La trappola

mercoledì 24 giugno 2026


Il disorientamento dei commentatori e dei politici, di sinistra quanto di destra, di fronte agli ultimi eventi determinati dal modo di decidere e di comunicare di Donald Trump, appare sempre più evidente ma privo, salvo qualche eccezione, di qualsiasi tentativo analitico e ancorato, semmai, all’interpretazione più banale che attribuisce al Presidente degli Usa qualche forma di squilibrio mentale.

Ma vediamo i fatti così come si sono presentati nelle ultime settimane sulla scorta di ciò che sappiamo e prescindendo, dunque, da possibili livelli più nascosti non resi pubblici. Il rifiuto dei Paesi europei e della Nato di partecipare all’attacco militare all’Iran è stato motivato, al di là del merito, dal fatto che la Casa Bianca non ha né comunicato né concordato il piano d’azione con i suoi alleati mettendoli dunque di fronte ad un fatto compiuto, riportando in qualche modo alla memoria lo stile politico di Otto von Bismarck.

Ma qui risiede un nodo logico che va risolto. Le esagitate reazioni di Trump di fronte al rifiuto europeo sembrano derivare dalla sua certezza circa l’appoggio che la sua iniziativa bellica avrebbe riscosso, sicurezza invece smentita dalla realtà. Ma se Washington riteneva ovvia la collaborazione europea, militare o anche solo tecnica e logistica, perché non ha avviato senza problemi una preventiva stipulazione di accordi operativi? La risposta esauriente a questa domanda può risiedere in rapporti, tesi e argomentazioni che non conosceremo mai.

Tuttavia, possiamo valutare l’insieme dei fatti noti secondo una logica geopolitica forse non troppo semplificata o lontana dal vero. La risposta si basa su un dato consolidato: le istituzioni di ricerca strategica e i consulenti del Presidente degli Usa sono, come è normale che sia, diversamente orientati su vari temi politici ma su un punto sono tutti perfettamente allineati: la considerazione della Cina, sulle orme di consulenti quali Russell Vought o Elbridge Colby, come l’avversario principale della fase storica che gli Stati Uniti e l’Occidente stanno attraversando.

La strategia americana, dunque, deve concentrare risorse di ogni genere, militari comprese, sul contenimento dell’espansione cinese. Nato e Paesi europei, in questo quadro, rappresentano per gli Usa una realtà storica, questa sì ovvia e imprescindibile, ma, nella nuova formulazione strategica, essa dovrebbe rafforzarsi attraverso una iniziativa che non veda più negli Usa l’unica fonte di garanzia militare e quindi di spesa.

Perciò, l’Europa, e la Nato stessa, devono pensare in prima persona al proprio futuro a cominciare, per esempio, dalla vicenda ucraina nella quale gli Usa sembrano trattare Putin con i guanti, ma solo per tentare di equilibrare o limitare anche lì l’influenza cinese. È da un impegno più deciso dell’Europa che gli Usa potrebbero liberare risorse in vista del confronto sempre più serrato con la Cina. Come raggiungere questo obiettivo?

Dal giorno del suo insediamento Trump ha chiesto (e preteso) varie volte alla Nato e all’Europa un impegno finanziario e organizzativo di maggiore rilievo, ma senza apprezzabili passi avanti mentre il problema cinese va rendendosi sempre più accentuato in vari continenti. Ecco allora presentarsi l’opportunità di sfidare l’Europa e la Nato mettendoli di fronte ad una circostanza molto chiara e persino brutale: partecipare o meno ad una iniziativa militare tesa a porre fine o, quanto meno, a ridurre significativamente, il permanente ruolo destabilizzante e aggressivo di Teheran.

Un nuovo episodio di politica con due finalità diverse o, se si preferisce, un tentativo di catturare due piccioni con una fava: dare al mondo, Cina in testa, un forte segnale di capacità di intervento e, allo stesso tempo, mettere la Nato e l’Europa con le spalle al muro fornendo agli Usa l’alibi necessario per considerare la loro inaffidabilità. E giustificare, in tal modo, l’abbandono dell’Europa al suo destino sperando che chiarisca cosa vuol fare da grande.

In questi giorni abbiamo sentito e letto fino alla noia commenti nei quali si sottolineava la improvvida mancanza di finalità razionali da parte della Casa Bianca in merito all’attacco all’Iran. Sotto lo stretto punto di vista militare può essere vero, ma Trump – nonostante le sue ‘sparate’ apocalittiche – non ha mai premuto davvero sull’acceleratore della forza perché presumibilmente non era, e non è, questo il suo obiettivo principale.


di Massimo Negrotti