lunedì 15 giugno 2026
Le guerre in atto, quelle tra Russia e Ucraina e tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, quest’ultima caratterizzata da un disorientamento schizofrenico crescente, tanto per citare le più mediaticamente invasive, stanno facendo da cornice a un disequilibrio globale che, oltre all’incedere indeciso dei conflitti, e delle improbabili tregue, vede un crescente aumento globalizzato di insicurezze. Intanto che Vladimir Putin continua a non manifestare alcun segno di cambiamento circa la sua determinazione nel voler sottomettere l’Ucraina, ma non era chiara quattro anni fa la modalità, oggi lo è ancora meno, l’élite moscovita comincia a mostrare apertamente le preoccupazioni e le perplessità sul proseguo su questa strada, che probabilmente condurrà verso “vuoti” non colmabili con le illusioni magnificate dal capo del Cremlino. Così anche l’utilizzo, per la terza volta, da parte di Mosca, del missile ipersonico Oresshnik, capace di trasportare testate nucleari, utilizzo motivato dall’attacco ucraino nella regione di Luhansk, nel Donbas controllato dalla Russia, dimostra una evidente necessità nella strategia militare russa di andare oltre il limite del convenzionale al fine di diversificare la monotonia e tentare di sollecitare lo stallo del conflitto.
Comunque, il bombardamento con il vettore Oresshnik del 25 maggio ha causato quasi un centinaio di feriti e ucciso una ventina di studenti dell’istituto professionale colpito; ma una settima fa Vladimir Putin ha affermato di essere convinto che a breve la guerra sarà finita. Su quale scenario si staglia questa affermazione? La realtà è che negli ultimi mesi l’esercito ucraino ha riconquistato almeno 400 chilometri quadrati di territorio, tuttavia le dichiarazioni e le azioni putiniane mirano verso obiettivi dai tratti sempre più offuscati. È innegabile che la guerra di invasione non si sta svolgendo come era immaginato, e le affermazioni pubbliche di Putin manifestano una sua visone completamente fuori dalla realtà. Tanto è che la sua immagine di protettore del popolo russo si sta mutando in una debolezza della politica e dell’economia russa; tale quadro inizia a essere manifestato anche tra i cittadini russi in generale, ma soprattutto negli abitanti moscoviti e di altri grandi centri urbani, che soffrono del perdurare di un sistema socio economico che porta incertezza e occlusione. L’obiettivo minimo dell’invasione del febbraio 2022 dell’Ucraina era quello di smilitarizzare e denazificare il Paese, ma è coscienza comune che l’Ucraina ha rafforzato in modo esponenziale le sua capacità militari, e sulla denazificazione, già strumentale meta, non si osservano né progetti denazificatori scanditi da modalità stabilite, né verso chi indirizzare tali azioni; a memo che Putin non intenda la denazificazione rivolta a tutto il popolo ucraino. La certezza è che è in atto una guerra globalizzata, fase più espansiva della guerra globale, che vede, tra l’altro, i civili uno dei bersagli principali dell’azione militare russa.
Comunque, a distanza di più di quattro anni dall’invasione, in Russia esprimere pubblicamente il dissenso è rischioso; alcune deroghe sono possibili solo su ex uomini di potere caduti in disgrazia, come l’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu. È proprio la questione Shoigu con il suo strascico che sta destando particolare preoccupazione al Cremlino. Infatti, l’ex amico di Putin, dopo essere stato allontanato dalla cerchia degli intimi del presidente, e rimosso dal Ministero della Difesa nel 2024, una carica rivestita da circa 12 anni, ha trascinato nel vortice degli inaffidabili e pericolosi tutti i suoi più stretti collaboratori. A marzo 2026 è stato arrestato Ruslan Tsalikov, stretto collaboratore di Shoigu, con motivazioni legate alla corruzione, appropriazione indebita, riciclaggio, ma in realtà considerato come altri suoi colleghi, un rischio per la sicurezza di Putin. Il tutto sullo scenario del timore di un colpo di Stato.
In effetti, la Russia è governata dalla paura, e oltre alla apparente sicurezza mostrata anche al recente Forum di San Pietroburgo, Putin è sotto pressione, tanto è che circolano voci di un possibile golpe che stanno sollecitando le attenzioni della comunità dell’intelligence europea. Si disegna così uno scenario dove si stanno svolgendo ripetute epurazioni militari, e il Servizio di protezione federale russo, Fso, ha drasticamente rafforzato la sicurezza intorno Putin, portando a quasi 1.000 unità le sue guardie del corpo. Preoccupazioni che serpeggiano anche all’interno del Cremlino, come rivela il Financial times, tanto è che il ‘residente risulta che trascorra la maggior parte del tempo in bunker sotterranei, impegnato a osservare i non sviluppi della guerra in Ucraina, che lo stanno distaccando dalle questioni civili. Quindi tra purghe, rivalità interne nascoste e combattute, misure di sicurezza estreme, si evidenzia un chiaro indebolimento strutturale del regime, o meglio del padrone del regime, al quale sta sfuggendo il controllo che lo sta conducendo verso atteggiamenti con tendenze paranoiche.
La crisi economica, le epurazioni continue ed un fallimento “dell’azione militare speciale”, sono fattori reali o quasi, che potrebbero strutturare un colpo di Stato, che implicherebbe gli oligarchi, i servizi segreti, e ovviamente i militari. Dopo la commedia iraniana in atto, e le palesi e occulte azioni occidentali in Ucraina, la cautela e l’attenzione dell’Occidente è fondamentale; un’interpretazione inesatta potrebbe rafforzare Putin, come è stata rafforzata la dittatura iraniana, e far perdere una cruciale occasione di transizione; speranza di transizione ormai quasi persa circa l’eliminazione del carnefice regime degli ayatollah. Intanto il “sistema putiniano” assomiglia sempre più nitidamente ad un regime barricato piuttosto che trionfante.
di Fabio Marco Fabbri