martedì 16 giugno 2026
Non è una questione marginale di protocollo parlamentare. Non è neppure la solita polemica su un eurodeputato in cerca di visibilità internazionale. La decisione della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola di investire il Comitato consultivo sulla condotta dei deputati del caso Fernand Kartheiser apre un fronte molto più serio: quello dei rapporti opachi tra rappresentanti eletti dell’Unione europea e il potere russo, mentre Mosca continua la sua guerra contro l’Ucraina e contro l’ordine europeo. Kartheiser, eurodeputato lussemburghese eletto con l’Alternativ Demokratesch Reformpartei, l’Adr, e oggi non iscritto ad alcun gruppo politico europeo, è finito al centro dell’attenzione dopo la sua partecipazione al Forum economico internazionale di San Pietroburgo e dopo l’invio a eurodeputati e collaboratori parlamentari di un documento presentato come “Dichiarazione di San Pietroburgo”. In quel testo si affermava la disponibilità a sostenere “tutte le iniziative concrete” volte al “miglioramento e alla normalizzazione delle relazioni” tra Russia e Unione europea. Ma il punto più delicato, richiamato nella lettera di Metsola, è un altro: il documento sembra parlare anche a nome di altri eurodeputati, senza però indicarli nominativamente. Non vi è dunque, allo stato, un elenco pubblico di parlamentari europei che abbiano sottoscritto o condiviso formalmente quella dichiarazione. È proprio questa opacità a rendere politicamente sensibile l’iniziativa: il documento lascia intravedere una presunta area di consenso dentro l’Eurocamera, ma senza consentire di capire chi ne faccia realmente parte. Formule apparentemente diplomatiche, quasi innocue se lette fuori contesto. Ma il contesto è tutto: la Russia non è oggi un interlocutore economico qualsiasi.
È lo Stato aggressore che bombarda città ucraine, deporta bambini, colpisce infrastrutture civili e tenta di penetrare nel corpo politico dell’Europa con una strategia fatta di propaganda, influenza e canali informali. Proprio questo è il punto centrale della lettera di Metsola. Le affermazioni contenute nel documento, scrive la presidente del Parlamento europeo, “destano seria preoccupazione”, anzitutto perché possono “creare l’impressione che esista un canale informale di comunicazione tra il Parlamento europeo e la Duma di Stato” russa. È una frase pesante, misurata ma chiarissima. Non si contesta a un parlamentare la libertà di opinione. Non si pretende di impedire un dibattito sulla Russia. Si segnala, invece, il rischio che l’istituzione parlamentare europea venga usata, o anche solo fatta apparire, come parte di una comunicazione parallela con l’apparato politico di Mosca. La differenza è decisiva. Un eurodeputato può parlare a titolo personale. Può sostenere posizioni discutibili, minoritarie, perfino radicalmente distanti dalla linea politica assunta dall’Unione europea sulla guerra russa contro l’Ucraina. Può anche illudersi che il dialogo con chi bombarda Kyiv sia un gesto di realismo. Ma non può lasciare intendere che, dietro le sue iniziative, vi sia un rapporto politico riconducibile al Parlamento europeo. Tanto più quando, dal 2014, l’Eurocamera non intrattiene cooperazione parlamentare con la Duma. È la stessa linea istituzionale richiamata dai servizi del Parlamento: “Dal 2014, il Parlamento europeo non ha alcuna cooperazione con la Duma. I membri che interagiscono con entità diplomatiche o governative russe agiscono esclusivamente a titolo personale”.
Ecco il confine che Kartheiser sembra aver scelto di calpestare: non quello tra opinione e censura, ma quello tra mandato individuale e rappresentanza istituzionale. Secondo quanto emerge dalla lettera, Kartheiser avrebbe avuto quattro videoconferenze e quattro incontri di persona con politici russi, due dei quali tenuti nella stessa Russia. Anche questo passaggio non è secondario. In politica europea, soprattutto quando si parla di Russia, l’ambiguità non è mai neutra. Mosca vive di ambiguità: la trasforma in materiale propagandistico, la confeziona come legittimazione, la rivende all’opinione pubblica interna come prova che l’Europa sarebbe divisa, stanca, pronta a tornare al business as usual. Per questo il Comitato consultivo dovrà verificare se vi siano state violazioni del Codice di condotta, in particolare sugli obblighi di trasparenza relativi agli incontri con rappresentanti di autorità pubbliche di Paesi terzi e sull’eventuale esistenza di rimborsi, benefici o compensazioni collegati a tali attività. Non siamo davanti a una condanna già scritta, né a un processo penale. Ma siamo davanti a una questione di igiene istituzionale. Il Parlamento europeo, dopo anni di scandali e tentativi di influenza straniera, non può permettersi zone grigie proprio sul dossier più sensibile della sicurezza europea. La vicenda non nasce dal nulla.
Kartheiser non è un ingenuo neofita. È un ex diplomatico, già ambasciatore, uomo politico di lungo corso in Lussemburgo. Nel 2025 era stato espulso dal gruppo dei Conservatori e Riformisti europei dopo un viaggio a Mosca e dopo dichiarazioni considerate incompatibili con la linea dell’Ecr sulla guerra russa contro l’Ucraina. Allora i vertici del gruppo furono espliciti: “Viaggiando nella Russia di Vladimir Putin, Fernand Kartheiser ha oltrepassato una linea rossa”. Kartheiser, dal canto suo, aveva rivendicato la missione sostenendo di finanziarla personalmente, perché il Parlamento europeo avrebbe impedito agli eurodeputati di compiere sforzi diplomatici verso la Federazione Russa. È la formula classica con cui si tenta di trasformare l’isolamento politico di Mosca in una colpa dell’Europa e non in una conseguenza dell’aggressione russa. Dopo l’espulsione dall’Ecr, si era iniziato a parlare di possibili contatti e riposizionamenti. Ma il caso Kartheiser non va letto come una semplice vicenda interna a una famiglia politica europea. Le ambiguità verso Mosca attraversano, con forme diverse, più schieramenti e ambienti politici che, in nome del realismo o dell’anti-atlantismo, finiscono per offrire al Cremlino argomenti utili alla sua propaganda.
L’iniziativa di Metsola è un importante segnale politico e istituzionale. La diplomazia è una cosa seria. Il dialogo, quando esiste, ha regole, mandati, responsabilità. Altra cosa è costruire corridoi paralleli che finiscono per offrire a Mosca ciò che Mosca cerca da anni: l’immagine di un’Europa disponibile a dimenticare. La Russia non chiede soltanto territori. Chiede legittimazione. Chiede che la guerra torni a essere trattata come una controversia ordinaria, che l’aggressore venga rimesso sullo stesso piano dell’aggredito, che la parola “normalizzazione” cancelli Bucha, Mariupol, i bambini deportati, le città colpite dai missili. Ogni documento, ogni viaggio, ogni stretta di mano che procede in questa direzione non è un gesto di pace. È un favore politico al Cremlino. Per questo il caso Kartheiser merita attenzione. Mosca non ha bisogno di conquistare Bruxelles con i carri armati. Le basta insinuarsi nei suoi interstizi, sfruttare ambizioni personali, nostalgie ideologiche, calcoli di partito, risentimenti contro l’Unione. La risposta, allora, deve essere semplice e ferma: nessuna ambiguità davanti a chi porta morte e distruzione nel cuore dell’Europa.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)