La crisi del Labour: quando governare diventa più difficile che vincere

venerdì 10 luglio 2026


Tra aspettative disattese, riforme incompiute e una nuova geografia del consenso

Per oltre 14 anni il Partito laburista ha osservato l’alternanza politica dalla panchina dell’opposizione. La lunga stagione dei governi conservatori, inaugurata nel 2010 con David Cameron e proseguita attraverso le convulse leadership di Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak, sembrava aver aperto uno spazio politico enorme per il ritorno della sinistra di governo. La vittoria elettorale del 2024 apparve così non soltanto come una normale alternanza democratica, ma come l’inizio di una nuova stagione politica destinata a ridisegnare il Regno Unito. A distanza di poco tempo, tuttavia, il clima appare profondamente cambiato. Il governo laburista guidato da Keir Starmer si trova ad affrontare una crisi di consenso che sorprende per rapidità e intensità. Non si tratta semplicemente della fisiologica usura del potere, ma di una difficoltà più profonda: quella di dare un’identità politica chiara ad un partito che ha conquistato Westminster soprattutto grazie al crollo dei Conservatori piuttosto che ad una travolgente adesione popolare al proprio progetto.

La situazione britannica costituisce oggi uno dei casi più interessanti della politica europea contemporanea. Dimostra infatti come la vittoria elettorale non coincida necessariamente con la costruzione di un consenso duraturo e come la gestione del governo richieda una sintesi politica molto più complessa della semplice conquista della maggioranza parlamentare. Il primo elemento della crisi riguarda il rapporto fra aspettative e realtà. Dopo anni caratterizzati dalla Brexit, dalla pandemia, dalla crisi energetica e da un’inflazione elevata, milioni di britannici avevano immaginato che il nuovo esecutivo sarebbe stato capace di produrre cambiamenti visibili in tempi rapidi. Tuttavia, la situazione economica ereditata dal precedente governo ha lasciato margini di manovra estremamente ridotti. Il Regno Unito continua a convivere con una crescita economica debole, un debito pubblico elevato, servizi pubblici sotto pressione e un Servizio sanitario nazionale britannico che necessita di investimenti enormi. Governare in queste condizioni significa spesso dover scegliere tra il mantenimento della disciplina fiscale e la soddisfazione delle aspettative sociali dell’elettorato progressista.

È proprio questa contraddizione ad alimentare il malcontento. Una parte consistente dell’elettorato laburista ritiene infatti che il governo stia procedendo con eccessiva prudenza. Starmer, nel tentativo di rassicurare i mercati finanziari e il mondo imprenditoriale, ha scelto una linea di moderazione economica che ricorda, per molti aspetti, la “Terza via” sviluppata negli anni Novanta da Tony Blair, pur in un contesto internazionale completamente diverso. Se allora la globalizzazione produceva crescita economica e consentiva di finanziare politiche redistributive, oggi il quadro internazionale è segnato da guerre, tensioni geopolitiche, rallentamento del commercio mondiale e crescente competizione industriale. Gli strumenti che avevano garantito il successo del New Labour non sembrano più sufficienti.

Parallelamente, il Labour si trova stretto fra due pressioni elettorali opposte. Da un lato deve evitare che l’elettorato moderato torni verso un Partito conservatore in fase di riorganizzazione. Dall’altro rischia di perdere una parte consistente della propria base storica verso formazioni più radicali oppure verso l’astensione. È una dinamica che richiama molte delle difficoltà vissute dalla socialdemocrazia europea negli ultimi 20 anni. I grandi partiti progressisti hanno infatti progressivamente smarrito il tradizionale rapporto privilegiato con il mondo operaio, con le periferie industriali e con quella classe media impoverita che oggi rappresenta uno dei principali bacini del voto populista.

Il Labour non sfugge a questa trasformazione. La geografia elettoragle britannica è profondamente mutata dopo la Brexit. Le storiche “Red wall”, le circoscrizioni industriali del Nord dell’Inghilterra un tempo considerate roccaforti inespugnabili del partito, hanno dimostrato di poter cambiare orientamento politico molto più rapidamente rispetto al passato. Oggi il consenso laburista dipende da un equilibrio delicatissimo fra grandi città universitarie, elettorato urbano, professionisti, giovani e una parte del tradizionale voto popolare. Costruire un programma capace di soddisfare contemporaneamente interessi così diversi rappresenta una sfida politica enorme.

Un altro terreno di difficoltà riguarda l’immigrazione. Per molti anni il Labour ha sostenuto una visione relativamente aperta delle politiche migratorie. Tuttavia la crescente attenzione dell’opinione pubblica verso il controllo delle frontiere ha imposto un cambiamento di linguaggio e di priorità. Il problema è che ogni irrigidimento rischia di alienare l’elettorato progressista delle grandi città, mentre ogni apertura viene immediatamente utilizzata dall’opposizione per accusare il governo di debolezza. Si tratta probabilmente del tema che meglio rappresenta le nuove fratture politiche dell’Europa occidentale.

Anche sul fronte internazionale il governo britannico si muove in uno scenario estremamente complesso. La guerra in Ucraina, il conflitto mediorientale, le relazioni con gli Stati Uniti, il difficile rapporto con l’Unione europea dopo la Brexit e la crescente competizione economica con la Cina impongono una politica estera pragmatica, lontana dagli slogan. Ma proprio questa prudenza alimenta la percezione di un governo tecnocratico, più orientato all’amministrazione che alla costruzione di una grande narrazione politica. Ed è forse proprio questa la questione centrale.

Il Labour sembra oggi possedere una strategia amministrativa, ma non ancora un grande racconto nazionale. Le riforme annunciate sul rilancio industriale, sulla transizione energetica, sulle infrastrutture e sull’innovazione procedono con gradualità, ma faticano a produrre quell’entusiasmo collettivo che aveva accompagnato altre grandi stagioni della politica britannica. Nel frattempo cresce il peso delle nuove forze politiche. La destra populista continua a intercettare il disagio sociale attraverso messaggi semplici e fortemente identitari, mentre altre componenti della sinistra accusano Starmer di aver abbandonato molte delle tradizionali battaglie del partito. La conseguenza è una progressiva frammentazione dello spazio politico.

Per il Labour la vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto governare bene. Sarà soprattutto costruire una nuova identità. Dopo la stagione blairiana e dopo la parentesi radicale rappresentata dalla leadership di Jeremy Corbyn, il partito sembra ancora alla ricerca di un equilibrio definitivo tra riformismo, giustizia sociale, competitività economica e sicurezza nazionale. La storia insegna che i grandi partiti popolari sopravvivono soltanto quando riescono ad interpretare i cambiamenti della società prima dei propri avversari. Il Labour britannico si trova oggi esattamente davanti a questo bivio. La sua crisi non è soltanto la crisi di un governo. È la crisi di una tradizione politica che deve ridefinire il proprio ruolo nel XXI secolo, in un Paese trasformato dalla Brexit, dalla globalizzazione selettiva, dall'innovazione tecnologica e dalla crescente polarizzazione culturale.

Se riuscirà a coniugare crescita economica, efficienza dello Stato e nuove forme di protezione sociale, il partito potrà consolidare la propria leadership per molti anni. Se invece continuerà a muoversi esclusivamente sul terreno della gestione ordinaria, rischierà di lasciare spazio a nuove forze politiche capaci di interpretare meglio le inquietudini dell’elettorato britannico. La politica inglese, ancora una volta, anticipa dinamiche che potrebbero presto interessare l’intera Europa.


di Leonardo Raito