giovedì 16 luglio 2026
La Repubblica Islamica sta uscendo da questa guerra più convinta che mai che la coercizione funzioni. La lezione che Teheran ha tratto dal conflitto è che le concessioni si ottengono con la pressione, attaccando i Paesi vicini, minacciando lo Stretto di Hormuz, facendo salire i prezzi del petrolio. Teheran considera le monarchie del Golfo come parte della propria sfera d’influenza, pretesa ritenuta negata dall’interferenza americana sin dalla rivoluzione del 1979.
Con Washington incapace di proteggere gli Stati del Golfo dagli attacchi iraniani, la spinta di Teheran nell’assicurarsi il controllo dello Stretto di Hormuz appare come un tentativo di costruire, alle proprie condizioni, un nuovo ordine regionale. Un vantaggio enorme data la dipendenza dallo Stretto delle economie del Golfo non solo per le esportazioni energetiche ma anche per il cibo e i beni di prima necessità.
La dimensione politica di tutto ciò è emersa chiaramente ai funerali di Khamenei. Un versetto coranico letto alla delegazione saudita è stato ampiamente interpretato come un insulto che collocava i sauditi dalla parte sbagliata di un giudizio divino.
Eppure, anche gli Stati del Golfo che non hanno partecipato, tra cui gli Emirati Arabi Uniti, stanno comunque aprendo canali diretti con Teheran. Ciò avviene in ossequio alla “tirannia della geografia”: l’Iran non va da nessuna parte, i presidenti americani non durano per sempre e la coesistenza è l’unica opzione praticabile.
La risposta di Washington è stata di revocare la deroga del Tesoro che temporaneamente aveva consentito le vendite di petrolio iraniano ma gli Stati Uniti non hanno dimostrato di poter forzare l’apertura dello Stretto.
Ora si sta verificando uno scontro meno intenso, gli attacchi iraniani alle basi americane in Bahrein, Kuwait e Giordania si sono rivelati in gran parte inefficaci e sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti sono stati risparmiati.
Cosa ne consegue per l’Europa?
Per Washington, si tratta di una sfida di supremazia militare. Per l’Europa, è più simile a una prova esistenziale volta a verificare se il continente sia in grado di funzionare come un blocco coerente.
La logica è questa: se l’Iran ne esce vincitore, anche solo temporaneamente, la pressione non rimarrà circoscritta al Golfo.
Hezbollah avrà una leva per minacciare il traffico marittimo nel Canale di Suez. Gli Houthi potranno rafforzare la presa sulla parte meridionale del Mar Rosso. L’Algeria e il Marocco, già in stato di tensione, potrebbero iniziare a riscuotere pedaggi nei pressi di Gibilterra. Nel retroscena c’è la Turchia che controlla il Bosforo e nutre ambizioni su Cipro.
In questo contesto la risposta dell’Europa è essenzialmente nulla, al di là delle dichiarazioni che condannano la condotta di Trump.
Un comportamento distaccato e fantasioso rispetto al modo in cui i poteri realmente operano.
di Riki Sospisio (*)