L’India si compra il mondo

mercoledì 10 giugno 2026


Tata ha fatto scuola. La fame compulsiva indiana nel mercato occidentale, tuttavia, non riguarda solo le grandi aziende. Anche le imprese di piccolo e medio cabotaggio hanno avviato investimenti importanti nel (presunto) Primo mondo. I mercati anglosassoni fanno il punto della situazione dopo che a fine aprile la Sun Pharmaceuticals ha versato 11,75 miliardi di dollari per acquisire Organon & Co., azienda quotata a New York specializzata in prodotti per la salute femminile e bio similari. Si tratta della più grande acquisizione all’estero da parte di un’azienda indiana in quasi vent’anni e segue una serie di importanti operazioni internazionali concluse da aziende indiane negli ultimi mesi. Come, per esempio, l’acquisizione di Iveco da parte di Tata Motors per 4,4 miliardi di dollari, l’acquisto da parte della società It Coforge dell’azienda di intelligenza artificiale Encora, con sede nella Silicon Valley, per 2,35 miliardi di dollari o ancora l’acquisizione da parte del Gruppo Bajaj di una quota del 23 per cento nel colosso assicurativo globale Allianz Se all’inizio del 2025.

I dati della società di consulenza Grant Thornton, riportati dalla Bbc, mostrano che 162 aziende indiane hanno speso più di 18 miliardi di dollari in acquisizioni all’estero nel 2025, con un aumento del 34 per cento rispetto all’anno precedente. “E potremmo superare i 15 miliardi di dollari di valore delle operazioni solo nella prima metà di quest’anno”, ha dichiarato alla British Broadcasting Corporation, Sumeet Abrol, partner e responsabile nazionale di Grant Thornton. Sono già molti gli osservatori e gli addetti ai lavori a vedere molte analogie tra questa fame compulsiva e la prima grande ondata di acquisizioni, avviate 20 anni fa con Tata Group e le sue scommesse audaci su asset di prestigio mondiale come Jaguar Land Rover e Corus Steel. Tuttavia, gli stessi analisti, tuttavia, rilevano che a muovere gli appetiti indiani sono motivazioni diverse da allora. Le aziende indiane perseguono asset occidentali non solo come simboli di ambizione globale, ma sempre più per ragioni strategiche e operative che sono quasi emergenziali.

Del resto, il contesto economico generale è cambiato radicalmente dai primi anni 2000. Durante il precedente boom delle acquisizioni, si fa notare, l’India era nel pieno di un mercato rialzista in forte espansione. Oggi, invece, il Paese si trova ad affrontare un rapido esodo di investitori stranieri, un chiaro rallentamento degli investimenti diretti esteri (Ide) netti e investimenti del settore privato persistentemente deboli, nonostante i tagli fiscali e i sussidi legati alla produzione offerti dal Governo. Anche se gli utili aziendali delle 500 maggiori aziende indiane dopo il Covid sono, infatti, cresciuti del 30,8 annuo, i tassi complessivi di formazione di capitale da parte del settore privato sono stati “deludenti”, fanno sapere i consiglieri economici del Governo. La corsa all’espansione all’estero, in realtà, stride con i ripetuti appelli del Governo a investire di più in India, e riflette sia la crescente insoddisfazione per il contesto imprenditoriale nazionale, sia le migliori opportunità di diversificazione e sviluppo delle competenze all’estero.

La realtà di un’ingente quantità di capitali indiani diretti all’estero si spiega con quelle aziende che, per esempio, stanno costruendo nuovi stabilimenti negli Stati Uniti e in altri Paesi dove i terreni industriali sono quasi gratuiti e l’accesso al capitale circolante è molto più facile che in India. E non ci sono, come si accennava, solo grandi imprese, poiché decine di piccole aziende indiane stanno effettuando investimenti simili in nuovi progetti o perseguendo acquisizioni di dimensioni più ridotte, una tendenza supportata da bilanci più solidi. Si guarda sempre più all’estero, rilevano gli osservatori, per accedere a mercati, marchi, capacità tecnologiche, competenze in ricerca e sviluppo e reti di distribuzione consolidate che altrimenti richiederebbero anni per essere costruite organicamente.

E le acquisizioni accelerano, poiché le aziende cercano di proteggere le proprie catene di approvvigionamento in un mondo in cui i punti critici e i dazi commerciali vengono usati in un modo sempre più aggressivo. Secondo gli esperti, una serie di accordi di libero scambio tra India, Usa, Regno Unito, Europa e Australia potrebbe accentuare questa tendenza e portare a una ondata di investimenti all’estero da parte delle aziende indiane, con le imprese che si dirigono verso l’Occidente per investire e consolidare la propria presenza negli anni a venire. E non è un fattore secondario, si fa ancora notare, che molti rampolli di famiglie imprenditoriali di nuova generazione scelgano di vivere e studiare all’estero, per detenere i propri beni in valuta estera, a fronte di una rupia che perde il 40 per cento del suo valore rispetto al dollaro.


di Pierpaolo Arzilla