Il Mali non è perduto, ma cambia natura

lunedì 20 luglio 2026


La propaganda russa nasconde una crisi che minaccia il Sahel e riduce l’influenza europea

Per anni il Mali è stato raccontato come l’ennesimo teatro della guerra al terrorismo. Oggi quella lettura non basta più. Il Paese non sta semplicemente perdendo territori a favore dei gruppi jihadisti: sta entrando in una fase molto più complessa, nella quale il potere viene esercitato da attori diversi su funzioni diverse dello Stato. È una trasformazione che mette in crisi anche la narrativa del Cremlino, secondo cui l’intervento russo avrebbe restituito sicurezza e sovranità a Bamako. La realtà appare assai meno rassicurante.

Le offensive coordinate del 2026 hanno dimostrato che lo Stato maliano mantiene la capacità di reagire militarmente, ma fatica sempre più a garantire continuità amministrativa, sicurezza delle infrastrutture e controllo delle principali vie di comunicazione. Non siamo di fronte al collasso dello Stato, bensì alla sua progressiva frammentazione. È questa la vera novità strategica. Il controllo del territorio non coincide più con l’occupazione delle città. Conta chi decide quali merci possono transitare, chi impone tasse lungo le rotte commerciali, chi garantisce – o nega – sicurezza ai convogli e chi riesce a sostituire lo Stato nella risoluzione delle controversie locali.

In molte aree del Mali, queste funzioni vengono ormai esercitate da organizzazioni armate che non hanno bisogno di conquistare formalmente il potere per condizionare la vita economica e sociale.

In questo quadro si inserisce la cooperazione tattica tra Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) e il Fronte di Liberazione dell’Azawad. I due movimenti perseguono obiettivi politici differenti e restano divisi sul futuro istituzionale del Paese, ma hanno individuato un interesse comune: logorare la giunta militare sostenuta da Mosca. L’alleanza è probabilmente temporanea, ma ha già dimostrato una capacità operativa che pochi osservatori ritenevano possibile fino a pochi mesi fa. Anche la presenza russa merita una valutazione meno ideologica. L’Africa Corps continua a rappresentare un sostegno importante per il governo di Bamako, ma non dispone delle risorse necessarie per sostituire l’insieme delle missioni occidentali che negli anni avevano affiancato il Mali. Intelligence, mediazione politica, supporto logistico, formazione delle istituzioni e protezione dei civili non sono funzioni intercambiabili con l’assistenza militare. La Russia può contribuire a difendere il regime, ma non appare in grado di ricostruire uno Stato efficace.

Per l’Europa sarebbe un errore limitarsi a osservare questa evoluzione come una vicenda africana. Il rischio più concreto non è un’improbabile avanzata jihadista verso il Mediterraneo, bensì la progressiva destabilizzazione dell’intero Sahel occidentale. Senegal, Costa d’Avorio, Benin, Ghana e Togo potrebbero subire una crescente pressione lungo le aree di confine, con effetti diretti sulle rotte commerciali, sulla cooperazione di sicurezza e sulla gestione dei flussi migratori regionali.

Allo stesso tempo occorre evitare un’altra semplificazione: quella secondo cui il Mali rappresenterebbe oggi una minaccia immediata per la sicurezza energetica europea. I dati disponibili mostrano che il peso dell’uranio nigerino nelle forniture europee si è drasticamente ridotto negli ultimi anni. Il problema non è una crisi energetica imminente, ma la perdita di opzioni strategiche per diversificare approvvigionamenti e investimenti nel medio periodo.

La lezione geopolitica è chiara. Esiste ormai una sovranità distribuita, nella quale diversi attori esercitano porzioni di potere senza assumersi la responsabilità di governare l’intero Paese. È uno scenario che alimenta economie criminali, rafforza reti jihadiste e riduce progressivamente lo spazio diplomatico europeo.

Per l’Unione europea non è il momento dell’indifferenza né della nostalgia per le missioni del passato. Serve una nuova strategia che investa nella resilienza degli Stati costieri, nella cooperazione con i partner africani e nella ricostruzione di un capitale politico oggi fortemente ridimensionato. Ignorare questa trasformazione significherebbe accorgersi troppo tardi che il problema non era la caduta del Mali, ma la sua lenta e silenziosa disgregazione.


di Riccardo Renzi