venerdì 26 giugno 2026
Stretto o non stretto? È l’interrogativo che scuote il mondo. Nessuno ha capito, finora, se lo Stretto di Hormuz è chiuso o aperto o, forse, soltanto accostato. È davvero uno strano caso: bellico, diplomatico, giuridico, fattuale. La libertà di navigazione è rigorosamente regolata dal diritto internazionale, del quale costituisce in gran parte l’embrione storico più accettato universalmente. Senza la libertà di navigazione, benché spesso violata in passato addirittura con le scorrerie corsare autorizzate dai sovrani contro altri sovrani (un pirata era un bandito, un corsaro era un bandito con la patente!), il mondo non avrebbe sviluppato i commerci e gli scambi tra individui e Stati. Un potentissimo fattore di crescita economica e progresso culturale non avrebbe potuto esplicare la sua fertile influenza e i benefici effetti.
Esistono le acque territoriali, appartenenti allo Stato costiero che vi esercita la sua sovranità, e le acque di tutti, dove la libertà di navigazione è garantita in base, appunto, al diritto internazionale, che è tanto formalizzato quanto basato su antiche consuetudini del mare. Il diritto degli Stretti è particolarissimo sia perché la loro chiusura illegale, cioè forzosa, configura un atto ostile, se non immediatamente bellico, contro tutti i soggetti della comunità internazionale, sia perché gli Stati rivieraschi non possono impedire il transito né possono estendere le acque territoriali, cioè la sovranità, a ricomprendere tutto o parte del canale di transito.
Nel caso di Hormuz stanno accadendo cose eccezionali, prevaricatorie, illegali, sebbene non se ne capiscano i dettagli perché le dichiarazioni e i preamboli che provengono dalle parti in guerra, Stati Uniti e Iran, sono ondivaghi, contraddittori, fumosi. Resta il fatto che lo Stretto di Hormuz, precisamente delimitato dalle carte nautiche prima di questa strana guerra inconclusa, da liberamente e sicuramente navigabile è diventato asservito ed insicuro per effetto di minacce e coazioni, ora degli uni, ora dell’altro.
La prevaricazione a danno di tutti gli Stati è esecrabile ed inusitata. Le parti in guerra tentano di arrogarsi il diritto di stabilire, a guerra conclusa, lo status giuridico di Hormuz come se fosse cosa loro o preda di guerra: in un loro trattato, contro il diritto internazionale, e addirittura con l’avallo delle Nazioni Unite! Qui conta soprattutto il fatto che un cambio dello status legale e reale di Hormuz, comunque camuffato, deve in realtà essere considerato un atto di guerra contro tutte le altre nazioni, che ne sono fuori. Completa e generale libertà di transito è l’unico esito accettabile, cioè il ripristino dello “status quo ante”. Qualunque definitiva limitazione, soggettiva o oggettiva, sarebbe inaccettabile, illegale, e costituirebbe l’ulteriore avallo dell’abuso internazionale come pratica corrente di politica estera. Al momento esiste una differenza tra i due belligeranti: Trump dice di chiudere lo Stretto come arma di pressione contro l’Iran, ma che ne garantirà l’apertura alla fine della trattativa o della guerra; l’Iran dice che chiude lo Stretto per costringere gli Stati beneficiari del transito a premere su Trump affinché faccia concessioni adesso, ma che, in ogni caso, terminate le ostilità, vi eserciterà una qualche sovranità. Ciò che prima non possedeva affatto.
È diventata un luogo comune l’affermazione che il mondo è cambiato, il multilateralismo è finito, l’ottocentesca politica di potenza ha ripreso il sopravvento sulla legalità internazionale novecentesca, il tripolarismo impone la sua logica e, per dirla con Tucidide, “il forte fa quello che può e il debole cede”. Tuttavia, gli Stretti in generale sono cappi che possono strozzare non solo i traffici, ma la stessa pacifica convivenza internazionale, innescando contenziosi che sfociano in guerra aperta. Lo Stretto di Formosa (Taiwan) è l’esempio che ammonisce.
di Pietro Di Muccio de Quattro