Putin e il patto spezzato

lunedì 6 luglio 2026


C’è un punto, nelle guerre lunghe, in cui il problema non è più soltanto militare. Non riguarda più solo le linee del fronte, il numero dei carri armati distrutti, la quantità di missili disponibili o la capacità di reclutare nuovi soldati. A un certo punto il problema diventa politico, psicologico, quasi antropologico. Riguarda il rapporto tra il capo e la realtà. E nel caso della Russia di Vladimir Putin questo rapporto appare sempre più incrinato.

Il presidente russo continua a parlare della guerra in Ucraina come se fosse l’unico terreno sul quale misurare la propria esistenza politica. Non sembra interessato davvero al prezzo che il conflitto impone alla società russa. Non sembra turbato dalle file ai distributori di benzina, dalle difficoltà economiche, dall’usura dell’apparato militare, dalla stanchezza crescente di una popolazione che, dopo più di quattro anni di guerra su larga scala, vorrebbe semplicemente vedere la fine di questa avventura. Putin, invece, sembra ancora lì, chino idealmente sulle mappe del Donbas, intento a nominare villaggi, strade, fiumi, divisioni, piccoli avanzamenti tattici che per il cittadino russo medio non significano nulla.

È questo l’aspetto più inquietante. Non la brutalità, che purtroppo conosciamo. Non la retorica imperiale, che accompagna il putinismo da anni. Ma la distanza ormai evidente tra il Cremlino e il Paese reale. Da una parte c’è una Russia che paga il costo della guerra, che vede i propri figli partire per il fronte, che assiste alle difficoltà dell’economia e che comincia a percepire la vulnerabilità del territorio nazionale di fronte agli attacchi ucraini con droni e missili. Dall’altra c’è un leader che continua a raccontare stabilità, controllo, riserva di forza, come se bastasse pronunciare queste parole in televisione per cancellare la realtà.

Secondo un recente sondaggio dell’Institute for Conflict Studies and Analysis of Russia (Ikkar) − un think tank indipendente − l’81 per cento dei russi vorrebbe che la guerra finisse “già domani”, mentre solo una quota compresa tra il 9 e il 13 per cento sarebbe disposta a proseguirla fino alla vittoria, per tutto il tempo necessario. È un dato politicamente enorme. Non significa, naturalmente, che la società russa si sia improvvisamente trasformata in una società pacifista o liberale. Significa però che il patto implicito tra Putin e una parte consistente del Paese comincia a consumarsi.

Quel patto era semplice: voi rinunciate alla partecipazione politica, io vi garantisco ordine, stabilità e un certo benessere. La guerra ha rotto questo equilibrio. All’inizio ha chiesto consenso passivo. Poi ha chiesto denaro. Poi ha imposto il silenzio. Ora chiede uomini.

Putin, però, non sembra voler leggere questo segnale. Nella sua recente intervista alla televisione di Stato ha preferito concentrarsi sui dettagli operativi del fronte, come se la guerra fosse un esercizio da stato maggiore più che una tragedia nazionale. Ha parlato di accerchiamenti, reparti, località minori, progressi tattici. Ha evocato addirittura situazioni che, secondo fonti attendibili, non trovano riscontro né nelle ricostruzioni russe né in quelle ucraine. Il punto non è stabilire se si sia trattato di propaganda, confusione o autoinganno. Il punto è che il capo del Cremlino sembra sempre più prigioniero della narrazione che egli stesso ha costruito.

Questa è la vera debolezza dei regimi personali. All’inizio il potere assoluto consente rapidità, spregiudicatezza, capacità di sorpresa. Nessuno può contraddire il capo. Nessuno può fermarlo. Nessuno può costringerlo a fare i conti con la realtà. Ma proprio questa assenza di contraddittorio, alla lunga, diventa una trappola. Il leader finisce per circondarsi di funzionari che gli dicono ciò che vuole sentirsi dire. La propaganda prodotta per il popolo ritorna verso l’alto e diventa il linguaggio del potere. La finzione non serve più soltanto a ingannare i cittadini. Serve a rassicurare chi governa.

Putin ha costruito la propria legittimità sulla promessa di restaurare la grandezza russa. La guerra in Ucraina doveva essere il coronamento di questa missione. Doveva riportare Kyiv nell’orbita imperiale, dimostrare l’impotenza dell’Occidente, dividere l’Europa, intimidire la Nato, mostrare che la Russia era tornata a decidere il destino dei suoi vicini. È accaduto l’opposto. L’Ucraina ha resistito. L’Europa, pur tra esitazioni e ritardi, ha compreso di trovarsi davanti a una minaccia strategica. La Nato si è allargata. La Russia ha consumato enormi risorse umane e materiali. E oggi Mosca deve difendere anche il proprio territorio da una guerra che il Cremlino voleva confinare in casa altrui.

La logica dell’attrito, sulla quale Putin sembra ancora scommettere, è crudele ma non necessariamente vincente. È vero che la Russia dispone di più uomini, più profondità territoriale e una maggiore capacità di sopportare perdite rispetto all’Ucraina. Ma ogni guerra di logoramento non misura solo la quantità. Misura anche la qualità della tenuta politica, economica e morale. Se per avanzare di pochi chilometri servono decine di migliaia di morti e feriti al mese, se per mantenere il fronte bisogna promettere premi di arruolamento sempre più alti, se lo Stato deve scegliere tra mobilitare ancora e rischiare tensioni interne, allora la superiorità numerica non è più una garanzia. È una cambiale che prima o poi arriva a scadenza.

Il rischio, per Putin, è proprio questo. Non poter vincere davvero, ma non poter nemmeno fermarsi. Una pace negoziata gli imporrebbe di spiegare ai russi perché sono morti così tanti soldati, perché l’economia è stata piegata alla guerra, perché il Paese è stato isolato, perché la promessa di una rapida “operazione speciale” si è trasformata in un conflitto senza fine. Una nuova mobilitazione, però, avrebbe un costo politico altrettanto pesante. Nel settembre 2022 la chiamata alle armi di 300mila uomini provocò fuga all’estero, paura, malcontento. Ripeterla oggi significherebbe ammettere che la guerra non è sotto controllo.

Per questo il Cremlino continua a scegliere la strada più pericolosa: proseguire, negare, minimizzare, spostare sempre più avanti l’obiettivo. Putin parla ancora di “Novorossiya”, una formula storica e imperiale che nella sua visione sembra comprendere ampie porzioni dell’Ucraina meridionale e orientale. Ma per trasformare questa fantasia geopolitica in realtà servirebbero anni di guerra e centinaia di migliaia di altre vittime. È qui che la propaganda diventa delirio politico. Non perché Putin non sappia usare il potere. Lo sa usare benissimo. Ma perché sembra sempre meno disposto ad accettare che la realtà non obbedisca alla sua volontà.

La guerra in Ucraina, dunque, non è soltanto il luogo in cui si decide il futuro di Kyiv. È anche lo specchio della crisi del putinismo. Un sistema costruito sull’immagine dell’uomo forte mostra oggi la sua fragilità più profonda: l’incapacità di correggere la rotta. I regimi autoritari possono reprimere il dissenso, manipolare l’informazione, arruolare soldati, incarcerare oppositori. Ma non possono abolire all’infinito la realtà. Possono nasconderla per un po’. Possono raccontarla diversamente. Possono punire chi la descrive. Ma prima o poi la realtà torna, sotto forma di bare, inflazione, benzina che manca, fabbriche sotto pressione, famiglie stanche, soldati che non tornano.

Putin continua a guardare la guerra come se fosse il senso ultimo del suo potere. I russi, sempre più spesso, la guardano come una condanna da cui vorrebbero uscire. In questa distanza si misura oggi la debolezza del Cremlino. Non sappiamo quando diventerà decisiva. Ma sappiamo che nessun potere può restare per sempre sospeso tra la propaganda e il fallimento. E la Russia di Putin, proprio mentre pretende di avanzare, sembra sempre più intrappolata nella guerra che il suo leader non riesce più a vedere per quello che è: non una prova di grandezza, ma il principio della sua rovina.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)