giovedì 16 luglio 2026
Nel conflitto tra Stati Uniti e Iran – Israele opera su un livello parallelo ma diverso – il fattore che si sta delineando sempre con maggiore evidenza è una diffusa impotenza statunitense non solo della diplomazia. Una impotenza che ha caratterizzato sin dall’inizio l’offensiva americana, che anche se ha decimato le prime e seconde file gerarchiche del regime, e anche se, a dichiarazione Usa, ha annientato i sistemi di attacco e difesa iraniani, ad oggi i missili balistici di Teheran colpiscono facilmente gli obiettivi che si prefiggono, per ora nell’area del “Golfo” e dintorni; mentre la diplomazia delle terze file della Repubblica islamica ha raggiunto un livello di ascolto e relativa credibilità mai avuti dalla Rivoluzione iraniana del 1979. Cosi, come scritto in altri miei articoli, l’inutilità dei negoziati si rivela ogni giorno più tangibile, una perdita di tempo per Washington e una guadagno di tempo per Teheran. Una impotenza diplomatica che si è conclamata in queste ultime ore con il riaccendersi delle ostilità che stanno nuovamente colpendo il Medio Oriente. Infatti i Pasdaran hanno annunciato il blocco dello stretto di Hormuz, che intendono controllare, oggi considerato dalla Repubblica islamica, a ragione, più importante del nucleare, così gli Stati Uniti hanno attaccato, e la rappresaglia iraniana non si è fatta attendere.
Un Donald Trump sempre più non solo all’apparenza confuso e disorientato (in certi frangenti da rasentare l’impeachment), su come procedere nella saga della guerra; è passato in queste ore a definire i capi della dittatura semi-teocratica “malvagi, contorti, pazzi”, ma forse è più esatto definirli imprevedibili, quando solo quattro settimane fa era arrivato a descriverli “intelligenti e abili negoziatori”. Un risentimento, quello di The Donald, che ha fatto trasparire negli ultimi giorni, motivato dal fatto che immaginava che i coreografici, ma vuoti, accordi di Islamabad per un cessate il fuoco, sottoscritti con una evidente convinzione sbiadita, gli avrebbero permesso di tirarsi fuori da questo scenario sempre più imbarazzante per la più potente forza militare del pianeta. Un cessate il fuoco nato estremamente fragile che si è sgretolato durante l’ultima settimana, e che ha mostrato che da marzo a luglio gli obiettivi di Trump non sono stati minimamente raggiunti, e il carnefice regime iraniano non pare stia cedendo.
Potrebbe tale situazione far precipitare la regione in una guerra totale? Intanto Donald Trump ha subito dichiarato che il cessate il fuoco è “finito”; da parte sua la voce di Mojtaba Khamenei, la Guida Suprema iraniana, ha risposto che “la vendetta è la volontà della Nazione”. Così le sirene dei Paesi del Golfo hanno ripreso a suonare per gli allarmi antiaerei, e Stati Uniti e Iran si sono lanciati nuovamente in attacchi su vasta scala.
Ma oltre questa monotona guerra e il già previsto crollo della tregua, la questione che maggiormente interessa l’economia globale è la nuova impennata del prezzo degli idrocarburi e il collaterale effetto sui mercati dopo che Teheran ha di nuovo chiuso lo stretto di Hormuz, diventato ormai il punto nevralgico, forse artificialmente esaltato, per l’equilibrio energetico globale e al momento il principale focolaio del conflitto. Di fatto l’opera diplomatica statunitense ha mostrato debolezza sin dalla sua sottoscrizione a giugno, il “Memorandum d’intesa” prevedeva la fine delle ostilità su tutti i fronti compreso quello libanese, che interessava soprattutto a Teheran. Beirut ha anche stipulato un cessate il fuoco separato con Israele, stabilendo il ritiro dell’esercito israeliano da ampie zone occupate del Libano meridionale, territorio dove sono collocati gli sciiti di Hezbollah, ma che Tel Aviv ha tenuto a sottolineare che saranno solo loro a decidere i tempi di sgombero.
Nonostante il “protocollo d’intesa” presenti evidenti lacune, il quadro di riferimento ha offerto alla diplomazia l’sopportunità di far progredire i colloqui per tentare una tregua, in quanto ipotizzare la fine della guerra senza il cambio di regime in Iran è poco verosimile. Attualmente i punti di attrito si sviluppano nelle diverse interpretazioni e letture del contenuto del memorandum, infatti Washington e Teheran si stanno accusando reciprocamente di aver violato l’accordo. Attualmente entrambi i Paesi stanno cercando di capire dove siano state tracciate le rispettive “linee rosse”; ma la realtà e che gli obiettivi dell’Iran si sono ampliati nel corso del conflitto, mentre quelli degli Stati Uniti si sono imprevedibilmente ridotti. Infatti Washington non parla più di cambio di regime, ed ha rivelato le difficoltà di poter distruggere i veri siti dove si arricchisce il nucleare, mentre Teheran comincia a credere di potere imporre una egemonia sul Golfo.
Quindi la fine della diplomazia? In queste ultime ore anche nello Yemen la informale tregua, estremamente fragile durata quattro anni, sta minacciando di fare estendere il conflitto in corso al Mar Rosso e di troncare o deteriorare una delle arterie energetiche più attive del pianeta. Ricordo che lunedì il governo yemenita, riconosciuto a livello internazionale e appoggiato dall’Arabia Saudita, ha bombardato la pista dell’aeroporto di Sana’a al fine di ostacolare l’atterraggio di un aereo iraniano. Per risposta i ribelli Houthi, sciiti, filo iraniani, hanno lanciato missili balistici verso l’Arabia Saudita meridionale. Gli Houthi hanno dichiarato che l’era della de-escalation con Riad è finita, e che i sauditi sono responsabili dell’attacco all’aeroporto yemenita. Al momento il rischio più alto è che si possa creare una strozzatura marittima su due fronti: Golfo Persico e Mar Rosso; una riacutizzazione della crisi che subentra in un momento estremamente incerto per il commercio globale.
Quindi l’Iran che chiude lo stretto di Hormuz, e gli Houthi che minacciano di ostacolare il traffico marittimo per Bab al-Mandeb, già ridotto al minimo a causa della guerra in atto. Una strozzatura del commercio che potrebbe espandere il conflitto che ha come comune denominatore quello che resta della “Mezza luna sciita”. E la diplomazia Usa vacilla.
di Fabio Marco Fabbri