Dalla Dottrina Monroe alla competizione globale

martedì 30 giugno 2026


Perché l’America latina resta decisiva per la strategia degli Stati Uniti

Ogni volta che si parla dell’America latina torna la stessa espressione: “il cortile di casa degli Stati Uniti”. È una formula efficace, ma insufficiente. Riduce due secoli di storia a uno slogan e impedisce di comprendere come sia realmente cambiato il rapporto tra Washington e il continente latinoamericano. Gli Stati Uniti non hanno esercitato un controllo uniforme né permanente sull’emisfero occidentale. Hanno invece adattato, di volta in volta, gli strumenti della propria influenza alle trasformazioni dell'ordine internazionale. La Dottrina Monroe del 1823 nasceva con un obiettivo preciso: impedire nuove ingerenze coloniali europee nelle Americhe. Non era una licenza a intervenire negli affari interni degli Stati latinoamericani, bensì un principio di separazione tra il vecchio e il nuovo mondo. Con il passare dei decenni, tuttavia, quella visione si trasformò in una più ampia strategia di sicurezza emisferica, nella quale stabilità politica, commercio, rotte marittime e interessi economici finirono per intrecciarsi. Il vero punto di svolta arrivò all’inizio del Novecento con il Corollario Roosevelt, che attribuì agli Stati Uniti un ruolo di garante dell’ordine regionale. Da quel momento l’influenza americana non si limitò più a scoraggiare le potenze europee, ma si estese alla gestione delle crisi politiche e finanziarie dell’area. Non fu soltanto una questione militare: debito pubblico, infrastrutture portuali, commercio e controllo delle rotte divennero elementi della stessa strategia.

Anche la successiva Good neighbor policy non rappresentò una rinuncia agli interessi statunitensi. Cambiò il linguaggio della diplomazia, non la centralità dell'America Latina nella politica estera di Washington. La cooperazione sostituì formalmente l'intervento diretto, ma il continente rimase un'area strategica sotto il profilo economico e della sicurezza. Durante la guerra fredda questa impostazione assunse nuove forme. I casi del Guatemala nel 1954 e del Cile nel 1973 dimostrano come gli Stati Uniti abbiano sostenuto operazioni politiche e di intelligence per contrastare governi ritenuti vicini al blocco sovietico. Si tratta di episodi ampiamente documentati dagli archivi declassificati, che rappresentano pagine controverse della politica americana e che continuano a influenzare la memoria collettiva latinoamericana. Tuttavia sarebbe altrettanto fuorviante leggere ogni dinamica regionale esclusivamente attraverso la lente dell’ingerenza statunitense. Le crisi interne, le polarizzazioni politiche e le responsabilità delle classi dirigenti locali hanno avuto un peso determinante nello sviluppo degli eventi. La storia raramente si lascia spiegare da un solo attore.

Oggi, inoltre, gli strumenti dell’influenza sono profondamente cambiati. Le portaerei hanno lasciato spazio alle sanzioni finanziarie, alle restrizioni commerciali, alle licenze sulle esportazioni, alla cooperazione tra intelligence, alla lotta contro il narcotraffico e alla sicurezza delle catene di approvvigionamento. Il potere si esercita sempre più attraverso il diritto, la finanza e la regolazione dei mercati globali. È in questo quadro che si inseriscono i dossier su Cuba e Venezuela. Le sanzioni americane continuano a rappresentare una leva di pressione politica, ma costituiscono anche un elemento della più ampia competizione geopolitica con Russia e Cina, sempre più presenti nella regione attraverso investimenti infrastrutturali, accordi energetici e accesso alle materie prime strategiche. Per l’Europa questa evoluzione offre una lezione importante. Difendere un ordine internazionale aperto significa riconoscere che la stabilità dell’America latina non riguarda soltanto Washington. Le rotte commerciali dell’Atlantico, le forniture energetiche, i minerali critici e la sicurezza delle infrastrutture digitali interessano direttamente anche l’Unione europea.

L’Occidente, se vuole restare competitivo, deve evitare due errori speculari: l’illusione che l’America latina sia ormai uscita dall’orizzonte strategico americano e la tentazione di interpretare ogni scelta di Washington come il riflesso automatico della Dottrina Monroe. La continuità esiste, ma riguarda gli interessi geopolitici, non gli strumenti con cui vengono perseguiti. Il “cortile di casa”, insomma, non basta più a spiegare la realtà. Oggi l’America latina è uno dei teatri nei quali si misura la competizione tra democrazie liberali e potenze revisioniste. E in questo confronto gli Stati Uniti continuano a essere un protagonista imprescindibile, non per diritto storico, ma per la forza delle interdipendenze economiche, strategiche e politiche che legano l’intero emisfero occidentale.


di Riccardo Renzi