lunedì 22 giugno 2026
La Somalia, come la maggior parte degli Stati della regione, soffre di croniche instabilità politico-governative causate delle endemiche rivalità su base tribale, di clan e sottoclan, e divisioni su base pseudo politica, ma sempre legate all’assetto clanistico. Tuttavia, esiste un unico denominatore che è la compulsione verso il potere, che in questi scenari tocca l’assoluto. Violenze che hanno avuto una accelerazione in questi ultimi mesi e che si innescano in un più ampio contesto di crisi politica, nella fattispecie causata dall’adozione, nel mese di marzo, di una riforma costituzionale che permette al capo dello Stato il prolungamento da quattro a cinque anni del mandato. Così i leader dell’opposizione stanno accusando il presidente in carica Hassan Sheikh Mohamud di deriva autoritaria, paradossale come accusa visti i poteri legislativi già in possesso alla massima carica politica, materializzatasi con il prolungamento del suo mandato, che lo legittima a restare al potere ancora un anno.
La questione è particolarmente delicata in un Paese che a fatica da decenni si destreggia tra correnti insurrezionali di varia origine, da quella politica a quella jihadista rappresentata dal gruppo Al Shabab, a quella dei clan, ovvero famiglie con parentela effettiva o mitica. Ricordo che i clan dominati oggi sono cinque, e che i recenti scontri armati, soprattutto nella capitale Mogadiscio, li vedono presenti nelle forze governative e tra i sostenitori dell’opposizione. La riforma costituzionale di marzo, causa della attuale crisi, è stata approvata negli ultimi giorni della legislatura; prevede elezioni dirette per la formazione delle future assemblee, mentre precedentemente i parlamentari venivano nominati da delegati in rappresentanza dei vari clan e regioni del Paese. Ma la problematica non è tanto legata alla modifica della carta costituzionale, ma che tale “documento” si sta rivelando estremamente difficile da applicare in un Paese come la Somalia dove il peso dei clan è decisivo per la stabilità stessa della nazione. Di norma i capi clan somali raggiungevano facilmente accordi sulla strutturazione del parlamento, ma da marzo, causa mancanza intesa, non è stato possibile dare una data per le elezioni presidenziali.
Lo stallo sulla decisione procedurale per l’elezione del capo dello Stato, automaticamente ha prorogato il mandato, fattore intollerabile per l’opposizione. Infatti, le forze di opposizione sostengono che questo prolungamento del mandato sia una scusa per restare al potere. Tanto è che il rischio di una accelerazione delle tensioni tra stati federati e clan, è sempre più realistica; con la minaccia che vengano organizzare elezioni parallele che condurrebbero probabilmente ad una nuova guerra civile. Vengono fatalmente alla mente i drammi della guerra civile degli anni Novanta, i cui segni sono ancora presenti nella capitale; l’Italia, operativa in modo molto articolato e da lungo tempo nel Paese, fu presente anche tramite l’Operazione Ibis.
In questo scenario dai tratti plumbei, dall’inizio di questo anno il governo italiano ha avviato un accordo bilaterale con il governo somalo; una cooperazione nell’ambito della sicurezza e addestramento delle forze armate somale, con fornitura di armi e attrezzature. Recentemente il generale Sahal Abdullahi Omar, ha incontrato presso il quartier generale militare di Mogadiscio, una delegazione del governo italiano. È stato concordato il rafforzamento della cooperazione strategica e dell'interoperabilità tra le Forze armate nazionali somale e le Forze armate italiane. Specificatamente l’addestramento delle truppe di terra, il supporto tattico, la modernizzazione dei programmi generali nel quadro del rafforzamento dell'architettura della difesa somala. Una cooperazione militare e di sicurezza che affonda le radici giuridiche nell’accordo bilaterale di cooperazione in materia di difesa firmato nel settembre 2013 e ratificato dal Parlamento italiano nel 2016. Gli accordi trilaterali, Italia, Somalia e Gibuti, hanno scaturito il Miadit, ovvero Missione di addestramento per le forze di polizia di Somalia e Gibuti. Missione ad ampio spettro rivolta a tutto il Corno d’Africa, non solo alla Somalia.
Oltre al numero dei militari italiani coinvolti in questi accordi, diverse decine, l’Italia è uno degli attori europei più attivi nella stabilizzazione della Somalia, essendo il Paese europeo che contribuisce maggiormente con personale e attrezzature. La missione militare Eutm, European union training mission in Somalia, è la rappresentazione. In questo contesto va considerata anche la Turchia, il cui ruolo è profondamente capillarizzato all’interno del tessuto socio-economico somalo. La Turchia ha investito enormi risorse in Somalia, quindi non può permettere che il Paese sprofondi nuovamente nella guerra civile. Tanto è che Ankara ha svolto un ruolo di mediazione importante a seguito degli scontri dei primi di giugno. Tuttavia i ruoli dell’Italia e della Turchia agiscono anche con complementarietà, avendo ambedue dei legami sia storici che ideologici (fede), che aprono corridoi di affinità e affidabilità specifici.
di Fabio Marco Fabbri