giovedì 18 giugno 2026
Per anni il Cremlino ha costruito la propria narrazione su una menzogna fondamentale: la guerra sarebbe stata lontana, controllata, quasi invisibile per il cittadino russo comune. Una “operazione speciale” da seguire in televisione, tra comunicati trionfali, mappe manipolate e talk show in cui la sofferenza degli ucraini veniva trasformata in materiale propagandistico. Ma le guerre, soprattutto quelle coloniali e di aggressione, hanno una caratteristica che Mosca conosce bene e finge di ignorare: prima o poi tornano indietro. Non necessariamente con la stessa intensità subita dalle vittime, non nello stesso modo, non con lo stesso carico di distruzione. Ma tornano. E oggi, nel sud della Russia, quella guerra comincia a presentarsi in una forma prosaica e rivelatrice: le code ai distributori di benzina. A Krasnodar, Anapa, Novorossiysk e lungo le principali arterie del Kuban si moltiplicano le file davanti alle stazioni di servizio. In alcune zone il carburante manca, in altre viene venduto con limitazioni: cinquanta litri, cento litri, non di più. Abbastanza per certificare che qualcosa si è rotto, anche se le autorità continuano a negare la parola più scomoda: crisi. Il riflesso del potere russo è sempre lo stesso. Quando il problema emerge, non lo si ammette.
Lo si spiega con il panico, con “l’agitazione artificiale”, con la speculazione, con la cattiva gestione locale, con la colpa di qualcun altro. In questo caso, con gli automobilisti arrivati dalla Crimea occupata, dove la situazione sarebbe talmente complicata da spingere molti a cercare carburante oltre lo stretto. È una scena quasi simbolica. La Crimea, presentata per dodici anni come il trofeo imperiale di Vladimir Putin, torna ad essere ciò che è sempre stata dal punto di vista strategico: un territorio occupato, militarizzato, dipendente da linee di rifornimento vulnerabili. Mosca l’ha trasformata in una piattaforma militare contro l’Ucraina, in una retrovia logistica della guerra, in una base da cui minacciare il Mar Nero. Ora quella stessa militarizzazione produce effetti anche sulla vita quotidiana di chi vive sotto il controllo russo. Le tessere per fare benzina, le file chilometriche, i divieti, i controlli, la paura di restare a secco non sono incidenti amministrativi. Sono il linguaggio concreto di una guerra che il Cremlino voleva rendere invisibile ai propri cittadini. Naturalmente, non bisogna confondere i piani. Le difficoltà degli automobilisti russi non sono paragonabili alla distruzione subita dall’Ucraina. Non lo sono moralmente, non lo sono materialmente, non lo sono umanamente. A Kyiv, Kharkiv, Odesa e in centinaia di città e villaggi ucraini la guerra significa missili, droni, case distrutte, famiglie spezzate, bambini deportati, infrastrutture civili colpite deliberatamente. In Russia, oggi, significa anche attese davanti alle pompe di benzina e limiti al pieno. Ma proprio questa sproporzione rende ancora più evidente l’ipocrisia della narrazione russa.
Per anni Mosca ha preteso di infliggere all’Ucraina il massimo del dolore senza che la società russa pagasse alcun prezzo reale. Ha pensato di poter bombardare, occupare, deportare e devastare, continuando però a garantire ai propri cittadini l’illusione di una normalità intatta. Quell’illusione si sta incrinando. Il nodo non è soltanto psicologico o propagandistico. È logistico, industriale, militare. Gli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi, infrastrutture energetiche e assi di rifornimento russi hanno un obiettivo chiaro: ridurre la capacità di Mosca di alimentare la propria macchina bellica. Il carburante non serve solo alle auto dei vacanzieri diretti verso il mare. Serve ai camion, ai convogli, ai mezzi corazzati, alle retrovie, alle catene di approvvigionamento che tengono in piedi il fronte meridionale. Colpire quelle arterie non significa cercare un effetto spettacolare. Significa intervenire sul sistema nervoso della guerra russa. Il caso della strada R-280, che collega Rostov alla Crimea occupata attraverso i territori ucraini sotto controllo russo, è particolarmente significativo. Quella direttrice non è una semplice strada. È una linea vitale per il rifornimento del fronte e della penisola occupata. Se lungo quella rotta aumentano gli attacchi, se i convogli vengono rallentati, danneggiati o costretti a percorsi alternativi, l’effetto non resta confinato al settore militare.
Si propaga. È il classico effetto domino delle guerre moderne: colpisci un nodo logistico e la vibrazione arriva molto più lontano. Il Cremlino lo sa. Per questo cerca di ridurre tutto a una questione di “domanda eccessiva” o di “agitazione”. È un modo per evitare la domanda vera: come può una potenza che pretende di sfidare l’Occidente, che minaccia l’Europa, che si presenta come autosufficiente e invulnerabile, trovarsi in difficoltà nella gestione del carburante nel proprio sud strategico? La risposta è semplice: perché la Russia è molto meno solida di quanto voglia apparire. È vasta, armata, aggressiva, ma dipende da infrastrutture concentrate, da raffinerie vulnerabili, da linee ferroviarie e stradali che possono essere disturbate, da una logistica che la guerra sta logorando lentamente. Anche il riferimento agli agricoltori della regione di Rostov è indicativo. Le autorità locali hanno prima negato il problema, poi hanno dovuto riconoscere carenze di carburante e lubrificanti proprio alla vigilia di una fase delicata per il settore agricolo. Qui “il racconto dell’assalto dei vacanzieri” non regge più. I produttori agricoli dovrebbero essere riforniti con priorità.
Se anche loro incontrano difficoltà, il problema non è più soltanto la coda davanti alla pompa. È un segnale di tensione più profonda nel sistema di distribuzione. La Russia non è al collasso. Sarebbe ingenuo sostenerlo. Ma la Russia non è neppure quella macchina perfetta che la propaganda descrive. È un Paese che consuma enormi risorse per sostenere una guerra di aggressione, mentre il proprio apparato economico e infrastrutturale viene sottoposto a una pressione crescente. La differenza rispetto al passato è che questa pressione comincia ad affiorare nella vita quotidiana. Non più soltanto nei bilanci segreti, nei cimiteri militari, nelle regioni periferiche da cui arrivano i soldati mandati a morire. Ora anche il cittadino russo che voleva andare in vacanza, fare il pieno e non pensare all’Ucraina si trova davanti a una realtà meno comoda: la guerra esiste, e non sempre resta dove la televisione di Stato dice che dovrebbe restare. È questo il punto politico più importante. La guerra è stata costruita sulla dissociazione morale della società russa.
Da una parte l’aggressione, dall’altra la normalità. Da una parte Mariupol distrutta, dall’altra i centri commerciali, le località balneari, i pieni di benzina, le vacanze, la retorica della grande potenza. Ma una guerra totale contro un vicino europeo non può essere tenuta per sempre fuori dal perimetro domestico. Prima arrivano le sanzioni aggirate, poi i prezzi, poi le carenze, poi i droni sulle raffinerie, poi le code. Ogni passaggio toglie un pezzo alla finzione. Il Cremlino continuerà a negare. Dirà che non c’è deficit, che si tratta di casi isolati, che il carburante è disponibile, che i nemici diffondono panico. È la lingua naturale dei regimi autoritari: quando la realtà disturba la propaganda, si accusa la realtà di essere propaganda. Ma le code alle stazioni di servizio sono difficili da cancellare. Le vedono gli automobilisti. Le fotografano i residenti. Le raccontano i commercianti. Le misurano gli agricoltori quando non riescono a mettere insieme il carburante necessario per lavorare. La guerra che Mosca ha portato in Ucraina non è tornata in Russia con la stessa violenza. Nessuno lo sostiene.
Ma ha iniziato a bussare alla porta della società russa, e lo fa nel modo più concreto possibile: non attraverso le grandi parole della geopolitica, ma attraverso il serbatoio vuoto, il limite al rifornimento, la paura di non poter partire, il sospetto che lo Stato non sia più in grado di garantire ciò che promette. Per Putin è un problema più serio di quanto sembri. Perché finché la guerra resta una liturgia televisiva, il consenso può essere amministrato. Quando diventa disagio quotidiano, attesa, scarsità e incertezza, il patto implicito tra potere e popolazione comincia a incrinarsi. Non perché la società russa si scopra improvvisamente contraria all’aggressione. Ma perché inizia a capire che l’aggressione ha un costo. E che quel costo non può essere scaricato per sempre soltanto sugli ucraini.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)