Mosca colpisce Kyiv, ma a Roma c’è chi crede alle favole

venerdì 10 luglio 2026


La guerra russa contro l’Ucraina sta entrando in una fase ancora più dura. Mosca non ha cambiato natura, ma sta cambiando metodo: non si limita più a saturare il cielo con sciami di droni e missili da crociera. Ora concentra su singoli obiettivi una quantità crescente di missili balistici, la minaccia che la difesa aerea di Kyiv fatica di più a neutralizzare. È una strategia brutale e lucida. La Russia sa che l’Ucraina riesce ad abbattere la grande maggioranza dei droni e molti missili da crociera. Sa anche, però, che contro i missili balistici il margine è molto più stretto. Questi vettori volano più in alto, più veloci, arrivano sul bersaglio in tempi ridottissimi e lasciano pochi istanti per reagire. Non a caso Volodymyr Zelenskyy li ha definiti “l’ultimo grande vantaggio della Russia sul campo di battaglia”. Quel vantaggio sta crescendo. Se le tendenze attuali dovessero confermarsi, la Russia potrebbe lanciare quest’anno più di mille missili balistici contro l’Ucraina, con un aumento impressionante rispetto al 2023. Non sono più attacchi episodici. Mosca sta trasformando il missile balistico in uno strumento sistematico di pressione militare, psicologica e politica. L’obiettivo non è solo distruggere infrastrutture, ma far vivere gli ucraini nella consapevolezza che alcune minacce possono ancora passare. La logica è quella della saturazione. Gli attacchi russi concentrati su un obiettivo primario combinano decine di missili balistici, centinaia di droni e altri vettori.

La difesa ucraina viene costretta a scegliere, consumare intercettori preziosi, coprire i varchi e proteggere ciò che può. Nella prima settimana di luglio, Mosca ha lanciato quarantanove missili balistici. Nello stesso periodo, due attacchi nella regione di Kyiv hanno provocato decine di vittime civili e centinaia di feriti. È davanti a questi numeri che certe parole pronunciate in Italia diventano non solo sbagliate, ma scandalose. Mentre le città ucraine vengono colpite da missili balistici, mentre Mosca intensifica la sua offensiva contro infrastrutture civili ed energetiche, mentre l’Europa scopre ancora una volta di essere terreno di operazioni ostili russe, c’è chi continua a raccontare che la minaccia sarebbe stata inventata ad arte per costringerci a spendere di più in armamenti. Negare la realtà della minaccia russa non è pacifismo, è rimozione della realtà. Il paradosso è ancora più grave perché queste dichiarazioni arrivano negli stessi giorni in cui l’Italia è stata attraversata da una nuova vicenda di spionaggio a favore di Mosca. Due ex appartenenti all’intelligence italiana sono stati arrestati con accuse gravissime, mentre il governo ha deciso di espellere due addetti dell’ambasciata russa a Roma, ritenuti coinvolti nelle attività emerse dall’inchiesta. È difficile immaginare una smentita più concreta alla favola della minaccia inventata. La Russia non minaccia l’Europa solo con i missili contro Kyiv. Lo fa anche con le reti informative, con la penetrazione clandestina, con il reclutamento di fonti, con la guerra politica condotta sotto copertura diplomatica. È qui che emerge il nodo dei Patriot. L’Ucraina abbatte il 90 per cento dei droni e l’80 per cento dei missili da crociera, ma ferma meno di un terzo dei missili balistici.

Contro questa minaccia, il Patriot con intercettori Pac-3 resta la contromisura più affidabile. Il problema è che i sistemi sono pochi, gli intercettori costano molto, la produzione è lenta e la domanda globale cresce. Dal 2023 Kyiv avrebbe ricevuto almeno dieci batterie Patriot e oltre seicento intercettori avanzati, ma per proteggere città, infrastrutture e obiettivi militari avrebbe bisogno di circa duemila intercettori l’anno. La guerra moderna mostra così il suo volto più scomodo: non basta avere la tecnologia migliore, bisogna poterla produrre in quantità. Un intercettore efficace, ma consegnato troppo tardi o in numero insufficiente, non basta a proteggere una città. La crisi è stata aggravata dalla pressione su altri teatri. Il recente conflitto tra Israele e Iran avrebbe consumato molte munizioni Patriot, mentre i nuovi sistemi possono richiedere fino a sette anni di attesa. Il cielo dell’Ucraina dipende così da una catena industriale pensata per un mondo che non esiste più. Kyiv lo ha capito e si muove su più piani. Mykhailo Fedorov ha annunciato l’avvio delle procedure per l’acquisto diretto di intercettori Pac-3 con fondi europei, mentre il governo cerca varianti più vecchie nelle scorte europee e negozia consegne anticipate con Paesi disposti a cedere il proprio posto nella lista di produzione. Ma il salto di qualità non può limitarsi all’acquisto: serve produrre di più, più vicino al fronte e con maggiore continuità. Per questo Kyiv spinge per una produzione congiunta di intercettori Patriot in Europa. Washington avrebbe già concesso un primo via libera alla produzione di Pac-3 in Polonia, mentre Donald Trump si è detto aperto all’ipotesi di produrre su licenza anche in Ucraina.

Sarebbe un passaggio importante, ma non immediato: ogni missile richiede una catena di fornitura complessa. Nel frattempo, l’Ucraina non può aspettare. Ha riunito una coalizione di tredici Paesi per accelerare la difesa missilistica europea. L’alternativa già esistente al Patriot è il sistema franco-italiano Samp/T, che però presenta limiti produttivi e non offre ancora la stessa efficacia antibalistica contro le minacce russe. La situazione potrebbe cambiare con il Samp/T Ng di nuova generazione. Accanto ai grandi sistemi occidentali, si muove anche l’industria ucraina. FirePoint, insieme all’estone Frankenburg Technologies, lavora a intercettori più economici e producibili su larga scala. Non sostituiranno domani i Patriot, ma indicano una direzione: l’Ucraina non vuole più dipendere solo dalle scorte degli alleati. C’è poi un fronte meno visibile ma decisivo: la guerra elettronica. Il sistema ucraino Lima, progettato per disturbare e falsificare i segnali di navigazione satellitare, cerca di ingannare i missili russi facendoli deviare dalla traiettoria prevista. Non è una barriera assoluta, ma può ridurre l’efficacia degli attacchi e salvare vite. Infine, Kyiv applica una regola antica: non colpire solo la freccia, ma anche l’arciere. Se fermare ogni missile in volo è impossibile, bisogna colpire produzione, logistica, centri di lancio, fabbriche di sensori e infrastrutture militari profonde.

Nell’ultimo mese, le forze ucraine hanno intensificato gli attacchi contro obiettivi industriali e militari in Russia. Non esiste una soluzione magica contro i missili balistici. Esiste però una combinazione possibile: più Patriot, più intercettori, più produzione europea, più sistemi alternativi, più guerra elettronica, più capacità di colpire la macchina industriale russa prima che il missile venga lanciato. Mentre l’Ucraina si prepara ad affrontare un altro inverno difficile, questa non è soltanto una questione militare. Ogni intercettore consegnato in tempo può significare una centrale elettrica ancora in funzione, un ospedale non colpito, una famiglia salva. La Russia punta a trasformare il cielo in uno strumento di terrore. L’Ucraina deve trasformare la difesa aerea in una promessa concreta. E l’Europa deve smettere di vergognarsi della propria difesa, perché la minaccia non è stata inventata per vendere armi: è già davanti ai nostri occhi.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)