitto. Sta ottenendo, invece, un Paese in cui tasse, banconote ed evasione crescono di pari passo.

 

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)