Perché in Cina non sanno giocare bene a calcio?

martedì 7 luglio 2026


José Ortega y Gasset amava ripetere un’idea che oggi può sembrare paradossale. Gli uomini non diventano veramente uomini quando imparano a lavorare, ma quando scoprono di poter fare qualcosa che non serve a sopravvivere. Correre dietro a un pallone, tirare una lancia, sfidare un avversario in un gioco qualsiasi, arrampicarsi su una montagna: nessuna di queste attività è necessaria. Eppure, tutte appartengono al cuore stesso della civiltà.

Ne L’origine sportiva dello Stato Ortega osservava che il gioco non nasce dalla povertà, ma dall’abbondanza; non dalla costrizione, ma dalla libertà. L’uomo gioca perché possiede energie che vanno oltre il semplice bisogno di vivere. È quasi un lusso biologico, un’eccedenza vitale che diventa cultura.

Questa osservazione, apparentemente lontanissima dalla cronaca sportiva, può forse aiutare a comprendere come mai la Cina continua a non riuscire a giocare a calcio ad alti livelli. Mentre sono in corso i mondiali, questa constatazione può sembrare impietosa, oppure mossa dal tentativo di distrarci dalle tristi sorti della pedata italica, e tuttavia, come diceva una ventina di anni fa Antonio Lubrano, sorge spontanea.

Stiamo parlando del Paese più popoloso del pianeta, di una delle maggiori potenze economiche della storia, di una nazione che costruisce infrastrutture gigantesche con una rapidità sconosciuta all’Occidente, che eccelle in numerose discipline olimpiche e che, almeno da vent’anni, investe somme enormi nel tentativo di diventare una potenza calcistica. Eppure il risultato continua a sfuggirle, e non è un fallimento occasionale: è un fallimento sistematico. Ogni pochi anni viene annunciata una nuova strategia: si costruiscono accademie, si inaugurano stadi, si chiamano allenatori stranieri, si organizzano campionati scolastici, si moltiplicano gli investimenti. Per qualche mese sembra che la svolta sia vicina, ma poi il pallone ricomincia ostinatamente a rotolare nella direzione sbagliata.

La Cina non è affatto un Paese incapace di produrre campioni, anzi: nei tuffi, nella ginnastica, nel tennistavolo, nel badminton, nel sollevamento pesi, nel tiro e in numerose altre discipline sportive gli atleti cinesi ottengono risultati straordinari con una regolarità impressionante. Sarebbe quindi assurdo sostenere che manchino disciplina, organizzazione, capacità di sacrificio o vocazione sportiva in generale.

Il problema riguarda quasi esclusivamente un certo tipo di sport e, tra tutti, soprattutto il calcio. Non può essere una questione fisica, perché ci sono popoli meno prestanti che hanno fatto molto bene, né una questione economica o demografica. Basta osservare con un po’ di attenzione la carta dell’Asia e constatare che Giappone e Corea del Sud stanno invece partecipando ai mondiali perché queste ipotesi comincino una dopo l’altra a sgretolarsi.

Il fatto è che, mentre il calcio continua a essere lo sport più popolare del mondo, ogni partita ricorda una verità che nessuna ideologia ama ascoltare: l’uomo può essere educato, allenato, persino disciplinato, ma è depositario di una libertà irriducibile che si manifesta in tutte le attività creative. Come all’inizio del XIX secolo osservava Friedrich Schiller nelle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo, queste sono tutte più o meno caratterizzate da una componente ludica, ma in genere le dittature in corso da molti decenni non sono in grado di svilupparla in modo originale.

La storia della Cina sembrerebbe confermare quest’impressione: dopo la fine del comunismo maoista e l’inizio di questa sorta di capitalismo meritocratico di Stato – il quale prevede, come nel fascismo, la libertà d’impresa sotto la supervisione e la direzione generale di un partito unico – nel giro di pochi decenni il paese è riuscito a costruire migliaia di chilometri di linee ferroviarie ad alta velocità, metropoli gigantesche, università d’eccellenza, industrie capaci di competere con le maggiori potenze occidentali, ma non ha saputo proporre, al contrario di altre nazioni asiatiche, squadre di calcio e calciatori nemmeno vagamente all’altezza della sua importanza sotto tutti questi profili.

Una simile circostanza potrebbe dipendere dall’esistenza di capacità che non si lasciano programmare: nessuno, infatti, può essere costretto a giocare bene, né a saper inventare dei dribbling. Se, infatti, il gioco rappresenta una delle manifestazioni più alte della civiltà, è anche perché certi sport, come il calcio, non possono prescindere da una qualche esperienza concreta della libertà e si sottraggono per questo fin dall’origine a ogni pianificazione. Un allenatore può insegnare la posizione del corpo, può correggere un movimento, può migliorare il controllo del pallone e organizzare perfettamente il gioco di una squadra, ma arriva sempre un momento nel quale tutto questo non basta più, il momento in cui il calciatore deve vedere un passaggio che nessun altro vede; in cui deve intuire uno spazio che fino a un istante prima non esisteva e scegliere la soluzione migliore fra due o tre possibilità senza avere molto tempo per riflettere.

In quell’istante non esegue un ordine, deve pensare in modo veloce e imprevedibile, e per poterlo fare deve avere la mente libera. Sotto questo profilo il calcio si distingue da molte altre discipline sportive. Il tuffatore ricerca la perfezione di un gesto già conosciuto, il ginnasta ripete una sequenza studiata per mesi, il sollevatore affronta una prestazione che può essere misurata con assoluta precisione. Il calciatore, invece, entra ogni volta in una situazione nuova. Ogni partita è diversa, ogni azione è diversa, ogni rimbalzo modifica improvvisamente il problema da risolvere.

Vale per il calcio quanto Johan Huizinga, nel suo Homo Ludens, sostiene più in generale per il gioco: a suo parere, più che un prodotto della civiltà, è una delle condizioni che rendono possibile la civiltà stessa. Prima ancora di costruire città, gli uomini avevano imparato a giocare. Prima ancora di scrivere leggi, avevano imparato a sfidarsi secondo regole liberamente accettate e ciò che li spinge a svolgere anche molte attività importanti e prestigiose per la comunità, politica inclusa, è in fondo anche una certa voglia di partecipare a qualche gioco più complesso del solito.

Questa chiave di lettura aiuta forse a comprendere perché il calcio continui a sfuggire a ogni tentativo di essere ridotto a semplice tecnica. Il bambino che gioca nel cortile non sta seguendo un protocollo: sta esplorando possibilità. Prova un dribbling, lo sbaglia; ne tenta un altro, e se non gli riesce ride e ci riprova poco dopo. Quel processo che appare caotico è in realtà una straordinaria scuola di libertà. Quando osserviamo i grandi campioni, non si può fare a meno di osservare che nessun grande calciatore è diventato tale limitandosi a eseguire perfettamente ciò che gli era stato insegnato. Tutti aggiungono qualcosa di proprio: invenzioni, intuizioni, visione di gioco.

In questo senso, il caso della Cina assume un significato che va molto oltre lo sport, perché dimostra che se si impedisce a un disordine spontaneo di far breccia in un ordine complessivo ogni efficienza prestazionale può rivelarsi sterile. In questo senso è difficile, osservando una partita di alto livello, non pensare a quella che Friedrich Hayek chiamava “ordine spontaneo”. Egli non parlava di sport, naturalmente, ma di società, di mercati, di istituzioni nate non dal progetto di una mente centrale bensì dall’interazione di migliaia, talvolta di milioni, di individui che perseguono obiettivi differenti. Il suo ragionamento, tuttavia, sembra adattarsi sorprendentemente bene anche a un campo di calcio. L’allenatore può predisporre un sistema di gioco, correggere i movimenti, definire princìpi tattici, ma nessun allenatore, neppure il più geniale, può decidere in anticipo quale dribbling spezzerà una difesa, quale intuizione cambierà una partita o quale rimbalzo trasformerà un errore in un assist.

Per questo motivo le grandi squadre non sono mai quelle che obbediscono meccanicamente, ma quelle nelle quali l’organizzazione e l’iniziativa personale riescono a convivere senza annullarsi a vicenda. La disciplina è indispensabile, ma non perché sostituisca la libertà; al contrario, perché la renda possibile. È forse questa la differenza più sottile, ma anche la più decisiva, fra disciplina e obbedienza. La disciplina appartiene all’uomo che governa se stesso; l’obbedienza appartiene a chi esegue la volontà di un altro. Nel primo caso la regola viene interiorizzata e diventa uno strumento della libertà; nel secondo rimane un comando esterno, che tende inevitabilmente a limitare l’iniziativa personale. Il grande calciatore è quasi sempre un uomo che sa introiettare una disciplina, ma non è mai un semplice esecutore. Se lo fosse, smetterebbe di essere un fuoriclasse e diventerebbe solo l’efficiente elemento di un ingranaggio.

Per questo il calcio oppone una resistenza così ostinata a ogni tentativo di essere interamente pianificato. A questo riguardo, può risultare illuminante la distinzione operata da Michael Oakeshott tra le attività governate da un progetto tecnico da quelle che assomigliano piuttosto a una conversazione. Una conversazione autentica non procede verso un obiettivo stabilito in anticipo: prende forma poco alla volta, seguendo gli interventi dei partecipanti, correggendosi continuamente, sorprendendo perfino coloro che vi prendono parte. Una partita di calcio possiede qualcosa di molto simile: è una conversazione in movimento, nella quale ciascun giocatore risponde calciando una palla a ciò che gli altri fanno e, rispondendo, modifica il senso dell’intero dialogo.

Forse è proprio questa la ragione per cui il caso della Cina è così interessante. Non perché dimostri la superiorità di un sistema politico su un altro, né perché autorizzi giudizi sommari su un popolo che ha dato alla storia della civiltà contributi immensi nel pensiero, nell’arte e nella tecnica. Sarebbe una conclusione tanto ingiusta quanto superficiale. Il suo interesse sta altrove: sta nel ricordarci che esistono attività umane nelle quali l’efficienza organizzativa, pur rimanendo necessaria, non è sufficiente.

Fu Gilbert Keith Chesterton a osservare che gli angeli sanno volare perché prendono se stessi con leggerezza. È una frase che può sembrare lontana dal calcio, e invece ne coglie uno dei segreti più profondi: il fuoriclasse gioca con una serietà assoluta, ma conserva sempre qualcosa del bambino che si divertiva nel cortile di casa. Se quella leggerezza scompare, rimane il professionista, ma difficilmente abbiamo un campione.

Un pallone continua ostinatamente a rimbalzare dove nessuno lo aveva previsto: cambia direzione per una zolla d’erba, per una folata di vento, per un controllo imperfetto trasformato in intuizione. Ed è forse proprio questa la sua lezione più profonda: ci sono cose che l’uomo può costruire con il calcolo, con la pazienza e con la volontà; e ce ne sono altre che richiedono tutto questo, ma chiedono anche qualcosa che nessun progetto, per quanto grandioso, può garantire: la libertà d’immaginare possibilità e il coraggio di fare la prima cosa che ti viene in mente senza paura di sbagliare. È in questo spazio di libertà che nascono i campioni, ed è esattamente quel tipo di spazio mentale e culturale di cui i calciatori cinesi non hanno mai potuto godere.


di Gustavo Micheletti