La sconsiderata offensiva giudiziaria di Mamdani

martedì 21 luglio 2026


L’ipotesi avanzata da Zohran Mamdani di chiedere l’arresto di Benjamin Netanyahu qualora il primo ministro israeliano si recasse a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni unite, il prossimo settembre, è ben più di una mera manovra politica. Mette in luce una concezione profondamente inquietante della funzione pubblica: quella di un sindaco della più grande città degli Stati Uniti che si proietta nel ruolo di magistrato internazionale, anziché occuparsi della sicurezza dei cittadini, del funzionamento delle infrastrutture e del buon governo della metropoli.

La contraddizione è evidente. Mamdani invoca il diritto internazionale quando serve alla sua agenda politica, salvo poi rivendicare per il potere esecutivo locale una libertà dazione priva di vincoli costituzionali, federali o diplomatici. Si propone come custode delle norme giuridiche mentre sostiene una iniziativa che esporrebbe New York a una crisi istituzionale e diplomatica. Lo Stato di diritto impone alle istituzioni di operare entro i confini delle proprie competenze giuridiche. Non autorizza i funzionari eletti a rivendicare poteri che la legge non ha mai conferito loro.

Mamdani ricorre al linguaggio del diritto internazionale per dare una veste giuridica a una mossa di natura politica. Il diritto viene invocato in modo selettivo, privato dei suoi limiti giurisdizionali e trasformato in unarma contro un avversario. Questo uso strumentale della giustizia mina la credibilità delle istituzioni, perché trasmette lidea che i meccanismi giuridici possano essere piegati a finalità di contrapposizione politica. Quando il diritto si riduce a un palcoscenico dello scontro tra fazioni, la sua imparzialità viene inevitabilmente compromessa.

Le implicazioni vanno ben oltre Israele. Un sindaco che contempla apertamente larresto del leader di uno stretto alleato americano proietta limmagine di un Paese incapace di condurre una politica estera coerente. Gli alleati potrebbero chiedersi se il dialogo diplomatico nella città che ospita le Nazioni unite sia regolato dal governo federale o dalle convinzioni ideologiche dellinquilino di turno di City Hall. Gli avversari, naturalmente, sfrutterebbero la situazione a proprio vantaggio. Le grandi potenze non delegano la politica estera ad amministratori locali in cerca di titoli sui giornali.

La politica di Mamdani riflette anche una visione del mondo più ampia, sempre più distaccata dalle tradizioni civiche che hanno reso New York una città di successo. La politica identitaria viene anteposta alla cittadinanza, lattivismo allamministrazione e la fedeltà ideologica ai vincoli costituzionali. Il risultato è un modello politico in cui lo scontro simbolico conta più della responsabilità di governare.

È quindi comprensibile che i suoi critici si domandino se non sia in gioco una nuova concezione etica della politica. La distinzione tra mandato democratico e attivismo militante viene progressivamente meno. Le istituzioni pubbliche non appaiono più come garanti neutrali, ma come strumenti al servizio di battaglie ideologiche. Lamministrazione comunale finisce così per diventare un palcoscenico per battaglie politiche internazionali che nulla hanno a che vedere con le responsabilità affidate dagli elettori al sindaco.

È legittimo che persone ragionevoli abbiano posizioni diverse su Israele, Gaza o sul ruolo della Corte penale internazionale. Ma ciò che dovrebbe accomunare chi crede nella democrazia costituzionale è un principio fondamentale: il potere pubblico deve rimanere sottoposto alla legge, ai limiti delle proprie competenze e allordine costituzionale. Un sindaco che minaccia di arrestare il primo ministro di una democrazia alleata sacrifica questi principi sullaltare della visibilità politica.

In ultima analisi, questa vicenda racconta meno di Benjamin Netanyahu che di Zohran Mamdani. Mostra un politico più incline a interpretare il ruolo di protagonista della politica rivoluzionaria globale che ad amministrare New York. Un approccio che può incontrare il favore degli attivisti, ma che rischierebbe di indebolire una delle grandi città del mondo, intaccare la credibilità degli Stati Uniti e svuotare il principio dello Stato di diritto, degradandolo a formula retorica da utilizzare quando risulta politicamente conveniente. La prodezza passerà. Ma la visione che la sostiene dovrebbe allarmare tutti.

(*) Tratto da The Times of Israel

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Bepi Pezzulli (*)