Thiel e il “Faust”: se la tecnologia si fa Dio

lunedì 6 luglio 2026


Dovrebbero farla finita i grandi intellettuali, i famosi economisti e politici progressisti che oggi si scatenano contro i nuovi demoni della tecnica, come Peter Thiel! Si chiedano, invece, tutti costoro perché, pur avendo avuto per decine di anni il potere di orientare le scelte di fondo in Europa, non si siano posti e non abbiano formulato fin dall’inizio degli anni 2000 la strategia vincente di creare fondi comuni europei per triliardi di euro, finalizzati a finanziare la ricerca tecnologico-digitale e, soprattutto, a creare una Internet europea autonoma e indipendente. Chi ce l’ha proibito di farlo? Nessuno! Eppure, politici di rango, italiani ed europei, esperti e professori che scrivono sui grandi quotidiani attribuiscono questi fallimenti storici ai tiranni della Silicon Valley. Per tutti costoro, Thiel & Co sono i responsabili planetari per aver introdotto uno spirito puramente darwiniano nei processi digitali della globalizzazione e nella geopolitica, in cui il più forte ha il diritto di fare ciò che gli pare. Liberandosi così come un Prometeo dalle catene dello Stato di diritto e dai doveri di cooperazione internazionale. L’altra scelta che ci ha portato alla più grande sconfitta dell’Europa a 27 è stata quella di puntare tutto sulle energie rinnovabili e sul green, ben sapendo come tutto questo avrebbe di fatto costituito il trasferimento della nostra sovranità energetica a chi quelle tecnologie avanzate, grazie allo sfruttamento e al quasi monopolio mondiale delle terre rare, lo ha avviato un quarto di secolo fa. Oggi, di fatto, siamo incatenati mani e piedi al gigante cinese, che è il primo produttore mondiale di batterie solari e di motori elettrici, compresa la componentistica elettronica per le autovetture di serie! Su questo tema abbiamo interrogato l’Intelligenza artificiale, e vale la pena di riprodurre integralmente di seguito la sua risposta.

“L’industria automobilistica europea ha una dipendenza critica e sistemica dai semiconduttori cinesi, in particolare per quanto riguarda i chip tradizionali (legacy) e i componenti di potenza. Sebbene l’Europa non dipenda dalla Cina per i chip logici ultra-avanzati (prodotti principalmente a Taiwan), Pechino controlla la catena di fornitura dei chip fondamentali per far funzionare le componenti basilari di un veicolo. Una interruzione di queste forniture rischia di esaurire le scorte dei costruttori europei di auto nel giro di pochissime settimane. La vulnerabilità del settore si articola sui seguenti tre fronti principali. Punto primo: il monopolio dei chip Legacy (maturi), in considerazione che i veicoli moderni utilizzano centinaia di chip a bassa tecnologia (a 28 nanometri o superiore). Questi chip regolano funzioni base come alzacristalli, airbag, sistemi frenanti Abs e climatizzazione. Strategicamente, la Cina ha investito massivamente per dominare la produzione globale di questi semiconduttori economici, cosicché lautomotive europeo non ha alternative immediate a breve termine per volumi tanto elevati. Punto secondo: Semiconduttori di potenza ed elettrificazione. La transizione decisa dall’Ue verso i veicoli elettrici ha incrementato la richiesta di chip del 4,1 per cento a livello globale. In questo ambito, si collocano i dispositivi di potenza (come quelli basati su carburo di silicio, o SiC), che servono a gestire la batteria e il gruppo propulsore. E qui i fornitori strategici ad alto volume controllati o legati alla Cina (come Nexperia o Yangjie Technology) sono integrati nell’elettronica di carrozzeria dei marchi Ue. Il blocco o il rallentamento di questi specifici canali metterebbe in ginocchio colossi come Volkswagen e Stellantis”.

“Punto terzo: il controllo delle materie prime. La dipendenza europea non è solo nei chip finiti, ma anche nei materiali a monte, visto che la Cina detiene il monopolio globale sulla raffinazione delle terre rare, del gallio e del germanio, elementi chimici indispensabili per produrre i sensori e i chip automotive europei. Eventuali restrizioni all’esportazione da parte di Pechino bloccherebbero indirettamente anche le fabbriche di chip in Europa”. Con quali contromisure sta reagendo l’Unione europea? Sempre l’Ai (Artificial intelligence) ci dice che: “Per ridurre questo legame, l’Ue ha varato l’European Chips Act, stanziando fondi per raddoppiare la quota di produzione europea di semiconduttori entro il 2030, focalizzandosi su cluster automobilistici come Dresda. Tuttavia, la creazione di fonderie interne richiede anni e miliardi di investimenti, costringendo la Commissione europea a valutare continue deroghe temporanee sulle importazioni cinesi, per evitare il blocco totale delle linee di montaggio europee”. Ebbene, scusate, che c’entrano Thiel e la Silicon Valley con tutto questo? Chi, come e perché sta diffondendo in merito una inaccettabile disinformazione, a proposito della nostra “vera” dipendenza strategica dalla Cina? Quali responsabilità si intendono tacere orientando la protesta contro gli imperatori digitali, appaltandola a filosofi e intellettuali, certo famosi, ma molto male attrezzati per identificare il vero untore che ha diffuso la peste gialla della nostra totale dipendenza tecnologica dall’Asia?

Con 25 anni di ritardo, e senza una vera governance europea, arriva oggi l’Agenda Draghi che bacchetta tutti, tranne le leadership storiche (e, quindi, lui stesso!) che con le loro scelte miopi hanno determinato il declino inarrestabile dell’Europa, e la conseguente presa di distanza da parte del nostro padrino militare, politico e tecnologico di sempre: gli Stati Uniti d’America, stanchi di finanziare con il loro deficit pubblico la nostra difesa continentale. A che, servono, quindi i peana dell’ex governatore Bce, che oggi suggerisce all’Europa di ricorrere a fondi comuni per finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere società che invecchiano, quando un colosso come la Germania intende andare da sola? Abbiamo idea di come se ne esce da un semi-governo politico della Ue con il diritto di veto, che in passato ha avvolto le decisioni-chiave di politica europea in spessi strati di procedura (dando ai burocrati Bruxelles poteri di vita e di morte sulle vere decisioni comuni!), come confessa lo stesso Draghi? Che, per di più sottolinea (ma guarda un po’!) che nemmeno la Cina potrebbe mai offrire a noi europei un ancoraggio geopolitico alternativo, visto che (egoisticamente) sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non può assorbire, se non svuotando la stessa base produttiva di questa parte dell’Occidente. Oltre al fatto, tra l’altro, che la Cina sostiene direttamente il nostro avversario, la Russia. Ma qualcuno intende dirci come si fa a realizzare un’Europa che parli con una voce sola con Mosca, Washington e Pechino, se non costruendo una Unione a doppia velocità e con voto a maggioranza per l’inner circle?


di Maurizio Guaitoli